Nel discorso per il Premio Carlo Magno 2026, Mario Draghi delinea una vera road map per rifondare l’Europa alla luce delle crisi globali
«Trasformare la crisi in unione», con queste evocative parole Mario Draghi ha concluso la sua mirabile prolusione in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno 2026. Mentre il mondo guardava in direzione Pechino, dove il padrone di casa e l’ospite Trump hanno cercato di delineare alcune ipotesi di cooperazione nella competizione, l’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio italiano ha messo nero su bianco in maniera mai così netta una possibile road map per trasformare l’attuale congiuntura di crisi in cui si dibatte il Vecchio Continente in una opportunità per ottenere «più unione» o meglio ancora una «nuova Unione».
Non sono mancati anche nel recente passato interventi pubblici di particolare rilevanza da parte di Draghi. Basti pensare allo scorso anno e ai discorsi di grande impatto a Coimbra, Rimini e Bruxelles, ad un anno dal troppo citato e poco applicato Rapporto Draghi. Le parole pronunciate però ieri ad Aquisgrana vanno oltre per due ragioni fondamentali. La prima riguarda la parte descrittiva dell’intervento di Draghi. La seconda è legata a quella prescrittiva, di possibile rilancio politico del processo di integrazione europeo.
Rispetto alla parte descrittiva Draghi ha certificato che il quadro istituzionale così come è stato pensato nella fase post-bellica e poi parzialmente completato dopo la fine della Guerra fredda “non permette più di assumere le decisioni richieste”. Ha cioè esplicitato la fine della “prima” e anche della “seconda vita” del processo di integrazione europea. Si vuole insistere sul termine “esplicitato”, perché egli ha indicato i due assunti sui quali si è fondato l’ideale di una “integrazione senza subordinazione”, oggi giudicati definitivamente “fallaci”.
Il rapporto con gli Stati Uniti
L’altra componente di questa potente parte descrittiva riguarda quello che è definito “il fatto esterno centrale della nostra epoca” e cioè l’irreversibilità della crisi, o meglio del “cambiamento”, nel rapporto con l’alleato statunitense. Draghi ritiene questo dato oramai acquisito e rispetto al quale occorre prenderne atto innanzitutto dal punto di vista della sicurezza. La mancanza di autonomia strategica in ambito di difesa rende infatti l’Europa debole in ogni altro potenziale negoziato, da quello commerciale a quello tecnologico ed energetico.
Se dalla parte descrittiva si passa a quella prescrittiva, l’importanza della riflessione di Draghi aumenta ulteriormente. L’attuale congiuntura viene letta come un “necessario risveglio” che si deve concretizzare sul fronte della difesa secondo due direttrici. Favorire coalizioni ad hoc tra Stati accomunati da capacità e percezioni, a partire naturalmente da quell’embrione di vero e proprio “esercito europeo” che sono le forze armate ucraine. E dall’altro dare applicazione concreta all’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato di Lisbona.
Dal particolare della difesa, determinante per le sue ricadute politiche, Draghi passa poi alla dimensione istituzionale vera e propria. Il concetto di federalismo pragmatico non è una novità in sé, ma ciò che è innovativo è il modo in cui ne tratteggia le caratteristiche. Le cooperazioni rafforzate dovranno essere legittimate a livello nazionale. I governi dovranno impegnarsi davanti ai propri cittadini per le scelte di avanzamento comunitario. L’orizzonte resta però federale, perché gli Stati dovranno imparare ad “esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori”.
La domanda di più Europa
L’altro elemento prescrittivo di alto livello riguarda il passaggio nel quale Draghi richiama i dati dei molti sondaggi, concordi nel segnalare la richiesta di “più Europa” nel caos globale. Il punto delicato è non frustrare tale domanda. Occorre uscire dal circolo vizioso di una Ue che rivendica maggiore responsabilità ma finisce per generare delusione nelle risposte concrete. L’esito è una delegittimazione inevitabile delle stesse istituzioni europee, favorendo così euroscetticismi e antieuropeismi di ogni sorta.
In realtà cinque righe prima del richiamo alla “crisi da trasformare in unione”, Draghi fa riferimento a quello che non può che essere definito il vulnus politico dell’attuale congiuntura continentale. Parla infatti di “leader europei” che “facciano un passo in più”. Ma quali sono oggi le leadership in grado di interpretare la “road map draghiana”? Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz pesa il crollo del consenso interno. Emmanuel Macron è entrato nel suo ultimo anno di mandato. E il quadro politico europeo appare segnato da fragilità diffuse e crescente instabilità.
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Draghi ad Aquisgrana ha offerto all’Europa un potenziale nuovo “Trattato costituzionale”. Ora servono un popolo per legittimarlo e alcuni leader per favorire ed indirizzare tale legittimazione. Vaste programme, avrebbe chiosato il Generale de Gaulle.


















