I mercati scommettono sull’incontro fra Trump e Xi: è a Pechino che si giocherà la vera trattativa per la fine della guerra in Iran
La finanza mondiale ignora la paura. Lucida le scarpe e corre verso il futuro. Senza preoccuparsi della guerra. Senza guardare il prezzo del petrolio che non cessa di salire. Senza prestare attenzione ai notiziari dal Medioriente. Wall Street sembra uscita da un colossal di Hollywood diretto dall’algoritmo. Lo S&P 500 ha superato i 7.400 punti segnando nuovi massimi storici. Il Nasdaq vola sospinto dalla febbre artificiale di chip, server e intelligenze sintetiche: Nvidia e Amd sono diventate le nuove acciaierie del XXI secolo. Ma invece del carbone usano elettroni e sogni digitali. Il Dow Jones guarda i 50 mila punti come un alpinista guarda la vetta: paura, avidità e una certa dose di incoscienza.
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L’euforia delle Borse, dall’Europa …
Anche l’Europa si è infilata il vestito buono. Francoforte è vicina ai suoi record storici. A spingere è la nuova fame tecnologica che fa dimenticare l’industria dell’auto con il motore grippato. Ma il dato che a Milano fa luccicare gli occhi è un altro: Piazza Affari con il rialzo di ieri dello 0,76%, è ormai a un passo dal mitologico record del 2000. E’ posto a quota 50.108 punti raggiunti all’epoca della new economy, quando nelle sale operative si respirava lo stesso entusiasmo irrazionale con cui si brinda a mezzanotte senza sapere nulla dell’anno che sta per cominciare.
Anche lo spread, quel vecchio spettro che per anni ha disturbato le notti italiane come una zia ansiosa ai matrimoni, dorme tranquillo a 76 punti. Una calma quasi sospetta.
… all’Asia
E poi c’è l’Asia. La Borsa di Seul ha guadagnato l’86% in tre mesi. Non un rialzo: un’eruzione vulcanica con i grafici al posto della lava. I trader coreani sembrano giocatori di pachinko impazziti davanti ai titoli tecnologici e alla prospettiva di una nuova stagione di crescita globale.
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I motori del rally
Dietro questa corsa a perdifiato ci sono due motori. Il primo è la convinzione, ormai largamente diffusa nei mercati, che la guerra nel Golfo sia vicina a una conclusione. Il secondo è la fede quasi religiosa nell’Intelligenza Artificiale, nuova divinità elettronica capace di promettere produttività infinita, utili crescenti e perfino immortalità contabile. Ma il vero regista di questa improvvisa euforia non è a Washington, né a Teheran. È a Pechino.
La scena sotto i riflettori
I mercati stanno scommettendo su una scena precisa: Donald Trump che vola in Cina per incontrare Xi Jinping. Non una visita diplomatica, ma il finale di stagione della geopolitica mondiale. Gli investitori immaginano che la vera trattativa di pace si giocherà lì, sotto i lampadari imperiali del Grande Palazzo del Popolo, tra tazze di tè verde e sorrisi che valgono più di una portaerei. La Cina, del resto, si è comportata come fanno gli imperi di antica tradizione: parlando poco e pesando ogni parola come una moneta d’oro. Per settimane ha mantenuto un profilo basso, limitandosi a chiedere moderazione. Poi, improvvisamente, ha battuto il pugno sul tavolo. A Teheran ha fatto capire che era ora di trattare davvero.
A Washington ha segnalato che il blocco navale non sarebbe stato tollerato oltre un certo limite. E come per magia le petroliere iraniane hanno ripreso lentamente a uscire dal Golfo mentre le navi americane facevano finta di non accorgersene. Una coreografia diplomatica degna del Bolshoi dei tempi d’oro. Trump sa che un fallimento del vertice con Xi avrebbe conseguenze devastanti non soltanto sull’economia globale ma anche sulla sua stessa presidenza. Per questo i mercati oggi comprano azioni come se stessero prenotando posti in prima fila per la pace.
Cina, l’adulto nella stanza
La sensazione dominante è che la Cina abbia assunto il ruolo dell’“adulto nella stanza”: non il mediatore neutrale, ma il grande azionista della stabilità mondiale. E la finanza, che fiuta il denaro con la sensibilità di uno squalo che sente il sangue a chilometri di distanza, ha già deciso di credere al lieto fine.
Così Milano torna a vedere in lontananza il vecchio record del 2000, come un reduce che ritrova il bar dove aveva lasciato la giovinezza. Wall Street festeggia. Francoforte corre. Seul esplode. E il mondo, almeno per qualche seduta, sembra convinto che la pace sia già stata firmata da qualche parte, magari sul retro di un menù di anatra laccata a Pechino.


















