6 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Mag, 2026

Iran, Rubio: «Operation Epic Fury è conclusa». Ma i missili continuano a volare

Teheran

La Casa Bianca prova a chiudere la guerra con l’Iran a colpi di dichiarazioni. Trump parola di miniwar e mette in pausa anche Porject Freedom. Nello Stretto colpito un Cargo francese, ferito l’equipaggio


Secondo l’amministrazione americana, l’operazione militare contro Teheran sarebbe ormai terminata. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che «Operation Epic Fury è conclusa» e che gli obiettivi militari sono stati raggiunti. La nuova missione americana nello Stretto di Hormuz, ha spiegato, sarebbe soltanto una operazione «difensiva e umanitaria» per consentire alle navi commerciali di uscire dal Golfo Persico.

Poche ore dopo, però, Donald Trump ha annunciato una sospensione temporanea dell’operazione di scorta navale, Project Freedom, sostenendo che sarebbero in corso «grandi progressi» nei colloqui con Teheran e che la pausa sarebbe stata decisa «su richiesta del Pakistan e di altri Paesi». Resta invece in piedi il blocco economico americano contro l’Iran.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

Il post su Truth di Trump

«Su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, del enorme successo militare che abbiamo ottenuto durante la campagna contro il Paese Iran e, inoltre, del fatto che siano stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti dell’Iran, abbiamo concordato reciprocamente che, mentre il blocco resterà pienamente in vigore ed efficace, Project Freedom (il movimento delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz) verrà sospeso per un breve periodo di tempo per vedere se l’accordo possa essere finalizzato e firmato».

La realtà sul terreno racconta però un quadro diverso da quello descritto dalla Casa Bianca. Missili e droni continuano a muoversi sopra Hormuz e sia Washington sia Teheran rivendicano il controllo della navigazione nello stretto strategico.

Cargo francese colpito nello Stretto

La compagnia francese CMA CGM ha confermato che alcuni membri dell’equipaggio della cargo ship CMA San Antonio sono rimasti feriti dopo un attacco avvenuto ieri, martedì, nello Stretto di Hormuz. Secondo le prime informazioni, l’imbarcazione sarebbe stata colpita da un proiettile mentre attraversava la zona. La società ha spiegato che i feriti sono stati evacuati e stanno ricevendo assistenza medica.

Secondo il Pentagono, le forze iraniane hanno attaccato più di dieci volte obiettivi americani dall’inizio del cessate il fuoco. Gli Stati Uniti sostengono inoltre di aver abbattuto missili iraniani e affondato sei motoscafi dei Pasdaran che minacciavano le navi commerciali. Teheran smentisce e continua a definire illegittima la presenza militare americana nell’area.

Gli obiettivi mancati della guerra

Dietro la narrazione della «guerra finita» resta soprattutto un problema politico. Quando il conflitto è iniziato, Trump aveva indicato obiettivi molto più ambiziosi: distruggere il programma nucleare iraniano, eliminare i missili balistici, neutralizzare la marina di Teheran, fermare il sostegno a Hezbollah e Hamas e perfino favorire un cambio di regime.

Ad oggi, secondo le valutazioni americane citate dal New York Times, l’unico obiettivo realmente raggiunto sarebbe la distruzione della marina iraniana. Il programma nucleare non è stato smantellato, gran parte dei missili sarebbe ancora operativa e nessun accordo definitivo è stato raggiunto. Anche il cambio di regime evocato nelle prime settimane di guerra è progressivamente sparito dal linguaggio della Casa Bianca.

La miniwar di Trump

Negli ultimi giorni Trump ha modificato più volte il linguaggio usato per descrivere il conflitto. In alcuni casi ha parlato apertamente di «guerra», in altri di «miniwar», di «escursione» o perfino di «deviazione», quasi a ridimensionare il peso politico e militare della crisi.

Una strategia che secondo molti osservatori serve anche a contenere le pressioni interne. Negli Stati Uniti cresce infatti il dibattito sul War Powers Act, la legge che impone al Congresso di autorizzare operazioni militari prolungate oltre i sessanta giorni.

Hormuz resta quasi paralizzato

Nonostante la missione americana, il traffico marittimo resta quasi fermo. Solo due navi commerciali sono riuscite ad attraversare lo Stretto sotto protezione militare Usa, mentre circa 1.600 imbarcazioni restano bloccate nella regione.

Prima della guerra transitavano da Hormuz circa 130 navi al giorno. Oggi il flusso è ridotto al minimo e i prezzi di petrolio e gas continuano a salire, con effetti diretti sui mercati mondiali. A cambiare gli equilibri è stata soprattutto la capacità iraniana di bloccare lo Stretto di Hormuz, paralizzando petroliere e navi cargo e facendo schizzare i prezzi energetici. Trump aveva minacciato bombardamenti ancora più pesanti, parlando persino della possibilità di colpire infrastrutture energetiche iraniane. Poi è arrivata la tregua. Ma la tregua, almeno sul mare, appare sempre più fragile.

Il capo degli Stati maggiori riuniti americani, il generale Dan Caine, ha spiegato che gli attacchi iraniani sono rimasti «sotto la soglia» di una ripresa totale della guerra. Una soglia che, ha ammesso, resta soprattutto una decisione politica. E quindi una decisione di Trump.

Gli esperti: «Teheran non cederà facilmente»

Citata dal Nyt Ali Vaez, analista dell’International Crisis Group, Trump cerca «uno strumento coercitivo magico» capace di produrre la vittoria. «Gli iraniani non cercano la resa, ma un accordo che permetta loro di salvare la faccia», spiega.

Anche Suzanne Maloney, esperta del Brookings Institution, dubita che il blocco possa ottenere risultati nei tempi politici necessari alla Casa Bianca. «L’Iran ha già resistito a pressioni economiche enormi senza crollare né moderare davvero le proprie posizioni», osserva.

Trump insiste nel sostenere che il blocco americano sia «un successo incredibile» e continua a ripetere che «l’Iran vuole un accordo». Ma Teheran considera il controllo dello Stretto una leva strategica fondamentale e ritiene di poter sopportare l’impatto economico più a lungo di quanto Washington possa tollerare il rialzo dei prezzi energetici.

Il precedente dell’accordo nucleare

Molti osservatori ricordano che le sanzioni internazionali portarono effettivamente Teheran al tavolo negoziale nel 2015, con l’accordo sul nucleare firmato durante la presidenza Obama. Intesa poi abbandonata proprio da Trump nel 2018, con il ritorno della politica di «massima pressione».

Da allora l’Iran ha aumentato progressivamente l’arricchimento dell’uranio e oggi, secondo le stime occidentali, possiede materiale sufficiente per costruire fino a dieci armi nucleari, se decidesse di farlo.

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