6 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Mag, 2026

Hormuz senza tregua: missili, blocchi navali. La guerra riparte senza dirlo

Il presidente Usa Donald Trump

Missili, blocchi contrapposti e navi scortate: nello Stretto di Hormuz la tregua è sempre più fragile e il rischio di guerra aperta cresce


Non è ancora guerra aperta ma non è più nemmeno tregua. Nello Stretto di Hormuz si sta consolidando una nuova fase del conflitto, fatta di attacchi limitati, versioni opposte e una pressione crescente che rende lo status quo sempre più fragile.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

La ‘nuova equazione’ di Teheran

A segnare il cambio di tono è Teheran. Il presidente del Parlamento e negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf parla apertamente di una “nuova equazione” nello Stretto e avverte che la situazione attuale è «intollerabile» per gli Stati Uniti. L’Iran accusa Washington e i suoi alleati di aver compromesso la sicurezza della navigazione con la violazione della tregua e con l’imposizione di un blocco. La fase attuale non è sostenibile, e Teheran lascia intendere di non aver ancora mostrato tutta la propria capacità di risposta.

Il post su X: «Una nuova equazione dello Stretto di Hormuz è in fase di consolidamento. La sicurezza della navigazione e del transito energetico è stata messa a rischio dagli Stati Uniti e dai loro alleati con la violazione del cessate il fuoco e l’imposizione di un blocco; naturalmente, il loro male diminuirà. Sappiamo bene che la continuazione della situazione attuale è intollerabile per l’America; mentre noi non abbiamo ancora nemmeno iniziato»

Chi è Mohammad Bagher Ghalibaf

Mohammad Bagher Ghalibaf è una delle figure centrali del potere iraniano. Presidente del Parlamento, ex comandante dei Pasdaran e già sindaco di Teheran, viene spesso descritto come un «conservatore pragmatico», capace di dialogare anche con settori diversi dell’establishment. Negli anni ha coltivato ambizioni presidenziali e costruito una rete di consenso trasversale, emergendo come figura di equilibrio tra l’ala più dura del regime e quella più incline al negoziato.

Ha guidato per Teheran i recenti colloqui con gli Stati Uniti a Islamabad, poi falliti, confermando il suo ruolo di negoziatore chiave nella fase più delicata del conflitto. La sua ascesa si lega anche alla lunga carriera nelle forze di sicurezza e alla capacità di muoversi dentro le dinamiche interne della Repubblica islamica. Oggi, con equilibri ancora instabili ai vertici del potere, il suo nome circola tra quelli che potrebbero pesare di più nelle scelte future del Paese.

Cnn, Usa e Israele verso nuova ondata di attacchi

Secondo la Cnn, Israele starebbe già coordinando le proprie azioni con gli Stati Uniti per la preparazione di una potenziale nuova ondata di attacchi mirati contro l’Iran, su infrastrutture energetiche e sull’uccisione mirata di alti funzionari iraniani. La maggior parte di questi piani era già pronta per essere eseguita alla vigilia del cessate il fuoco di inizio aprile. “L’intenzione sarebbe quella di condurre una breve campagna perché l’Iran faccia ulteriori concessioni nei negoziati”, ha detto la fonte israeliana. 

Una tregua solo nelle dichiarazioni

Il cessate il fuoco annunciato ad aprile resta formalmente in piedi ma nei fatti è sempre più difficile sostenerlo. Attacchi con droni, missili e operazioni navali si moltiplicano, mentre nessuna delle due parti ammette apertamente la fine della tregua. Il risultato è una zona grigia, in cui la guerra continua senza essere dichiarata. Anche da Washington arrivano segnali ambigui: nessuna conferma chiara sullo stato dell’accordo, mentre sul terreno gli scontri si intensificano. In un’intervista al conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt, andata in onda ieri, lunedì, il presidente ha evitato di chiarire se il cessate il fuoco sia terminato. «Beh, non posso dirglielo», ha detto.

Donald Trump ha avvertito che le forze iraniane verrebbero «spazzate via dalla faccia della Terra» se attaccassero le navi americane impegnate a riaprire il passaggio nello Stretto di Hormuz. Sul piano militare, il comandante del Centcom, Brad Cooper, non ha chiarito se il cessate il fuoco dell’8 aprile sia ancora valido, ma ha confermato tentativi di interferenza da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

Il fronte diplomatico e il ruolo del Pakistan

Sul piano politico, i canali restano aperti ma fragili. Il Pakistan continua a svolgere un ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran, dopo aver ospitato i primi colloqui a Islamabad. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha condannato gli attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti e ha chiesto il rispetto della tregua per lasciare spazio alla diplomazia. Ma la distanza tra le parti resta ampia e la prospettiva di un accordo appare sempre più incerta. Ieri gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di un attacco con droni che ha provocato un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah, il più grande hub di stoccaggio del Paese. In Oman, due persone sono rimaste ferite in un attacco vicino al confine emiratino.

Project Freedom e il corridoio Usa nello Stretto

In questo equilibrio instabile si inserisce l’operazione americana “Project Freedom”, voluta da Donald Trump per scortare le navi rimaste bloccate. Un’iniziativa che però, più che stabilizzare, aumenta il rischio di scontro diretto: il comando militare iraniano ha già avvertito che colpirà qualsiasi unità navale americana che si avvicini allo Stretto.

Washington sostiene di aver aperto un corridoio sicuro per le navi commerciali, scortate da unità militari, e di controllare il passaggio. Teheran respinge questa versione e definisce l’operazione “senza sbocco”, sostenendo che non esista una soluzione militare a una crisi politica.

Scontri e versioni opposte sugli attacchi in mare

Secondo il comando centrale americano, navi da guerra e elicotteri Usa hanno abbattuto missili e droni lanciati dall’Iran contro imbarcazioni militari e mercantili, distruggendo anche sei motoscafi ritenuti una minaccia per la navigazione. L’Iran ribalta completamente la ricostruzione: accusa gli Stati Uniti di aver colpito due imbarcazioni civili, causando la morte di cinque persone. Le autorità iraniane parlano di un attacco ingiustificato e annunciano un’indagine, mentre Washington sostiene di aver neutralizzato unità ostili.

La nave Maersk e il caos sulle informazioni

Nel mezzo dello scontro, emergono versioni contrastanti anche sul traffico commerciale. Il gruppo Maersk ha dichiarato che una propria nave, la Alliance Fairfax, ha lasciato il Golfo Persico scortata dalle forze statunitensi, completando il transito senza incidenti. Fonti iraniane però mettono in dubbio l’intera operazione, parlando di informazioni non confermate e sottolineando l’assenza di dati aggiornati sui sistemi di tracciamento marittimo. Un elemento che rafforza il clima di incertezza e propaganda.

Blackout digitale e controllo interno

Dentro l’Iran, il blackout di internet imposto dal regime è entrato nel suo terzo mese, uno dei più lunghi mai registrati. Una misura che, secondo gli osservatori, serve a limitare la circolazione di notizie su esecuzioni e repressione interna, creando una frattura netta tra chi ha accesso alla rete globale e la maggioranza della popolazione, isolata.

Petrolio, mercati e impatto globale

Intanto, la crisi si trasferisce immediatamente sull’economia. Il prezzo del petrolio resta volatile dopo i rialzi dei giorni scorsi, segno di un mercato che reagisce a ogni segnale proveniente dallo Stretto. Hormuz si conferma così non solo un punto strategico militare, ma il luogo in cui la tensione geopolitica si traduce in effetti diretti sull’economia globale. Sullo sfondo, la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva avverte che l’inflazione è già in aumento e che l’economia globale potrebbe affrontare scenari «molto peggiori» se il conflitto dovesse protrarsi fino al 2027, con il petrolio spinto verso quota 125 dollari al barile.

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