Trump scatena la sua vendetta contro James Comey, l’ex direttore dell’Fbi diventato solo l’ultimo delle vittime di una giustizia Usa sempre più politicizzata
«Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E credo ancora nell’indipendenza della magistratura federale. Quindi: andiamo avanti». Così James Comey, ex direttore dell’Fbi, incriminato per una foto con l’accusa di aver attentato alla vita del presidente Trump e per divulgazione minacciosa via social network. Sono accuse gravissime quelle che compaiono nel nuovo atto d’accusa federale contro l’ex funzionario Usa, rese pubbliche due giorni fa e affidate a un video sul suo Substack — l’unico tribunale da cui, per ora, Comey ha potuto difendersi. Un caso paradigmatico della giustizia americana nell’era Trump.
L’ex direttore della polizia federale si consegnerà alle autorità della Virginia mercoledì, come riporta il Washington Post. Seguirà poi un’udienza in North Carolina per un eventuale patteggiamento, con un rischio massimo di cinque anni per ciascun capo d’accusa. Dieci anni in tutto, per una foto di vacanza.
L’origine del caso: la foto
Facciamo un po’ di ordine. Tutto parte nell’estate del 2025, quando Comey pubblica imprudentemente una foto sul nuovo banco delle prove dei nostri tempi: i social network. L’immagine ritrae una spiaggia del North Carolina. Sulla sabbia, alcune conchiglie formano il numero 86 accanto al 47. Per la Casa Bianca e per molti sostenitori di Trump il messaggio è inequivocabile: “86” è un’espressione che viene dal gergo dei ristoranti americani, dove significava che un piatto era esaurito, quindi “fuori menu“, e per estensione “eliminato.”
Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Comey rimosse il post nel giro di poche ore e si scusò pubblicamente. «Non mi era mai venuto in mente», scrisse, «ma mi oppongo a qualsiasi forma di violenza». Fu interrogato dal Secret Service. Il Dipartimento di Giustizia aprì un fascicolo, poi lo archiviò. Poi lo riaprì. Poi, martedì scorso, ha formalizzato le accuse. L’avvocato di Comey, Patrick Fitzgerald, promette battaglia: «Contesteremo queste accuse in tribunale e contiamo di scagionare il signor Comey e il Primo Emendamento».
Un conflitto che viene da lontano
Tuttavia l’avversione tra Comey e il tycoon ha radici antiche di due lustri. Nel 2016, da direttore dell’Fbi, Comey guidò le indagini sui presunti legami tra la campagna Trump e la Russia. Nel maggio del 2017, a due anni dalle elezioni, Trump lo licenziò mentre Comey stava guardando la televisione. «James Comey è un pazzo», disse il presidente.
Nel 2018 arrivò il libro di memorie A Higher Loyalty, in cui Comey definiva Trump «non etico» e la sua presidenza una «deformazione» delle istituzioni. Trump aveva già fatto pressioni esplicite sull’allora ministra della Giustizia Pam Bondi affinché si procedesse contro Comey. Bondi è stata licenziata il 2 aprile scorso, accusata di non essere stata abbastanza aggressiva.
Non è la prima volta che questa amministrazione cerca di utilizzare le leve della giustizia per affossare avversari politici o figure degli apparati. È già successo il 9 ottobre 2025 con Letitia James, procuratrice generale di New York, accusata di frode ipotecaria con pressioni dalla Casa Bianca in un procedimento poi archiviato perché il procuratore era stato nominato in modo illegittimo.
Altri casi controversi
È già successo dal luglio 2025 con John Brennan, ex direttore della Cia, che deve ancora rispondere a un’indagine penale in corso — lui nega qualsiasi illecito. Ed è successo ancora martedì 28 aprile — lo stesso giorno dell’incriminazione di Comey — con un ex collaboratore di Anthony Fauci, accusato di aver occultato documenti federali sulla ricerca dei coronavirus nei pipistrelli.
Il filo rosso che lega i casi è il fatto che siano avversari di Donald Trump. Lo aveva detto il senatore democratico Mark Warner: «questa situazione è l’ennesima dimostrazione che il presidente sta mantenendo la sua promessa di trasformare il sistema giudiziario in un’arma per punire e mettere a tacere i suoi nemici».
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Comey, nel video di martedì sera, ha aggiunto: «Questo non è chi siamo come Paese. Non è come dovrebbe funzionare il Dipartimento di Giustizia». Una situazione paradossale che ci restituisce gli States in piena lotta intestina nelle aule dei tribunali, schiavi del fatto che la credibilità democratica della prima potenza mondiale passa per una foto di conchiglie su Instagram, mentre il Dipartimento di Giustizia si trasforma nel dipartimento lamentele e reclami del presidente degli Stati Uniti d’America.



















