30 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Apr, 2026

Cina, dazi a zero e petrolio: la strategia di Pechino per scalzare gli Stati Uniti

Mentre Washington punta a colpire Teheran, la Cina sfrutta la crisi per consolidare la propria resilienza interna e rafforzare la sua influenza globale, tra dazi a zero e offerte di petrolio ai Paesi in crisi


Il paradosso strategico della guerra in Medio Oriente è che un conflitto pensato per indebolire la Cina, attraverso l’eliminazione del suo alleato (e fornitore energetico) iraniano, rischia di concludersi con un rafforzamento del grande nemico asiatico degli Stati Uniti. Secondo il Financial Times, infatti, la Cina si appresterebbe a riprendere le esportazioni di carburante per aerei, benzina e gasolio a partire già da maggio, una mossa che potrebbe alleviare significativamente la carenza globale causata dal conflitto con l’Iran.

Pechino aveva sospeso temporaneamente l’esportazione dei prodotti di raffinazione del greggio a seguito dello scoppio del conflitto in Medio Oriente e della conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, allo scopo di tutelare le proprie forniture interne, pur evitando azioni più drastiche come razionamenti o limitazioni al trasporto pubblico come avvenuto altrove. Secondo diverse fonti del settore, infatti, le principali compagnie petrolifere statali del Paese hanno richiesto permessi di esportazione per spedire carburante a maggio, il che ha spinto diversi osservatori – consci dell’alto livello di coordinazione politica tra imprese e governo nella Repubblica Popolare Cinese – a ritenere che il divieto potrebbe essere allentato.

Stabilità interna e fiducia del governo

Un esponente di una importante compagnia petrolifera statale cinese ha affermato che il governo ritiene che il fabbisogno interno di carburante della Cina sia ormai “stabile”, aprendo la porta alla ripresa delle esportazioni. La scelta segnala chiaramente la forte fiducia nel sistema-paese cinese dell’amministrazione guidata dal presidente-segretario generale Xi Jinping, secondo il quale la Cina è ben equipaggiata – grazie a scelte oculate – ad affrontare la crisi vigente.

Non solo, infatti, Pechino dispone delle più grandi riserve di petrolio mai accumulate (si stima circa 1.4 miliardi di barili) ma può contare anche su alleati affidabili come la Russia, che si è già offerta di coprire gli eventuali ammanchi dovuti al calo di acquisti dall’Iran o dai Paesi del Golfo (che nel 2025 formavano assieme quasi il 60% delle importazioni di greggio cinesi). La Repubblica Popolare può inoltre contare su reti di distribuzione dell’energia elettrica riscritti da zero dopo l’ondata di blackout che paralizzò la Cina centrale nel 2020-2021, durante la crisi del Covid.

Il vantaggio industriale e tecnologico

La Cina può inoltre contare su un settore industriale high tech che rappresenta la quasi totalità della produzione mondiale di pannelli solari, batterie e tutto ciò che sostiene le cosiddette energie rinnovabili. Un elemento che rafforza ulteriormente la resilienza strutturale del sistema energetico cinese, riducendo la dipendenza da shock esterni e aumentando la capacità di adattamento alle crisi globali.

Ma, oltre alla resilienza di Pechino, il piano cinese segnala anche un’altra ambizione vale a dire quella di sfruttare la crisi americana per coltivare una posizione di influenza nel Terzo mondo. La Cina è un importante esportatore di carburante per aerei e gasolio verso Australia, Giappone, Vietnam, Filippine e Bangladesh e le sue autorità hanno già descritto la ripresa delle esportazioni come un gesto di buona volontà nei confronti dei propri vicini.

Prioprio pochi giorni fa il ministro degli Esteri thailandese Sihasak Phuangketkeow si era lamentato di come le proprie preoccupazioni circa la crisi energetica che stava strangolando Bangkok fossero ignorate dal tradizionale alleato americano. Xi oggi punta a essere quella spalla che Washington non sembra più intenzionata ad offrire, inserendosi in un vuoto diplomatico sempre più evidente.

Taiwan e l’uso politico dell’energia

All’inizio della crisi, Pechino aveva anche offerto al governo di Taiwan uno schema di “sicurezza energetica comune”, in cui la Cina si sarebbe fatta carica della domanda taiwanese in cambio di un legame più stretto con la madrepatria. Offerta respinta al mittente, ma che ha segnalato in maniera lampante la tendenza cinese a impiegare lo strumento energetico ed economico per fini politici.

Non a caso, le autorità cinesi hanno annunciato anche che, a partire dal 1° maggio 2026, la Cina estenderà il “regime di dazi zero” a tutti i Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche, per un periodo di circa due anni. Lo nuovo corso commerciale lanciato da Pechino, che sarà basato su una speciale aliquota tariffaria preferenziale per i Paesi amici della Cina, riguarderà 20 Paesi africani portando il numero complessivo dei beneficiari a quota 53 nazioni.

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Una mossa che si pone in netta antitesi con la “guerra di liberazione commerciale” a suon di dazi e minacce abbracciato invece dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. E’ anche la versione cinese della campagna di accordi commerciali sul libero mercato che l’Unione Europea ha lanciato all’indomani dei dazi trumpiani, dal Canada all’America del Sud fino all’India. L’obiettivo è il medesimo: rendersi meno dipendenti da Washington e contemporaneamente accaparrarsi i mercati del Sud globale. Sempre che nel frattempo non siano arrivati prima i cinesi.

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