Incendi, attacchi, riti religiosi, persino l’ora esatta: per secoli la comunicazione collettiva ha viaggiato sui rintocchi delle campane
Un rintocco che si perde nei secoli e racconta di quando gli uomini comunicavano porgendo l’orecchio al suono delle campane. Regine di un codice scandito da segnali sonori nato e fiorito prima dei messaggi sulle chat e del tam tam in rete.
Custodi di bip ante litteram, le campane accompagnano l’uomo fin dall’antichità con un meccanismo di comunicazione non linguistico ma valido per tutti. E se oggi sono sovrastate dalla tecnologia e dai rumori dei tempi moderni frenetici e
distratti, per lungo tempo le campane hanno cadenzato la vita delle comunità.
Quel rintocco che da secoli cadenza quotidianità
Un grande, immaginifico campanile sociale che nella forma somiglia a un calice rovesciato, composto da campane laiche poste su torri e palazzi comunali per regolare la vita civile e campane religiose legate alla liturgia della Chiesa. Nelle città e nei borghi di campagna, nei paesini di montagna, nei luoghi più sperduti e disparati come in quelli affollati e conosciuti, le campane hanno cadenzato la quotidianità. Hanno dettato il tempo.
Contato le ore a colpi di batacchio. Dato la sveglia e la buonanotte. Segnato il mezzogiorno e la fine del lavoro al tramonto. Chiamato i fedeli alla preghiera: messa, vespri, novene. Ave Maria e Angelus. I loro rintocchi cupi squarciano il silenzio e accompagnano il dolore degli addii ai funerali, ancora oggi. Gli scampanii di giubilo si odono nei giorni di festa, gioia e rinascita. E c’è stato pure un tempo in cui il loro suono a martello ha dato l’allarme per incendi, minacce, guerre, pestilenze, carestie e incursione dei pirati dalle coste.
Forme e nomi diversi di un “ritmo” comune
Messaggere prima dei social, questi strumenti musicali definiti “idiofoni a percussione diretta”, hanno messo in connessione gli uomini attraverso rintocchi e tocchi. Sinonimi sì, ma con una sottile differenza accentuata in Toscana. Il rintocco descrive i suoni prolungati del bronzo che si propagano nell’aria, mentre il tocco può essere un singolo, preciso colpo secco. In mezzo c’è pure il latino e quel tintinnabulum onomatopeico il cui suono ci fa tornare ai sonagli per bambini.
La narrazione sulle campane ci porta indietro nei secoli con il Medio Evo a fare la parte del leone. È questa l’epoca in cui si riscopre la campana e se ne rivoluziona aspetto e funzione.
Lungo la storia s’incontrano campane dalle forme e dai nomi curiosi: campane ad alveare, a pan di zucchero, a tulipano, alla francese, all’italiana, alla padana, all’europea e all’orientale. Ed è in Cina che dobbiamo andare per trovare quelle fonti storiche che collocano nel Paese asiatico alcuni millenni prima di Cristo, la nascita dei primi prototipi. Esemplari diversi per come li intendiamo oggi. Più simili ai gongs in rame, questi avi dei “din-don” sono arrivati fino ai nostri giorni. Il più antico reperto archeologico in materia, pare sia un campanello trovato vicino a Babilonia e databile intorno al primo millennio a.C.
Si deve poi all’archeologo scopritore di Ninive e ex sottosegretario di Stato per gli affari esteri del Regno Unito, sir Austen Henry Layard (1817-1894) il ritrovamento di otto campanelli fusi in un calderone di rame. Codici, usi e costumi s’intrecciano. Nell’antico Egitto sacerdoti e danzatrici legavano campanelli alle caviglie durante le sacre cerimonie nei templi. In Grecia,
di piccole campane parla Eschilio, ma anche Euripide e Tucidide e non solo.
Il Paese dei mille campanili
L’Italia – il Paese dei mille campanili – entra da protagonista in questa storia. La campana con battacchio interno sarebbe infatti un’invenzione italiana, introdotta da san Paolino vescovo di Nola nel V secolo. C’è, però, chi sostiene che non vi siano
documenti che attestino la paternità dell’invenzione al Santo. Resta il fatto che il vescovo Paolino avrebbe anche favorito la produzione per uso liturgico dei vasa campana (alla lettera: vasi della Campania) o campane.
Tra l’VIII e il IX secolo le chiese e le pievi incominciano a essere dotate di campane. Nascono i primi campanili e col tempo si va affinando anche l’arte dei fonditori e le differenze di suono fra un paese e l’altro: nascono così segnali associati alle campane e codificati dalla popolazione che durano fino ai nostri giorni. Basti pensare che in alcuni comuni lombardi fino agli anni Ottanta veniva suonato il “campanone” per annunciare l’arrivo dell’esattore o che in alcune zone del nord Italia lo si suona ancora alle 22 per ricordare il momento in cui in passato venivano chiuse le porte della città. Una secolare attrazione sono le torri medioevali di San Gimignano. Tra queste, quelle comunali e campanarie ospitano o ospitavano campane. La Torre Rognosa o Torre dell’Orologio, ad esempio, vanta la campana della Misericordia: la più antica.
Tappa ad Agnone, nella Pontificia fonderia Marinelli
Il viaggio nella storia delle campane non può non far tappa ad Agnone, nell’alto Molise. Qui si trova la Pontificia fonderia Marinelli, nota in tutto il mondo per le sue campane prodotte senza interruzione dal Medioevo. È questa la più antica
fonderia italiana e la terza impresa familiare più antica al mondo. Le sue origini risalgono all’anno 1000. La fonderia è ricordata per la fabbricazione di campane per edifici di notevole importanza come la cattedrale della Beata Vergine del Santo
Rosario di Pompei o l’abbazia di Montecassino.
Le prime campane ufficiali fuse dalla Marinelli risalgono al 1339. Una data in rosso ci porta poi nel 1924 quando Papa Pio X conferisce alla famiglia l’onore di avvalersi dello Stemma Pontificio perché potesse essere rappresentato nel volto delle campane. La Grande Storia s’intreccia con quella di questa fabbrica. Quando nel 1944 i tedeschi arrivano ad Agnone, la fonderia viene chiusa e usata come quartier generale per le missioni di battaglia. Le campane in fase di fusione distrutte e rifuse per creare cannoni. Oggi, nel museo della Pontificia fonderia di campane Marinelli si può anche ammirare un raro esemplare di campana gotica che la tradizione vuole sia stata fusa 1000 anni fa, ad Agnone.
I rintocchi che annunciano l’approvazione della Costituzione
Nella Storia ci finisce pure un campanone che reca incisa la scritta latina “Diligite iustitiam qui iudicatis terram” (onorate la giustizia voi che giudicate in terra). Il motivo è preciso: in epoca pre-unitaria questa campana segnalava l’inizio delle udienze del tribunale pontificio. Si tratta della campana di Montecitorio. Oggi suona solo in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ma, si ricorda che un tempo il rintocco più curioso di questo campanone laico era quello previsto il sabato, quando il popolo si radunava nella piazza per assistere all’estrazione dei numeri del lotto gridati dal balcone da un orfanello, chiamato ‘ruffianello’. Curiosità e vita vissuta e verace legata al campanone di Montecitorio, lo stesso che il 22 dicembre 1947, alle 18:35, suonò a distesa per annunciare l’approvazione definitiva della Costituzione Italiana da parte dell’Assemblea Costituente, con 458 voti favorevoli e 62 contrari.
Da Pascoli a Hemingwaj: le campane “letterarie”
Non solo Storia. In Letteratura celebri sono le campane della sera – sonore grida lontane – di Giovanni Pascoli, protagoniste anche in “Alba festiva”, questa volta come simbolo di festa e di gioia. E se Hemingway ispirandosi a un sermone di John Donne intitola uno dei suoi romanzi più celebri “Per chi suona la campana”, Edgar Allan Poe nella lirica “Le campane” utilizza il loro suono come allegoria delle fasi della vita: dalla gioia giovanile alla tristezza della vecchiaia e della morte. Leggendarie sono le campane di “Notre-Dame de Paris” così come Quasimodo: il personaggio immaginario creato da Victor Hugo per il suo capolavoro. Il campanaro è un essere deforme e di mostruosa bruttezza. Guercio e zoppo è diventato sordo per la sua prolungata vicinanza alle campane. Il gobbo di Notre Dame ha il compito di suonare le campane della cattedrale in cui vive
nascosto.
Romanzi, racconti, poesie e opere d’arte. Le campane catturano pure l’occhio di pittori e artisti. L’Angelus (1857-1859) di Jean-François Millet è forse l’opera più celebre dove ritrovare il suono di una campana attraverso la raffigurazione dell’Angelus Domini: nome dato al suono delle campane che, tre volte al giorno (alba, mezzogiorno e tramonto), invitano i fedeli a recitare una devozione. Il quadro raffigura due contadini che interrompono il lavoro nei campi al suono della campana vespertina della chiesa di Chailly-en-Bière che si intravede sullo sfondo, per recitare la preghiera. Van Gogh ne rimane colpito al punto da
riprodurre il dipinto di Millet in un disegno a matita, acquerello e gessetto mantenendone il medesimo titolo. Mentre, Dalì dedica all’opera un libro dal titolo “Il mito tragico dell’Angelus di Millet”.
Tra storia e leggenda
Di campana in campana, tra un rintocco e l’altro leggende e rituali si alimentano. Tra le più note c’è quella di punta Campanella, fiorita sul promontorio tra la costiera sorrentina e quella amalfitana. La faccenda viene raccontata più o meno
così. Nel 1558, i saraceni, dopo aver saccheggiato Sorrento, rubano la campana della basilica di Sant’Antonino. La nave che la trasporta rimane bloccata al largo del promontorio; solo gettando la campana in mare i saraceni riescono a ripartire.
Ad aggiungere suggestione c’è chi dice che ogni 14 febbraio si sentono ancora i rintocchi della campana di S. Antonino provenire dalle profondità marine. Il fascino misterioso delle campane lo ritroviamo pure quando Lando Fiorini rende popolare “Cento campane”, brano di Grano e Fiorentini diventato prima ancora con la voce di Nico Tirone la popolare sigla di uno sceneggiato della tv in bianco e nero degli anni Settanta che teneva incollati al piccolo schermo gli italiani. Era il “Segno del comando”. Protagonisti in una Roma stregata, Ugo Pagliai e Carla Gravina.
Per finire, nella narrazione intorno alle campane c’è ancora un fatto storico che val la pena ricordare. Siamo nel 1494 quando Carlo VIII di Francia si dirige verso il Regno di Napoli, di cui si ritiene legittimo erede. Accolto con favore a Milano da Ludovico il Moro, incontra le resistenze di Firenze tornata repubblica alla morte di Lorenzo il Magnifico. Alle minacce del re di Francia, il gonfaloniere di Giustizia della Repubblica fiorentina, Pier Capponi risponde così: «Se voisuonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane». Metafore efficaci: le “trombe” rappresentano l’esercito e la guerra, le “campane” indicano
l’insurrezione dei fiorentini. La frase finisce dritta dritta nei libri di Storia mentre l’eco di quelle parole sembra emergere tra le righe dei tempi moderni.


















