Rubbettino ripubblica “Utopia e realtà” di Carr, uscito nel lontano 1939
In una situazione particolarmente complessa e delicata sul piano internazionale, quale è quella attuale, gli studi sui classici del pensiero politico internazionale e segnatamente sul realismo politico tornano assai utili: non per esprimere giudizi fugaci e superficiali, quanto per avere a disposizione utensili imprescindibili per provare a capire qualcosa di quel che succede. Pensiamo al volume collettaneo Pensiero politico e relazioni internazionali. Dalla modernità al mondo globale, curato da Alessandro Campi e Michele Chiaruzzi e pubblicato da Rubbettino, così come a un paio di volumi curati da Damiano Palano per Vita e Pensiero (Le forme della realtà. Una mappa dei realismi politici e Il potere e la gloria. Antropologie del realismo politico). Grazie all’editore calabrese sono inoltre disponibili numerosi scritti di autori classici del realismo politico: Hans J. Morgenthau, Raymond Aron, Gianfranco Miglio ed Edward H. Carr.
L’opera di Carr tra pregi e limiti
Proprio dello studioso britannico è ora uscito in seconda edizione, pubblicato sempre per Rubbettino con la cura di Campi, Utopia e realtà. Un testo pensato nel 1937 e mandato in stampa nel luglio del 1939, si dirà, datato e superato, ma con cui invece è importante fare i conti. Come del resto con ogni classico che si rispetti. Pubblicato nella collana “Biblioteca di Politica” diretta dal politologo dell’Università di Perugia, il volume va contestualizzato adeguatamente. E così fanno sia Campi nella sua lunga introduzione, sia Chiaruzzi nella sua postfazione. Prima di leggere il volume, dunque, immergetevi nello scritto del curatore per capirne le origini, i pregi e i limiti. Chi era infatti Carr? Un «marxista-vittoriano», come è stato descritto, ovvero un «Machiavelli senza virtù», per richiamare la definizione di Morgenthau ripresa da Chiaruzzi? Quel che è certo, ricorda Campi, è che prima di etichettarlo, Carr va letto. E nel leggerlo si possono trovare utili spunti di riflessione, senza per questo condividerne analisi e posizioni da liberal affascinato dal mondo sovietico.
Il realismo al limite del cinismo
Diplomatico, giornalista e studioso di politica internazionale, Carr è noto soprattutto per una monumentale storia dell’Unione Sovietica in 14 volumi così come per le sue riflessioni sulla storia tradotte per Einaudi. Utopia e realtà è importante però perché chiarisce il pensiero dell’autore in fatto di politica internazionale. Ne emerge certamente una prospettiva realista ai limiti del cinismo, in cui il potere non solo è riconosciuto come parte ineliminabile delle faccende umane ma viene forse anche, almeno in certa misura, idolatrato; in cui l’etica è sottoposta alla politica, così come lo è, non meno, l’economia.
Scrive Carr sul punto: «La chiara accettazione della subordinazione del vantaggio economico ai fini sociali, e il riconoscimento che ciò che è economicamente positivo non è sempre moralmente giusto, andrebbero estesi dalla sfera nazionale a quella internazionale. La crescente eliminazione del profitto dall’economia nazionale dovrebbe in ogni caso facilitarne la parziale eliminazione dalla politica estera».
Non è allora un caso che la sua visione venne aspramente criticata da Friedrich von Hayek ne La via della schiavitù (1944) e poco dopo anche da Wilhelm Röpke ne L’ordine internazionale (entrambi pure tradotti da Rubbettino). Nel capitolo intitolato I totalitari tra noi, lo scienziato sociale austriaco vedeva proprio in Carr, come d’altronde in Carl Schmitt, un comune sentimento ostile al liberalismo. Venerazione per lo Stato e per il potere politico, apologia per l’organizzazione burocratica dell’economia, disprezzo per la libertà individuale: idee condivise a destra come a sinistra, forse mai venute meno.
Utopismo e realismo, poli in competizione
Secondo Carr, in fondo, la crisi dell’ordine internazionale seguita alla Grande Guerra dimostra la fallacità di un sistema basato sul commercio e su una presunta armonia degli interessi tra le nazioni. Per lui, tale visione è fondamentalmente utopistica e va dunque rigettata – anzi demolita, per usare le sue parole testuali – su più solide basi realiste. Ciò non significa che Carr rifiuti l’utopismo, cioè l’idealismo in quanto tale. Fin da subito chiarisce come utopismo e realismo siano poli in competizione tra loro che caratterizzano la politica.
Non solo. L’uno vive del confronto aspro che istituisce con l’altro: non a caso, si legge, per lo studioso britannico un pensiero politico «sano» deve «basarsi contemporaneamente su elementi di utopismo e realismo». È chiaro, però, che per Carr l’opzione realista sia la più proficua per l’essere umano: perché comprende come il potere non sia eliminabile; perché vede nella politica, e dunque nello Stato, soprattutto se una grande potenza, un elemento imprescindibile di ordine e sicurezza; perché non illude l’uomo della possibilità di pacificare una situazione internazionale caratterizzata dall’anarchia e di trovare una convergenza di interessi tra nazioni diverse.
Campi nota come il libro si dimostri «un pezzo di antiquariato» già poco dopo la sua pubblicazione: la fascinazione di Carr per il comunismo e per la politica di potenza hitleriana più che caratterizzarlo come un pensatore realista, lo identificano come un idealista incapace di guardare alla realtà senza paraocchi ideologici. Nel mettere a nudo le debolezze e le contraddizioni dell’utopismo, Carr non si è forse reso conto dei propri abbagli.
la “Rivista di Politica”
Chi si voglia affacciare, da studioso o semplice osservatore, al realismo politico ha per fortuna da qualche tempo a questa parte molte opere a sua disposizione in lingua italiana. Si tratta infatti di una tradizione costitutiva del pensiero politico occidentale ed estremamente plurale al suo interno, a tal punto da dare vita a versioni confliggenti tra loro. Ricordiamo, a tal proposito, la monumentale opera composta da oltre cinquanta saggi (e più di 900 pagine!), curata da Campi e Stefano De Luca e nata da un convegno della “Rivista di Politica”, Il realismo politico. Figure, concetti, prospettive di ricerca (Rubbettino, 2015): rimane a tutt’oggi un punto di riferimento per chiunque vi si voglia accostare in maniera rigorosa.
D’altronde, Campi è una delle figure del nostro Paese che più si è spesa per la riscoperta del realismo come lente analitica utile per lo studio della politica. Il quale non va necessariamente declinato come brutale cinismo. Sul punto ha scritto recentemente lo scienziato sociale “aroniano” che si tratta di «un’attitudine mentale, di un modo di guardare la politica e i fatti della storia in una chiave disincantata (ma non cinica), avendo cura di osservare i fatti con oggettività e attenzione, mettendo da parte le proprie personali passioni, guardando alla storia come una fonte primaria di conoscenza».
Il lavoro del professore dell’Università di Perugia, grazie soprattutto alle ricerche promosse dall’Istituto di Politica e dal trimestrale di studi collegato citato sopra, ha dato allora molti frutti. Innumerevoli autori, come Carr stesso, sono stati riscoperti dalle colonne della “Rivista di Politica”, anche con la collaborazione sinergica di altri importanti studiosi del tema.


















