24 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Apr, 2026

Gentile ministra Roccella, serve una legge per i ‘bambini del bosco’

I figli della 'famiglia del bosco'

Gentile Ministra Eugenia Roccella, c’è un punto nei boschi in cui il sentiero si interrompe. Non perché finisca davvero, ma perché qualcuno ha deciso di cancellarne le tracce. È in quel punto che si perdono i bambini. Non fisicamente. Si perdono nel legame che li tiene al mondo. La metafora racconta il vissuto di tre bambini da troppo tempo lontani da casa. Sottratti alla loro famiglia.

Trasferiti in una comunità. Il loro rapporto con i genitori interrotto, ridotto a incontri regolati, scanditi da orari, vigilati come se l’affetto fosse una variabile da amministrare. È trascorso un tempo che, per un adulto, può apparire lungo. Per i bambini è una frattura. Una sospensione che incide nella struttura stessa della loro crescita.

Il parere degli esperti ignorato

Eppure sul loro caso si è registrata una convergenza che raramente si vede. Psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili, studiosi che hanno esaminato la vicenda – l’ultimo, Massimo Ammanniti sul Corriere della Sera di ieri – hanno indicato con chiarezza il rischio: l’allontanamento prolungato produce un trauma. Un trauma che può diventare irreversibile. Hanno chiesto, con il linguaggio della scienza e il rigore dell’esperienza, di ricomporre il quadro familiare. Non sono stati ascoltati.

Il Tribunale dei minori dell’Aquila è rimasto fermo nelle sue determinazioni. Ha difeso una decisione iniziale fino a trasformarla in una sentenza irrevocabile. Attorno a quella decisione si è consolidato un impianto costruito da relazioni sociali e valutazioni amministrative che hanno finito per sostenersi reciprocamente.

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La condizione della madre

Nel frattempo, la madre è stata confinata in una condizione che sfugge a ogni razionalità. Una coabitazione separata, all’interno della stessa struttura. Spazi distinti. Tempi contingentati. Il rapporto con i figli filtrato, ridotto a funzione. Un’esperienza che non tutela, ma altera.

Quando quella condizione ha prodotto reazioni — inevitabili, umanissime — quelle reazioni sono state utilizzate come prova. Prova di inadeguatezza. Prova della necessità dell’allontanamento. È il paradosso di un potere che interviene, sconvolge un equilibrio, e poi utilizza le conseguenze di quello sconvolgimento per legittimarsi a posteriori. Uno schema chiuso. E, proprio per questo, pericoloso.

Bambini al centro del conflitto

Nel frattempo, quei bambini sono diventati il terreno di un conflitto. La politica li ha trasformati in oggetto di esposizione mediatica. La magistratura si è trincerata nella difesa della propria autonomia. Due piani che si scontrano. E in mezzo, ancora una volta, i minori.

Il punto, Ministra, è più profondo. Riguarda la struttura stessa del diritto che governa queste decisioni. La nozione di “interesse del minore” è, per sua natura, ampia. Comprende il diritto a una famiglia amorevole e accudente, ma anche il diritto alla salute, all’igiene, alla scolarità, alla socialità. È una formula inclusiva. Necessaria. Ma proprio per questo esposta a un rischio: quello di diventare una clausola indeterminata affidata alla discrezionalità.

Diritti senza gerarchia

La legge non stabilisce una gerarchia tra questi diritti. Non chiarisce cosa accade quando entrano in conflitto. Non definisce quale debba prevalere quando la tutela di uno comporta la compressione di un altro. Può la tutela della scolarità giustificare la sottrazione di un bambino a una famiglia amorevole, anzi la sottrazione di una famiglia amorevole a un bambino? Può un criterio amministrativo prevalere sul legame affettivo primario? Può una valutazione soggettiva, ancorata a una visione implicita della famiglia e della società, sostituirsi a una scelta che dovrebbe appartenere alla politica legislativa?

Sono domande che non possono trovare risposta nella solitudine di un provvedimento giudiziario. Qui si misura il limite. La discrezionalità, quando non è delimitata, tende a espandersi. E quando si espande su materie così sensibili, rischia di trasformare la tutela in controllo, il potere in arbitrio.

Un problema sistemico

Per questo il caso dei cosiddetti “bambini nel bosco” non è un’eccezione. È un segnale. La punta visibile di un fenomeno più ampio che coinvolge migliaia di famiglie. Un sistema in cui l’assenza di criteri chiari apre spazi all’arbitrio, anche quando non intenzionale.

L’intera storia degli interventi a tutela dei minori degli ultimi decenni riflette conflitti tra visioni diverse e spesso antagoniste della società e delle politiche pubbliche. Poiché i destinatari di queste politiche sono i soggetti da tutelare, cioè i minori, è legittimo pretendere che una democrazia liberale definisca le finalità e i limiti di un intervento dello Stato che impatta con diritti e valori così primari.

Non basta la riforma procedurale

Non basta intervenire sulle procedure. Non è sufficiente rafforzare le garanzie formali, come pure si sta tentando di fare con un disegno di legge per riformare il sistema di affidamento dei minori in situazioni di difficoltà. Non si tratta solo di sostituire alla relazione di un’assistente sociale la diagnosi di una commissione interdisciplinare composta da neuropsichiatri infantili, psicologi dell’età evolutiva, pedagogisti. C’è un nodo più sostanziale da sciogliere.

Occorre stabilire, con chiarezza legislativa, quale sia il nucleo indisponibile dell’interesse del minore. Occorre dire se e in quale misura il legame affettivo primario con genitori adeguati costituisca il fondamento su cui tutti gli altri diritti si innestano. Occorre fissare limiti al potere interpretativo, ancorandolo non solo alla norma, ma anche alle acquisizioni consolidate della comunità scientifica.

L’appello alla ministra

Per questo, Ministra, le rivolgo una richiesta che è insieme politica e istituzionale. Di fronte a una situazione che ha ormai i tratti dell’emergenza, si valuti l’opportunità di un intervento normativo immediato. Un decreto che definisca il rapporto tra i diritti in gioco. Che riduca l’area dell’indeterminatezza. Che restituisca al Parlamento, in consonanza con la migliore scienza, la responsabilità di tracciare i confini. Non per limitare la magistratura. Ma per sottrarre decisioni così radicali alla solitudine della discrezionalità.

Lei ha mostrato, in più occasioni, sensibilità su questi temi. È a quella sensibilità che faccio appello. Non per alimentare uno scontro tra poteri, ma per ricondurre la questione al suo centro: i bambini. Perché nei boschi, quando il sentiero scompare, qualcuno deve avere il coraggio di ridisegnarlo. Non per imporre una direzione. Ma per evitare che a perdersi siano, ancora una volta, i più deboli.

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