Dopo il referendum, la politica sembra andare avanti senza scelte. Ma i nodi restano: riforme, lavoro e strategia economica
Nella politica italiana del dopo-referendum c’è qualcosa di stonato. Governo e opposizione si muovono dentro una bolla evanescente e quasi irreale, mentre il conto si fa ogni giorno più pesante. Il voto del 23 e 24 marzo ha prodotto una grande illusione: che il sistema si sia rimesso in moto senza bisogno di scelte chiare e di riforme coraggiose.
La maggioranza sposta alcune caselle e va avanti. I sondaggi danno il centrosinistra in testa e Giuseppe Conte torna competitivo. Ma la questione decisiva resta sospesa: per fare cosa? La politica sembra aver smarrito non solo le soluzioni, ma persino i problemi.
I nodi irrisolti del governo
Il governo entra nell’ultimo anno di legislatura con margini di manovra ridotti. Piccoli aggiustamenti, manutenzione ordinaria, rinuncia inevitabile a metter mano alla riforma della giustizia. Si notano gli interventi attesi sul rinnovo dei contratti pubblici, e poco altro. È vero che la situazione internazionale mette tutta l’Europa sulla stessa barca e la porta in alto mare. Ma anche qui servirebbe una svolta. Si può stare ancora con l’Ucraina e insieme con Viktor Orban? Si può eludere il dato di un’America che è ormai organica alleata dei nostri nemici, smonta la Nato e decide guerre epocali senza consultare nessuno? E anche nella politica economica l’agenda sconta troppi rinvii, dal taglio strutturale del cuneo fiscale a un piano serio su produttività e industria 5.0, dai grandi nodi irrisolti come la siderurgia fino agli investimenti necessari su innovazione e tecnologia.
Il problema dell’occupazione
Ferruccio De Bortoli ricorda due dati che da soli raccontano il nostro stallo. Da noi gli occupati hanno superato il record di 23 milioni, con un tasso del 62,4 per cento, ma siamo sempre 7 punti sotto la media europea. Da noi gli inattivi (studio Adapt) sono il 33,9 per cento nella fascia 15-64 anni, e in questo siamo primi in Europa con 10 punti sopra la media. Insieme alla politica estera (difesa europea, alleanze, ruolo dell’Onu), sono questi i temi su cui si dovrebbero dire parole chiare: dove investire, con quali risorse, cosa tagliare e con quali costi.
L’eterno letargo della sinistra
Invece si ode un assordante silenzio. Che nel caso dell’opposizione è addirittura coperto da un fragore festaiolo. Il centrosinistra esce dal referendum con un vantaggio minimo e una convinzione massima: che basti dire no per costruire un’alternativa. Sull’onda dell’entusiasmo, dice no persino al doveroso viaggio della premier in cerca di soluzioni per la crisi energetica. Essere uniti contro qualcosa è diverso da esserlo per un obiettivo, ma agli strateghi del campo largo va bene così.
Anzi, rispuntano dal letargo D’Alema e Bettini per chiedere alla loro protetta Elly Schlein «un atto di generosità», cioè fare spazio a Giuseppe Conte. Torna in voga il vecchio dogma del dalemian-bettinismo anni ’90 e 2000: conta vincere, con chi e per che cosa si vedrà poi. Poco importa che Conte sia molto indulgente (eufemismo voluto) con la Russia putiniana e con Donald Trump. E che in economia non si sia molto evoluto dai bonus a pioggia e dal reddito di cittadinanza. Va forte nei sondaggi, e ciò basta e avanza.
La verità su dove siamo, su dove vogliamo andare e su come farlo. Queste le pietre d’inciampo. Sono di ottone dorato, ma la nostra politica sembra non vederle.


















