17 Set, 2026

L’Italia micropolitana: il divario del Paese visto dalle città medie

La città di Altamura, in provincia di Bari

Lo studio a cura della Fondazione B.Live misura vitalità economica e demografica delle città medie, in evidenza i divari tra Nord e Sud


C’è un’Italia di mezzo che non coincide né con le grandi metropoli né con i piccoli comuni. Sono 260 città tra 30 mila e 100 mila abitanti, centri nei quali si concentrano ospedali, tribunali, scuole superiori, stazioni ferroviarie, distretti produttivi e reti di imprese. La Fondazione B.Live ha provato a misurarne la vitalità economica e demografica, mettendo insieme redditi, capacità imprenditoriale, occupazione e struttura della popolazione. Il risultato è una graduatoria che restituisce una geografia piuttosto netta: il Nord produttivo occupa gran parte delle posizioni migliori, una parte del Centro tiene, il Mezzogiorno si concentra nella parte bassa della classifica.

B.Live, confronto sull’urbanistica

B.Live è una Fondazione Ets promossa nel 2026 da Lombardini22, gruppo italiano di architettura e ingegneria, e ha sede a Bologna. A presiederla è l’economista Marco Marcatili, già direttore sviluppo di Nomisma. La Fondazione nasce come luogo di confronto tra pubblico e privato sulle trasformazioni urbane e territoriali, dedicando un’attenzione particolare proprio alle città piccole e medie, all’abitare e alle infrastrutture tecnologiche: realtà spesso schiacciate, anche nell’analisi economica, tra il racconto delle grandi metropoli e quello delle aree interne.

Un’analisi su 260 comuni

Lo studio divide i 260 comuni in tre fasce: 86 ad alto potenziale, 89 a potenziale intermedio e 85 a potenziale contenuto. Il dato principale emerge già dalla loro distribuzione geografica: nella fascia superiore prevalgono le città del Nord e di una parte del Centro, mentre al Sud aumentano nettamente quelle collocate nel terzo inferiore della graduatoria.

In testa c’è Seregno, con un indice di 84,6, seguita da Segrate con 83,9 e Merano con 83,6. Vengono poi Lissone, Formigine, San Lazzaro di Savena, Alba, Cernusco sul Naviglio, Treviso e Bassano del Grappa. Il denominatore comune è riconoscibile: redditi relativamente elevati, una presenza imprenditoriale consistente, occupazione robusta ed economie diversificate, capaci cioè di poggiare su una base produttiva sufficientemente larga.

La frattura tra Regioni

Il dato regionale rende la frattura ancora più evidente. L’Emilia-Romagna spicca: tutte le 13 città medie considerate si collocano nella fascia più alta. In Veneto sono nove su dodici, in Lombardia 25 su 36, in Toscana dodici su diciannove. È soprattutto in queste regioni che si concentra quella che lo studio identifica come l’ossatura del «micropolitano» produttivo italiano: città non abbastanza grandi da essere metropoli, ma sufficientemente strutturate da funzionare come nodi economici, produttivi e di servizi.

Un’Italia a tre velocità

Scendendo lungo la penisola il quadro cambia. La Campania è la regione con il maggior numero di città nel campione, 39, ma nessuna raggiunge la fascia alta e 25 finiscono in quella a potenziale contenuto. In Sicilia nessuna delle 28 città considerate entra nel gruppo superiore e 23 sono nell’ultima fascia. La Puglia presenta un quadro meno uniforme: tre città riescono a raggiungere il gruppo di testa, tra queste Altamura, mentre tredici si collocano nella fascia più debole.

Ne viene fuori un’Italia a tre velocità. Da una parte il nucleo produttivo formato soprattutto da Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Toscana e Marche, dove reddito, impresa e occupazione sostengono la vitalità dei centri medi. Poi una fascia di transizione che comprende, tra le altre, Piemonte, Lazio, Abruzzo, Umbria e Liguria, dove alla presenza di capacità economiche significative si accompagnano maggiori segnali di invecchiamento e una struttura economica meno dinamica. Infine gran parte del Mezzogiorno e delle isole, dove la debolezza è soprattutto nella capacità del territorio di generare reddito e attività produttive.

Il peso dell’economia

Il peso dell’economia nella graduatoria è del resto decisivo. Circa il 70 per cento dell’indice deriva da indicatori economici: reddito medio Irpef, intensità imprenditoriale, quota dei contribuenti con redditi superiori a 55 mila euro, reddito da fabbricati e diversificazione economica. Un altro 15 per cento dipende dall’indice di vecchiaia e il restante 15 dal tasso di occupazione provinciale. Le fonti sono Mef e Agenzia delle Entrate per i dati fiscali del 2023 e Istat per demografia e mercato del lavoro.

Le differenze sono consistenti. Nei comuni della fascia alta il reddito medio Irpef è di 25.265 euro, contro 18.603 in quelli della fascia più debole: il 36 per cento in più. L’intensità imprenditoriale passa dall’8,3 al 5,9 per cento e la quota dei contribuenti che dichiarano più di 55 mila euro è del 6,89 per cento nei primi contro il 2,92 nei secondi, oltre il doppio. La graduatoria suggerisce così che la distanza non dipende soltanto dal reddito disponibile, ma dalla capacità di un territorio di produrre impresa, occupazione e una base economica diversificata.

Reddito e demografia

C’è però un dato che complica la consueta contrapposizione tra Nord forte e Sud debole. I comuni economicamente più vitali hanno in media un indice di vecchiaia più alto, perché molte delle economie più solide sono concentrate nel Centro-Nord, dove l’invecchiamento è già avanzato. In città come Alghero, Nuoro, Spoleto, Chieti e Gorizia il problema non è tanto attrarre imprese quanto trattenere o richiamare popolazione.

L’indice, inoltre, non misura la qualità della vita: restano fuori sanità, scuola, trasporti, accessibilità, banda larga, capacità amministrativa, sicurezza e capitale sociale. Anche i limiti metodologici invitano alla cautela: l’Irpef registra il reddito dichiarato, mentre l’occupazione è rilevata su base provinciale. La ricerca non scopre dunque la frattura italiana, ma la osserva da un punto meno consueto: le città intermedie, dove il divario territoriale si traduce ogni giorno nella scelta se investire, restare o partire.

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