Trump vuole chiudere la guerra prima delle elezioni di midterm, ma il Pentagono prolunga il dispiegamento militare e Teheran continua a colpire. Hormuz resta militarizzato, i numeri sul petrolio contraddicono l’ottimismo della Casa Bianca
Trump vuole dichiarare vittoria. Ma l’Iran è ancora in piedi. Combatte. Colpisce. Sfida gli Stati Uniti su ogni fronte. Il presidente valuta la resa dei conti, mentre i Pasdaran avvertono: “La guerra finisce quando lo decidiamo noi, non quando lo dice Trump”.
Teheran promette di combattere per 50 anni. Le indiscrezioni arrivano dal Wall Street Journal. Trump è convinto che la pressione economica piegherà il regime. Ma sul campo l’Iran non è piegato. Allarga il conflitto.
L’amministrazione è divisa. Trump spinge per chiudere prima delle midterm. I suoi strateghi vogliono evitare un’ulteriore escalation. Fonti rivelano che i collaboratori premono per un congelamento fino al voto del 3 novembre. Una strategia che tradisce un consenso fragile. Secondo Reuters/Ipsos, solo il 31% degli americani è favorevole al conflitto. Il 63% lo giudica un errore.
La “guerra lampo” che durerà fino al 2027
Mentre Trump parla di vittoria, il Pentagono firma la proroga del dispiegamento. 50mila soldati. 19 navi, due portaerei e 13 cacciatorpediniere. Fino al 2027. La “guerra lampo” è un conflitto logorante. Una lettera dei vertici militari riconosce che l’estensione “pesa fortemente su ogni famiglia”.
La Marina ha difficoltà di rifornimento, costretta a fare affidamento su Diego Garcia. Ritardi nella posta, meno possibilità per i marinai di scendere a terra. Il conflitto ha già prodotto alcuni dei più lunghi dispiegamenti navali degli ultimi decenni. La USS Gerald R. Ford è rimasta in mare 11 mesi. La USS Abraham Lincoln torna alla base. La USS Theodore Roosevelt si prepara a un dispiegamento più lungo. Elementi dell’82ma Divisione aviotrasportata potrebbero restare fino al 2027. Segnali che la guerra è lungi dall’essere vinta.
Hormuz, i numeri smentiscono Trump
Ieri Trump ha esultato su Truth: 18 milioni di barili transitano da Hormuz. Contro i 20 milioni prebellici. “I volumi di petrolio sono tornati!” Ma i dati smentiscono.
Secondo TankerTrackers.com, la media degli ultimi 28 giorni è 5 milioni. I transiti sono crollati da 130 al giorno a poco più di 100 a settimana. Solo 6 navi commerciali hanno attraversato mercoledì. Le navi attraversano con i trasponder spenti. In un “canale oscuro”. Lo Stretto è militarizzato. L’Iran ha alzato il muro.
I Pasdaran hanno rivendicato attacchi missilistici e con droni contro basi Usa in Kuwait ed Emirati, la “31ª fase dell’operazione Saiqa”. Il Kuwait ha confermato l’intercettazione. “Palese aggressione iraniana”. Un funzionario americano ha smentito ad Al Jazeera. La tv di Stato iraniana ha trasmesso immagini di dense colonne di fumo.
«Gli americani facciano scorte di benzina»
L’Iran colpisce gli alleati. Il vicepresidente Aref ha annunciato un cambio di dottrina. “La risposta sarà asimmetrica, multilivello. Gli americani facciano scorte di benzina”. L’Iran cambia strategia. Colpisce dove fa più male.
Una minaccia che fa il paio con quella di Israel Katz. “Se l’Iran ci attacca, lo riporteremo all’età della pietra”. Katz ha avvertito: se Hezbollah attacca dal Libano, Israele colpirà “con una forza senza precedenti”. Il fronte libanese si riaccende.
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Il matrimonio colpito da una bomba americana
Il bilancio è drammatico. L’Iran ha aggiornato i morti degli ultimi raid Usa a 18. Quattro uccisi e 67 feriti durante un matrimonio a Sirik. Secondo Tasnim, sei marinai iraniani sono morti.
Trump ha corretto il segretario al Commercio Lutnick. Aveva negato vittime americane. “In Iran sono state uccise 18 persone!” Lutnick si è scusato: aveva confuso l’Iran con il Venezuela.
Il New York Times ha documentato che la bomba che ha colpito il matrimonio è una bomba planante Usa. Ha raccolto video dei frammenti e li ha condivisi con Trevor Ball, ex tecnico dell’esercito, che li ha identificati come componenti di una bomba planante del Centcom. È il quarto episodio in cui gli attacchi americani colpiscono civili. Il 28 febbraio un missile Tomahawk ha colpito una scuola a Minab. Missili PrS hanno colpito un’area residenziale a Lamerd. 21 morti. A luglio una bomba da 2.000 libbre ha colpito un’abitazione a Qeshm. Tre civili uccisi.
L’ambasciatore iraniano all’ONU, Darzi, ha scritto a Guterres: è un “crimine di guerra”. L’uccisione deliberata di civili non può essere normalizzata come “danni collaterali”.
Il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha definito gli Stati Uniti “Satana” su X: “Se un potere si comporta come Satana, sceglie i bersagli come Satana e uccide come Satana, allora è Satana”. Guterres si è detto “profondamente allarmato”. Ha condannato tutti gli attacchi contro i civili. Un monito che lascia poco spazio alle interpretazioni.
Teheran: «Pronti per 50 anni»
Washington è con le spalle al muro. L’Iran resiste. Fars ha reso noto che Teheran ha ricevuto oltre un miliardo di dollari in entrate petrolifere in 11 giorni. Ricavi che hanno superato l’80% delle previsioni annuali. La pressione economica non produce gli effetti sperati.
Il G20 Finanze, esclusa la Cina, ha chiesto Hormuz “libero, sicuro e prevedibile”. Il principe ereditario saudita ha convocato un vertice d’emergenza del Golfo. Oggi è entrata in funzione la Coalizione marittima difensiva a guida saudita. 14 Paesi, base a Riad.
Qalibaf ha scritto su X: “Siamo pronti a combattere per 50 anni”. Parole che suonano come una dichiarazione di guerra eterna. E che ribadiscono il messaggio dei Guardiani: la guerra finisce quando lo decide l’Iran, non Trump.
Con 3.636 morti documentati, le basi alleate sotto il fuoco, il traffico marittimo dimezzato e due nuovi fronti caldi, dichiarare “vittoria” è un atto di fede politica. Ma per Trump, in campagna elettorale, la percezione conta più dei fatti. L’Iran è ancora in piedi. Combatte. Colpisce. E la dichiarazione di vittoria potrebbe rivelarsi la più grande bugia di un conflitto che si trascina da sei mesi.































