La corsa all’IA mette gli Usa davanti a un dilemma strategico: mantenere il vantaggio nella competizione con la Cina o imporre più sicurezza nell’innovazione
Due avvenimenti confermano che la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina resta la posta in gioco più importante per gli equilibri globali, anche se spesso viene messa in ombra dai conflitti in corso. Lo scorso 28 luglio, oltre 1.200 professionisti delle aziende leader del settore hi-tech statunitense hanno firmato una lettera rivolta al governo americano nella quale chiedono che gli USA si facciano promotori di un’iniziativa internazionale per mettere freni allo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale di frontiera. Tra i firmatari spiccano personalità di alto livello di Anthropic (tra cui il Ceo, Dario Amodei), Google, OpenAI e Meta. Il meglio della Silicon Valley invoca sforzi cooperativi sul piano internazionale. O almeno così sembra a prima vista.
La Silicon Valley chiede regole internazionali per l’IA
Eppure, contemporaneamente alla richiesta di una maggiore collaborazione per gestire i rischi dirompenti dell’IA, è stata subito ribadita la logica competitiva che ha dominato l’interazione tra Washington e Pechino nel settore hi-tech negli ultimi anni.
Nella giornata di ieri, l’amministrazione Trump ha messo al bando le importazioni di robot umanoidi prodotti in Cina. Duplice l’obiettivo ricercato dall’esecutivo americano. Primo, rilanciare l’industria americana in uno dei pochi settori hi-tech dove Pechino gode di un netto vantaggio su Washington.
Secondo, tutelare la filiera produttiva dell’IA degli Stati Uniti, così da evitare il ripetersi della situazione delle terre rare. Dove la dipendenza americana dalle forniture cinesi ha fornito un’arma negoziale decisiva alla leadership del Partito comunista cinese. Le due notizie combinate mostrano plasticamente il dilemma affrontato dagli USA (e condiviso da praticamente tutti gli Stati con capacità tecnologiche all’avanguardia).
La competizione sulle nuove tecnologie impone l’innovazione continua come necessità per non cedere campo al rivale cinese. Ciò disincentiva l’introduzione di regolamentazioni che potrebbero ostacolare l’iniziativa privata. Il prezzo da pagare è però l’assenza di misure di salvaguardia nei confronti dei principali rischi delle nuove tecnologie, che potrebbero sfuggire al controllo umano.
La corsa all’IA rende più difficile il controllo umano
Finora negli USA le esigenze dettate dalla competizione – sia quella interna tra le compagnie hi-tech che quella esterna rappresentata dai progressi cinesi – sono state anteposte a quelle securitarie.
Ma lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta divenendo sempre più difficile da gestire. E i casi in cui i modelli IA di frontiera agiscono al di fuori del controllo umano sono in aumento.
Poco prima del rilascio della lettera firmata dai big dell’IA, alcuni modelli estremamente avanzati di OpenAI hanno condotto un attacco informatico uscendo dall’ambiente controllato in cui avrebbero dovuto essere testati, colpendo la piattaforma di condivisione per il machine learning Hugging Face. Inoltre, nel prossimo futuro i modelli IA saranno in grado di svilupparsi in autonomia, senza supervisione umana.
Il caso Mythos e le paure sui modelli autonomi
Anthropic ha affermato che il suo modello Mythos si sta avvicinando alla soglia. Proprio Mythos fu un un altro caso di IA che sfugge al controllo dell’uomo. Il modello non venne rilasciato dall’azienda di Amodei in quanto in grado di condurre attacchi cibernetici altamente sofisticati, sfruttando vulnerabilità informatiche non note.
Il governo americano ne aveva bloccato il rilascio all’estero per quasi un mese a giugno, rimuovendo la restrizione solo dopo l’introduzione di ulteriori misure di sicurezza. E il problema principale non è neanche l’IA americana, ma quella cinese. Nella Repubblica Popolare sono stati lanciati modelli – come Kimi K3 – dalle capacità simili a quelli più avanzati delle aziende americane.
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In altre parole, a breve i combattenti cibernetici cinesi potrebbero disporre di strumenti di IA per infliggere colpi devastanti contro le infrastrutture statunitensi, creando così una dinamica che, in caso di crisi, incentiverebbe entrambi a sferrare il primo attacco.
Il difficile consenso sulle regole per l’intelligenza artificiale
Il punto è che creare il consenso per introdurre barriere di protezione verso le nuove tecnologie è estremamente difficile. Non tutte le aziende americane hanno la stessa sensibilità di Anthropic, da sempre attenta agli usi distorsivi dell’IA.
Inoltre, diverse personalità all’interno dell’amministrazione Trump, soprattutto lo zar dell’IA David Sacks, sono contrarie a qualsiasi tipo di regolamentazione. Nel piano per l’IA del governo americano, rilasciato lo scorso anno e coordinato da Sacks, l’innovazione privata viene eletta a pilastro per vincere la competizione contro la Cina. Inoltre, la costruzione di meccanismi di supervisione dell’IA sul piano internazionale funziona solo se tutti i principali attori – anche Pechino – accettano di farsi vincolare.
L’ambiguità dei rapporti di forza tra USA e Cina in un settore come quello dell’IA, una tecnologia che si sviluppa rapidamente alterando gli equilibri preesistenti, rende molto complicato ogni tentativo in tal senso. Pechino potrebbe concludere che l’obiettivo degli americani sia cristallizzare la situazione attuale, che vede gli USA in lieve vantaggio, invece che governare l’IA.
In conclusione, arrivare a una gestione consensuale dell’IA da parte delle grandi potenze sembra molto più difficile rispetto a quanto avvenuto col nucleare durante la guerra fredda. Cina e USA dovrebbero tenere dei colloqui sull’IA a settembre. Sono i primi di questo tipo. Ma l’instabilità geopolitica globale non aiuta a creare un clima di fiducia reciproca necessario per arrivare a delle svolte.































