A Bruxelles i ministri della Difesa Ue discutono di Kiev, Libano e Hormuz per tentare di navigare assieme il mare crescente delle crisi
Ucraina, Hormuz, Libano e punzecchiature all’industria della difesa. Questo quello che è successo ieri a Bruxelles dove, nell’edificio Europa, si sono riuniti i ministri della difesa dell’Unione. A presiedere i lavori l’estone Kaja Kallas, Alta Rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Al tavolo, tra gli altri, il finlandese Antti Häkkänen, lo svedese Pål Jonson, il lituano Robertas Kaunas. In collegamento video da Kiev, il ministro della difesa ucraino Mykhailo Fedorov. In sala, anche Radmila Shekerinska, vicesegretaria generale della NATO, e Micael Johansson, presidente dell’ASD — l’associazione che riunisce le industrie aerospaziali e della difesa europee.
L’ordine del giorno è preciso e si dipana dall’analisi aggiornata delle minacce al sostegno militare all’Ucraina fino al Medio Oriente, prontezza operativa europea. Tavoli fondamentali per un continente che prova ad avere una postura senza avere, al momento, ancora i muscoli per farlo. Una giornata di lavoro condensata dalla conferenza stampa di Kaja Kallas che illustra i punti. Il primo e il più caro alla rappresentante, l’Ucraina.
I droni e il prestito da 90 miliardi
Il pagamento del prestito da 90 miliardi di euro è stato erogato a giugno. I fondi vanno direttamente per i droni. «Sono la capacità più importante per respingere le truppe russe», dice Kallas. Il sostegno bilaterale degli Stati membri deve continuare. Servono più sanzioni, più pressione su Mosca. E sulla possibile pace ribadisce la linea che ha sempre espresso: «Putin può porre fine alla guerra in qualsiasi momento. Basta smettere di bombardare le infrastrutture civili. Basta ritirare le truppe.»
Poi aggiunge: «Quello che emerge dalle sue dichiarazioni è che si trova in una posizione di debolezza. E questo offre opportunità per mettere fine alla guerra». Sul cessate il fuoco e le garanzie di sicurezza per Kiev, Kallas è netta: «Dobbiamo prima vedere concessioni da parte dei russi. Perché i russi continuano ad attaccare i Paesi vicini. Non possiamo accettare semplicemente un cessate il fuoco temporaneo, in modo che possano riprendere fiato e poi attaccare ancora più duramente».
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Poi annuncia che il Centro satellitare UE sarà potenziato per monitorare la tregua e tracciare la flotta fantasma russa. Poi lo sguardo si rivolge allo Stretto di Hormuz. Lo definisce «una zona grigia tra guerra e pace» e poi: «Chiudere la rotta commerciale più importante del mondo è inaccettabile. Sosteniamo tutte le iniziative diplomatiche per trovare una via d’uscita».
Le operazioni navali possono svolgere un ruolo fondamentale per far riprendere i flussi commerciali. Kallas prova anche a lanciare una soluzione riesumando l’operazione Aspides nel Mar Rosso. Dice: «Il mandato per estendere la missione esiste già. Se le circostanze lo consentono.» L’obiettivo è fare di Aspides il contributo europeo unificato alla coalizione dei volenterosi di macroniana memoria.
“L’Europa ha solo piccoli Paesi”
«L’Europa ha solo piccoli Paesi», dice, «e Paesi che non sanno ancora di essere piccoli. Se agiamo insieme, siamo forti». C’è spazio anche per una domanda sul Libano, dove il mandato UNIFIL scade e Kallas indica la direzione: «Hezbollah diventa più debole man mano che l’esercito libanese diventa più forte».
Dulcis in fundo, la stoccata all’industria della difesa, verso cui la rappresentante non risparmia critiche. I ministri hanno chiesto consegne rapide e voluminose. Kallas commenta: «L’industria non ha lavorato con la stessa intensità che ci aspettavamo e speravamo. Sì, condivido la frustrazione». La produzione è cresciuta in alcuni settori — difesa aerea, munizioni — ma i bisogni degli Stati membri sono cresciuti ancora di più.
La mattina, Kallas aveva già avvertito: «Abbiamo troppi progetti nei diversi Stati membri che non sono interoperabili. Dobbiamo spingere gli Stati membri verso acquisti congiunti, ma anche verso l’innovazione, perché abbiamo molto da imparare dall’Ucraina». La chiusa non lascia spazio: «La deterrenza funziona solo se è credibile. Mostrare debolezza porta solo all’aggressione». Un’Europa che fa le prove di ruggito, per dimostrare, a Trump e se stessa, di non essere la tigre di carta.


















