10 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Mag, 2026

Scozia e Galles, il nazionalismo che mette in crisi il Regno Unito

Le elezioni locali britanniche non indeboliscono solo Keir Starmer: tra avanzata autonomista e crescita del Reform Party, Scozia e Galles mostrano una frattura politica e culturale che rischia di mettere in crisi il Regno Unito


Non c’è solo un dato politico, legato alla tenuta del Partito Laburista del premier Keir Starmer, che emerge dalle elezioni locali britanniche di giovedì scorso. C’è infatti anche un dato geopolitico, un preoccupante scricchiolio che dalle profondità della Scozia e del Galles minaccia di incrinare la tenuta stessa del Regno Unito. In Scozia il Partito Nazionale Scozzese (Scottish National Party, Snp) ha confermato la sua posizione come la formazione politica più forte della regione. Un risultato non scontato, dopo le dimissioni della sua leader Nicole Sturgeon, accusata di malagestione dei fondi del partito e la sfiducia, dopo appena un anno, del nuovo premier Humza Yousaf.

Il successo del premier uscente John Swinney, lanciato ora verso la riconferma, segnala senza dubbio un apprezzamento verso la sua strategia “centrista”, volta a valorizzare l’azione di governo quotidiana rispetto al tema dell’indipendenza, ma anche la resilienza dello zoccolo duro dell’elettorato autonomista. Probabilmente l’Snp non riuscirà a ottenere una maggioranza assoluta presso il parlamento regionale di Glasgow e dovrà formare un governo di coalizione con alcuni partiti minori, come i Verdi, l’unico partito unionista favorevole a un eventuale secondo referendum.

L’avanzata del Reform Party

Ma se l’Snp ha tenuto l’altra grande notizia è il secondo posto guadagnato dal Reform Party. Un risultato eclatante, considerando l’impopolarità del suo leader Nigel Farage in Scozia. Oggi i “riformisti”, che hanno assorbito nei mesi scorsi numerosi esponenti dei conservatori locali (tra cui il loro candidato premier, Lord Offord), possono vantare di essere la vera opposizione in Scozia, l’argine a ogni ipotesi di secessione, facendo confluire su di sé i voti dell’elettorato unionista.

I laburisti, relegati al terzo posto, sono stati costretti a fare campagna elettorale contro il proprio stesso governo per tamponare l’emorragia di consensi: il leader locale Anas Sarwar infatti ha ripetutamente chiesto nei suoi comizi le dimissioni di Starmer. Sintomo della sempre maggior distanza tra Glasgow e Londra, anche tra esponenti dello stesso colore politico.

Una storia simile è andata in scena anche in Galles. Qui la situazione per i laburisti, che hanno sempre guidato la regione dai tempi della sua istituzione, si è rivelata persino più nera: il premier uscente Eluned Morgan ha infatti perso il proprio seggio e non farà parte della prossima legislatura, in una sconfitta simbolica che ha spinto il Labour ad annunciare che non farà parte del prossimo governo regionale a prescindere dal risultato.

Rhun ap Iorwerth e il nazionalismo gallese

Il nuovo premier sarà il 53enne Rhun ap Iorwerth, capo degli autonomisti gallesi. Nome complicato ma che è già un programma: il nuovo leader ha adottato infatti il nome in gallese, rinunciando anche al cognome anglicizzato (Jones) per richiamare il ritorno alle radici culturali della propria patria. Il suo partito, Playd Cymru (in gallese, “Partito del Galles”), sostiene il graduale affrancamento della regione dalla Gran Bretagna.

Mentre ap Iorwerth ha escluso un referendum indipendentista nel prossimo futuro, l’obiettivo è emulare la parabola dell’Snp: andare al governo, dimostrarsi affidabili come rappresentanti degli interessi gallesi e chiedere l’indipendenza durante il secondo mandato. Anche in Galles il Reform è emerso come la principale opposizione al nazionalismo gallese, facendo man bassa nelle ex roccaforti operaie e rurali storicamente “rosse”.

LEGGI Regno Unito, aperti i seggi per elezioni locali: Starmer rischia una debacle

La fotografia che emerge dalle regione autonome è quella di una polarizzazione non più solo politica ma culturale: una lotta tra “piccole patrie”, tra regionalismi animati da un bizzarro connubio tra progressismo e nazionalismo e sciovinismo piccolo-britannico e anti-globalizzazione. Una contrapposizione che ora rischia di lacerare la Gran Bretagna.

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