Le elezioni locali britanniche certificano il crollo dei laburisti di Keir Starmer e l’ascesa di Nigel Farage. Reform UK conquista le periferie operaie e manda in crisi il tradizionale bipolarismo del Regno Unito.
«Non ho intenzione di tirarmi indietro e gettare il Paese nel caos». Così il primo ministro britannico Keir Starmer dopo la debacle elettorale dei laburisti alle elezioni locali. Una chiamata alle urne che restituisce un quadro politico chiarissimo: a trionfare è Nigel Farage, che dieci anni dopo la Brexit — allora era europarlamentare e volto della campagna per l’uscita dall’Unione europea — si prende ora lo scettro di primo partito e apre una frattura senza precedenti nella storia politica del Regno Unito. I risultati delle amministrative sembrano l’antipasto della resa dei conti: Reform UK sfonda, i Labour crollano e i Conservatori continuano a perdere terreno.
A Westminster lo schiaffone arriva dalle periferie storiche del consenso progressista britannico. Il partito di Starmer vede i consiglieri eletti praticamente dimezzati e la sconfitta diventa storica perché, oltre agli operai, si perde anche il Galles, dove il colpo è devastante: i laburisti rischiano di perdere dopo quasi trent’anni il controllo politico del Senedd (il parlamento gallese). «È un voto che fa male», ha ammesso Starmer, assumendosi «la responsabilità» della sconfitta ma respingendo qualsiasi ipotesi di dimissioni.
Le crepe dentro il Labour
«Sono stato eletto per cinque anni e intendo completare il mandato», ha ribadito il premier. Ma il malumore interno cresce di ora in ora. Dal Guardian emergono già le prime crepe dentro il partito: l’ex ministra Louise Haigh sostiene che senza «cambiamenti significativi» Starmer dovrebbe farsi da parte prima delle prossime elezioni generali, mentre il dissidente storico John McDonnell parla ormai apertamente di una leadership «inevitabilmente» in discussione.
Come se non piovesse già abbastanza su Downing Street, indiscrezioni riportate dal Times e rilanciate nel dibattito politico britannico suggeriscono che anche Ed Miliband (ex leader laburista e attuale ministro) avrebbe consigliato privatamente al premier di valutare un’uscita ordinata nei prossimi mesi. A peggiorare il quadro c’è il fatto che il consenso laburista si sta erodendo in tutte le direzioni: verso i populisti di Farage, ma anche verso Verdi e Liberal Democratici.
Il vincitore assoluto è dunque Nigel Farage, il cannibale politico che prima ha drenato voti e consenso ai Tory di Kemi Badenoch — incapace di rimettere insieme un partito ancora traumatizzato dalla gestione Johnson, Sunak e Truss — e poi ha assestato la mazzata finale ai laburisti di Starmer. Ma ridurre il fenomeno Reform a una semplice avanzata populista sarebbe un errore di lettura.
Reform conquista le roccaforti operaie
Farage sta infatti facendo breccia nelle vecchie roccaforti operaie laburiste. Reform UK, partito nato da pochissimo e praticamente inesistente alle precedenti amministrative ha spazzato via i «Labour in molte aree tradizionali», ha esultato Farage. La Gran Bretagna, quindi continua a vivere una crisi politica cronica iniziata con la Brexit e mai realmente risolta.
Dal referendum del 2016 il Regno Unito ha cambiato cinque primi ministri, ha visto implodere il Partito conservatore e ora assiste anche alla crisi rapidissima del nuovo laburismo di Starmer. Il vecchio modello Westminster, da sempre sinonimo di stabilità e alternanza, appare sempre più fragile.
LEGGI Regno Unito, aperti i seggi per elezioni locali: Starmer rischia una debacle
Un anno di governo horribilis per Starmer che ora deve raccogliere i cocci e, come i predecessori Liz Truss, Boris Johnson e Rishi Sunak, vede il proprio consenso evaporare nello spazio di un ciclo solare intorno alla Terra. Un giorno storico. L’UK politica per come la conoscevamo non esiste più. Ora l’ignoto potrebbe consegnarci tra pochi mesi un Farage pronto a stringere la mano a Re Carlo. Dieci anni dopo, lui sì che può dire: «I’m so tired of winning».


















