Sondaggi negativi, dissenso interno e obiettivi poco chiari: l’intervento Usa contro l’Iran rischia di diventare un boomerang politico per Trump
Il filosofo americano Herbert Croly una volta disse che l’americano medio non era nulla se non era patriottico. Se così fosse, bisognerebbe iniziare a nutrire forti dubbi sullo stato dei cittadini americani, dal momento che – sondaggi alla mano – non sembra che l’elettorato statunitense stia reagendo con particolare entusiasmo allo scontro militare in Medio Oriente tra il proprio Paese e l’Iran. Appena il 27% degli intervistati, infatti, si è espresso a favore dell’attacco contro Teheran, che sabato scorso ha assassinato a Teheran la Guida Suprema iraniana Alì Khamenei e innescato la più violenta guerra regionale dal 1991.
All’opposto il 43% degli americani sentiti si è dichiarato nettamente contrario all’operazione ordinata dall’amministrazione guidata da Donald Trump. Non solo, ma il 56% degli americani ha espresso disapprovazione verso la politica muscolare inaugurata dal tycoon dal suo ritorno alla Casa Bianca, definendo come eccessivo il ricorso alla forza militare da parte del presidente degli Stati Uniti. Ciò che emerge plasticamente è soprattutto l’assenza di una ragione valida per andare in guerra. «La guerra continuerà finché non avremo realizzato tutti gli obiettivi», ha promesso Trump lunedì, salvo poi non chiarire quali fossero gli obiettivi dell’attacco.
Cambi di linea e smentite ufficiali
Peggio ancora, ha ripetutamente cambiato posizione in merito: prima dell’attacco dello scorso 27 febbraio Trump sosteneva infatti la prospettiva di un negoziato con Teheran, che poi ha definito una messinscena fatta apposta per ingannare gli iraniani prima di attaccarli di sorpresa. Dopo l’uccisione di Khamenei, il tycoon ha puntato apertamente al regime change ma ha escluso un intervento via terra nonostante l’evidente improbabilità di una caduta del governo iraniano attraverso i soli attacchi aerei. Pochi giorni più tardi ha fatto marcia indietro, sostenendo di non poter escludere un’invasione terrestre dell’Iran.
Il presidente americano ha anche ripetutamente detto di stare negoziando con i leader iraniani superstiti la loro resa, cosa esclusa dai capi del nuovo governo provvisorio a Teheran e successivamente smentita dal Segretario di Stato Marco Rubio. Trump ha anche sostenuto che l’intervento si fosse reso necessario perché l’Iran era sul punto di sviluppare armi nucleari, nonostante il tycoon avesse giurato di aver eliminato il programma atomico iraniano durante i bombardamenti aerei del giugno scorso, e missili a lungo raggio. Cosa però smentita apertamente dalla Cia, che in un report trapelato sui giornali ha escluso che Teheran potesse diventare una minaccia per la regione.
La Casa Bianca ha quindi sostenuto di avere le prove che l’Iran stesse per attaccare per primo e di aver dovuto agire preventivamente, ma lunedì il Pentagono ha smentito: Teheran non era nella posizione per attaccare per primo e non c’era alcun segno che stesse per farlo. Alla fine, è stato lo stesso Rubio ad ammettere la verità di fronte al Congresso: Israele aveva comunicato la propria intenzione di attaccare l’Iran con o senza gli americani e Washington, piuttosto che cercare di dissuaderlo, ha deciso di unirsi all’attacco piuttosto che aspettare l’inevitabile risposta iraniana.
Israele, frattura nell’opinione pubblica
Proprio qua si cela un nodo spinoso, senza il quale è difficile capire i tormenti dell’elettorato americano. Tra la cittadinanza statunitense si sta facendo largo da tempo la percezione che Israele non sia un alleato onesto con gli Stati Uniti, ma che anzi li stia manipolando per poter combattere le proprie guerre con i muscoli e i soldi degli americani. Un recente sondaggio della storica agenzia di rilevazione Gallup ha mostrato lo spostamento in corso: per la prima volta nella storia infatti gli americani simpatizzano di più per i palestinesi che per gli israeliani.
Il 41% infatti si allinea con le ragioni degli abitanti di Gaza e della Cisgiordania, mentre il 36% con quelli dello Stato ebraico. Senza dubbio, uno spostamento generazionale, (i fan di Israele restano maggioritari solo tra gli over 55) ma non solo. Gioca un ruolo l’onda lunga della guerra a Gaza soprattutto nell’opinione pubblica progressista, che nel 2022 simpatizzava più o meno alla pari tra palestinesi e israeliani e oggi per due terzi sta invece con i primi.
Ma non è da sottovalutare anche la frattura apertasi nelle fila dei conservatori, dove nel medesimo periodo il sostegno a Tel Aviv ha perso ben dieci punti. Soltanto il 55% degli elettori repubblicani, infatti, sta sostenendo gli attacchi contro l’Iran, percentuali profondamente deboli per essere la base elettorale del partito di governo.
La ribellione dell’America First
Fa rumore soprattutto una corrente sempre più radicale ma popolare online e tra i giovani repubblicani delusi da Trump secondo cui Israele non sarebbe altro che un parassita del Sogno americano teorizzato dai sostenitore dell’America First. Accuse spesso a tinte più o meno antisemite, che vedono in popolari influencer come Nick Fuentes dei megafoni ideali per il proprio messaggio.
Non a caso, Fuentes ha incoraggiato i suoi fan a non votare Trump alle elezioni di medio termine a novembre, sostenendo che il tycoon abbia tradito le sue promesse. «Doveva essere Prima l’America e invece è diventato Prima Israele», ripete spesso nei suoi comizi virtuali. Molti americani, persino tra chi condivide le ragioni dell’eliminazione di Khamenei, annuiscono: la guerra contro l’Iran può essere anche giusta ma non è prioritaria.
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L’esplosione dei costi dell’energia promette ora di spingerla ancora più in basso nella lista di priorità dell’americano medio. Le prospettive di mantenere il controllo del Congresso non appaiono dunque rosee per Trump, soprattutto se la guerra si rivelasse prolungata. I democratici hanno già coniato lo slogan adatto: «Stop the Trump’s War», fermiamo la guerra di Trump. E non è detto che alla fine gli americani non gli diano ascolto.






















