Conferenza stampa alla Camera per annunciare i ricorsi alla Corte costituzionale che saranno presentati a fine mese contro la legge elettorale appena approvata dal Parlamento
Ci sono «almeno sei ottimi motivi» per scomodare la Corte. «Questa è una battaglia per legittimare il sistema. In circa vent’anni abbiamo cambiato quattro leggi elettorali, due su quattro erano incostituzionali e abbiamo votato per due volte con regole inapplicabili. Il paese e i cittadini vanno rassicurati sui fondamentali. Per questo è doveroso oltre che legittimo chiarire al di là di ogni ragionevole dubbio e prima di andare alle urne se la legge è fedele al dettato della Carta». Sala stampa della Camera dei deputati, zeppa come nelle migliori occasioni, ora di pranzo del lunedì di una settimana che sarà lunga e importante. Il prof. Enrico Grosso, già frontman del Comitato del no al Referendum, è il primo a prendere la parola tra giuristi e accademici e i deputati, ciascuno per ogni gruppo che ha sostenuto l’incostituzionalità del Melonellum. La macchina dei ricorsi è avviata e ben coordinata con la regia del professor Roberto Zaccaria. Il timing, prima di tutto.
I tempi
Il Melonellum (o Stabilicum come lo chiamano da destra) entra in vigore tecnicamente il 26 ottobre, quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. «Quel giorno – spiega l’avvocato Pietro Adami, della “Rete del voto libero e uguale” – saranno presentati simultaneamente i ricorsi in trenta distretti di Corte d’appello. Da quel momento decorrono i sessanta giorni entro i quali fissare l’udienza con cui il giudice dovrà stabilire se il ricorso è fondato e mandarlo alla Corte». È possibile la procedura d’urgenza ma il Comitato dà per scontato che sotto le feste nessun giudice togato vorrà assumere questa decisione. Si arriva così a metà gennaio.
Basta che un solo ricorso venga accettato e che un solo giudice decida l’ordinanza di rimessione alla Corte. Uno su trenta non è ipotesi difficile da fare. A quel punto la Corte dovrebbe potersi pronunciare tra la fine di febbraio e i primi di marzo. «Entro la primavera» resta generico Adami, che come è noto arriva fino a giugno. «Prima che si vada a votare» precisa un altro ricorrente di rango come l’ex senatore Passigli fresco di stampa con un libro sulla legge elettorale. Ci si chiede come possa un giudice eccepire su una legge che non è mai stata applicata e si spiega che «l’accertamento preventivo di una possibile lesione del diritto di voto» è stata una conquista del sempre rimpianto avvocato Felice Besostri.
Cento giuristi al lavoro, pronto un fondo
Infatti l’azione di accertamento userà lo strumento dell’ex articolo 281 decies del codice di procedura civile. Un piccolo esercito di avvocati, circa un centinaio di professionisti, seguirà le pratiche. «Preciso che tutti lavoreranno pro bono – ha avvertito Zaccaria – e che, anche per questo, abbiamo istituto un Fondo per sostenere le spese legali e tecniche». Chi volesse contribuire troverà facilmente sul web gli estremi del conto corrente. Dietro il piccolo esercito di avvocati, il gruppone dei ricorrenti, 500 tra politici, costituzionalisti, scrittori, ex magistrati, giornalisti e attori. La scelta è stata di non inserire tra i ricorrenti i deputati in carica che avranno comunque il compito, con gli altri ricorrenti, di far salire l’interesse nella società civile. Riccardo Magi, Maria Elena Boschi, Simona Bonafè, il 5 stelle Alfonso Colucci e l’Avs Alberto Zaratti sono pronti «a continuare la battaglia molto dura che abbiamo già fatto in Parlamento». Il campo largo al gran completo e tutti dalla stessa parte.
I sei motivi
Non è stata distribuita copia del ricorso perché «ancora in attesa di definizione di alcuni dettagli». Sono comunque sei i motivi illustrati. Il primo, il premio di maggioranza, «la sua ragionevolezza e proporzionalità» visto che esiste la soglia di voti per prenderlo (42%) ma non è indicato la soglia di affluenza per farlo scattare. Il secondo, l’autonomia della base elettorale dei due rami del Parlamento, su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato ma la legge assegna il premio indistintamente ad entrambe le camere.
Il terzo motivo, il tema della libertà del voto visto che «gli elettori non sanno prima chi sarà eletto». Il quarto è la violazione della parità di accesso e dell’equilibrio di genere visto che i capilista saranno per lo più uomini. L’indicazione del premier nel programma elettorale – il quinto motivo – oltre che ledere le prerogative del Capo dello Stato, esclude di fatto dalla competizione liste che «sanno di non aver alcuna chance e magari vogliono solo vogliono correre per rappresentare un’opposizione». Il sesto e ultimo motivo è quello delle firme il cui numero «non rispettano il principio di ragionevolezza».
Grosso non ha dubbi: «Se anche dovessero essere accolti tutti i motivi, deve restare in piedi una legge immediatamente applicabile». Detta così non sembra possibile. E invece sì visto che la legge mette in conto di non poter assegnare il premio (se nessuno arriverà al 42%) e prevede l’assegnazione dei seggi su base interamente proporzionale. Altro che chiarezza e stabilità.
































