Tra sedute spiritiche e contatti diretti con la premier, Cateno De Luca può essere un alleato importante per il centrodestra, contro cui però lavora in Regione
C’è un Cateno De Luca cantante, autore dell’album A modo mio, che racconta di aver scritto ottanta canzoni in una notte. Che ha declinato la proposta del ministro Matteo Piantedosi per un incarico da direttore centrale della Finanza locale al Viminale, preferendo inseguire la presidenza della Regione del suo palcoscenico, la Sicilia. E c’è un Cateno che chatta amabilmente con Giorgia Meloni su WhatsApp. La premier che lo chiama Roberto, il suo secondo nome; lui che la descrive come una supereroina e le racconta di ricorrere allo yoga per controllare il suo temperamento caliente. Cateno anche veggente: A Un giorno da pecora ha evocato una «seduta spiritica» bipartisan dalla quale sarebbe emersa la data del voto, il 9 o 10 maggio, definendosi un «piccolo leader di periferia». Piccolo, forse; abbastanza ingombrante da farsi ascoltare.
La rinascita del populismo
Insomma il populismo non è morto. Vive e lotta insieme a noi. Un populismo di ritorno che attraversa la politica italiana, mentre i partiti tradizionali faticano a tenere insieme appartenenze, interessi e identità. Non è più soltanto la rabbia contro la casta, il vaffa gridato nelle piazze, la promessa di rottamare tutto. È il capo che parla al popolo siculo, scavalca le mediazioni, e trasforma ogni polemica in una prova di forza. Cateno De Luca incarna questa stagione a modo suo. E il suo accordo con Fratelli d’Italia lo dimostra: con la nuova legge elettorale non si può più andare troppo per il sottile, lui da solo può valere l’1,5%. Del resto, con la puzza sotto il naso si perde, e chi porta voti al tavolo diventa presentabile. Anche quando vuole mandare a casa Renato Schifani, il presidente sostenuto dal centrodestra.
L’intesa ha il sapore del paradosso: De Luca si allea con FdI a Roma e si tiene le mani libere in Sicilia, dove punta a sostituire proprio Schifani. È il suo modo di stare dentro e fuori dalla coalizione, di trattare ogni accordo come un passaggio e mai come un vincolo. Con le alleanze da mettere in sicurezza, anche le contraddizioni diventano negoziabili. Purché portino voti.
I partiti hanno perso radicamento, mentre il consenso personale pesa sempre di più. In Sicilia il civismo di De Luca è un contenitore elastico, capace di parlare a destra, a sinistra e contro entrambe. Sul cuore porta tatuato lo scudo crociato; nella pratica, il suo simbolo più riconoscibile resta se stesso. Il populismo non tramonta: cambia giacca, ma non perde il megafono.
Nel 2022, durante le proteste contro il Green Pass, De Luca piantò una tenda blu sullo Stretto di Messina e si accampò per ostacolare il traffico dei traghetti. Ma De Luca non è mai soltanto contro qualcuno: è anche in corsa per prenderne il posto. Così l’uomo che denuncia i «pagnottisti» e i «cazzari» si ritrova a trattare con il partito di governo.
Le mosse in Parlamento
Sul versante parlamentare si lavora a una componente nel Gruppo Misto con Francesco Gallo, Manlio Messina, già in FdI, e Luca Sbardella, esponente del partito. L’obiettivo è abbassare la soglia delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni, da 6.000 a una quota tra 750 e 1.500. Laura Castelli, già sottosegretaria all’Economia ai tempi del Movimento 5 Stelle, è approdata da tempo nel campo di De Luca: un altro tassello del mosaico impazzito.
Francesco Storace riassume il pragmatismo dell’operazione: «Se non puoi batterlo, ti devi alleare con lui». De Luca, ricorda Storax, ha raccolto circa mezzo milione di voti alle regionali e conosce la macchina amministrativa locale. La politica non è un galateo: quando i voti servono, non li si lascia sul tavolo per salvare la purezza del vestito.
Scontro tra populismi
E qui si apre il fronte di Roberto Vannacci, il generale. In Sicilia rischia di trovare la strada meno libera del previsto: De Luca presidia già il territorio della protesta, personalizza lo scontro e conosce il territorio. Il generale ha il grado e il marchio nazionale; Cateno il mestiere del capopopolo e una rete costruita sul campo. Populisti contro, dunque. Ma nell’isola Vannacci rischia di scoprire che il terreno non è vuoto e che il concorrente sa già dove piantare la tenda.
E quando due populisti si contendono lo stesso pubblico, non è detto che vinca quello con più stellette.






























