7 Ott, 2026

La casa crolla sulla politica. Sánchez indica alla sinistra la strada che l’Italia non prende

Pedro Sanchez

L’emergenza casa è ormai uno dei principali terreni dello scontro politico europeo: dalla Spagna di Sánchez all’Italia, governi e opposizioni si confrontano su affitti, edilizia pubblica, salari e nuove forme di sostegno alla casa


C’è una casa che cade addosso alla politica europea. Cade sui governi, sui partiti, sui bilanci familiari e sulle città diventate troppo care per chi ci lavora. In Spagna è già diventata materia elettorale.

Pedro Sánchez ha deciso di giocarsi una parte della partita del 29 novembre sull’emergenza abitativa, dopo la bocciatura parlamentare dei precedenti decreti sulla casa.

E adesso torna all’attacco con due nuovi provvedimenti che definisce «misure di senso comune, di umanità»: più offerta, incentivi ai piccoli proprietari, protezione degli inquilini vulnerabili, un argine ai fondi speculativi e una linea di finanziamento da 10 miliardi di euro con prestiti a tasso zero fino a 50mila euro per chi compra la prima casa.

La casa come scelta politica

Non è soltanto una scelta di politica sociale. È una scelta tout court. Perché quando l’affitto divora una parte crescente dello stipendio, e quando un governo decide di portare la questione al centro della campagna elettorale, diventa anche un problema degli avversari. La Spagna sarà un laboratorio al quale ispirarsi. Soprattutto nei Paesi Baschi e in Catalogna, dove la questione abitativa si intreccia con il costo della vita, le grandi aree urbane, le tensioni territoriali e una domanda crescente di protezione sociale. Sánchez sa che i decreti non risolveranno la crisi. Ma sa anche che ignorarla sarebbe politicamente molto più difficile.

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Il fenomeno, però, è molto più grande della Spagna. L’Onu lo fotografa con numeri che fanno impallidire qualsiasi slogan elettorale. Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa, lo stress abitativo riguarda oltre un terzo delle famiglie europee appartenenti al 40 per cento più povero della popolazione; in molti Paesi la spesa per la casa supera il 45 per cento del reddito. E l’Italia è tra i Paesi nei quali, per le famiglie sotto la soglia di povertà, il peso dell’abitazione può arrivare al 60-70 per cento del reddito.

Non è dunque una nuova ossessione della sinistra europea. È una delle grandi emergenze sociali del nostro tempo. E proprio per questo rischia di diventare una bandiera politica. La sinistra, sull’immigrazione e sulla sicurezza, spesso rincorre la destra. Sulla guerra in Ucraina rischia di cedere a una narrazione avversaria difficile da neutralizzare: meno welfare, più armi. La casa offre un terreno diverso. Si può tornare a parlare di salari, disuguaglianze, servizi pubblici, giovani, lavoro e mobilità sociale.

La mobilitazione dell’Emilia-Romagna

Il terreno è già pronto. Giovanni Paglia, assessore alle Politiche abitative dell’Emilia-Romagna, commentando la vicenda spagnola ha chiamato i cittadini alla mobilitazione: «Il modo migliore per trovare le soluzioni». Un proclama. E mentre la sinistra solletica la piazza, il centrodestra prova a giocare d’anticipo. Il governatore del Veneto Alberto Stefani annuncia due bandi per complessivi 50 milioni: 25 milioni per il social housing e altrettanti per recuperare immobili Erp oggi sfitti per mancanza di manutenzione.

«L’emergenza casa è l’emergenza prioritaria», dice Stefani. E pone una domanda che vale più di molti convegni: come può un giovane infermiere che guadagna 1.500 euro al mese vivere a Padova quando l’affitto ne costa 800? Maurizio Gasparri (FI) vede nella casa il fantasma della patrimoniale e accusa la sinistra di avere nel mirino gli immobili degli italiani. Francesco Boccia (Pd) prova invece a rovesciare il tavolo: «Salari, casa, sanità, caro energia, potere d’acquisto», propone il presidente dei senatori del Pd: «Dovrebbe essere questa l’agenda del governo, non la legge elettorale».

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L’Italia dispone di appena il 2,7 per cento di edilizia residenziale pubblica sul totale dello stock abitativo, contro circa il 17 per cento di Francia e Regno Unito e percentuali ancora più elevate in altri Paesi europei. Le abitazioni in affitto sono appena il 13 per cento, mentre il 27 per cento delle case risulta non occupato. Tre milioni di persone spendono più del 40 per cento del proprio reddito per l’abitazione; 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta non possono accedere alla casa. Solo il 5 per cento dei circa 900mila studenti fuori sede riesce a trovare posto nelle strutture pubbliche.

Il Piano casa del governo Meloni

Il Piano casa del governo Meloni promette di intervenire sull’Erp, con 960 milioni in 5 anni per recuperare il patrimonio indisponibile, oltre 60mila alloggi. Ma la critica di Sabina De Luca, esperta di politica di coesione e attiva nel “Forum disuguaglianze-diversità”, è netta: «Manca un vero impianto strutturale e programmatorio – scrive sulla rivista Dissonanze – I fondi possono rimettere in gioco una parte degli immobili, ma non affrontano il problema della manutenzione ordinaria e stabile.

Soprattutto, pesa la previsione di poter vendere una parte del patrimonio pubblico senza un obbligo equivalente di reinvestimento». In un Paese con 350mila famiglie in graduatoria, la contraddizione è evidente. Anche il Fondo Housing Coesione, nella lettura di De Luca, è un’operazione di riallocazione più che una vera iniezione di risorse nuove: salvo i 100 milioni iniziali del Fondo sviluppo e coesione, si tratta soprattutto di risorse già disponibili nei programmi di Regioni e Comuni.

E il ricorso al Fondo sociale per il clima apre un altro interrogativo: una risorsa pensata per sostenere la transizione energetica delle famiglie vulnerabili può diventare il sostituto di una politica abitativa ordinaria? Poi c’è l’edilizia integrata, fortemente orientata verso capitali e grandi operatori privati.

Restano ai margini cooperative, soggetti no profit e forme di abitare sociale. La Spagna ha deciso di giocare questa partita prima delle urne. L’Italia dovrà decidere se giocarla davvero o continuare a trattarla come una parentesi nei programmi elettorali.

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