Bruxelles, per ora, la gela. FN vota con la maggioranza contro le pregiudiziali di costituzionalità. Il “vero” voto segreto sul Melonellum sarà quello finale (8 ottobre). La premier “sloggia” la sindaca Salis dal palco del Salone della Nautica a Genova
Buona la prima. Con un grande sospiro di sollievo. E bastava, ieri, vedere le facce tiratissime di Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, e di Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera, per capire quanto il loro sistema nervoso sia stato messo alla prova nel primo voto segreto di questo passaggio finale parlamentare della nuova legge elettorale.
Alle 13 e 20 il tabellone elettronico della Camera ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità (cinque) su cui le opposizioni avevano chiesto il voto segreto. Con un margine superiore al previsto: sono stati 229 i voti contrari, ben sette voti in più rispetto ai 222 presenti e partecipanti al voto. Le opposizioni si sono fermate a 151 voti favorevoli.
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«Sette voti in più rispetto ai numeri odierni della maggioranza» ha commentato con una qualche soddisfazione Donzelli che, in vista del voto finale, anche quello segreto, previsto l’8 ottobre, ha subito aggiunto: «Non c’è nessun voto pericoloso perché l’Aula è sovrana e qualsiasi voto rappresenta il popolo italiano.
Il voto era delicato perché ci poteva essere qualcuno che magari avrebbe potuto condividere i dubbi non sulla fiducia al governo ma sulla costituzionalità di questa legge. Non è successo e di questo siamo molto soddisfatti. Poi il voto dell’8 ottobre sarà un voto soprattutto politico e con un valore enorme. E quindi vedremo come andrà».
Appuntamento tra una settimana quindi. E ieri, giustamente, a parte l’applauso liberatorio quando il tabellone elettronico ha consegnato il verdetto, pochi hanno poi festeggiato. Anche perché negli stessi minuti in cui la Camera votava il Melonellum (come lo chiamano a sinistra) o Stabilucum (come lo chiamano a destra), arrivava la non bella notizia che sull’inflazione galoppante (+4,2%) l’Italia dovrà farcela da sola.
La premier Meloni ha chiesto mercoledì con una lettera a Ursula von der Leyen di avere più flessibilità per fronteggiare la crisi energetica. Ma Bruxelles – la risposta anticipata dai portavoce della Commissione – ha già concesso quello che poteva. Questo è il problema: inflazione, costi energia, scorte, altro che legge elettorale.
I due palcoscenici della premier
Giorgia Meloni sta muovendo le sue pedine su due palcoscenici. Ha militarizzato l’aula – ieri tutti convocati e presenti, anche ministri e sottosegretari – per blindare la legge elettorale su cui ha scommesso la propria credibilità politica anche se probabilmente, tornasse indietro a sei mesi fa, prima della nascita e della crescita di Futuro Nazionale, farebbe scelte diverse. Ormai, però, deve andare avanti.
Contemporaneamente la premier è in piena campagna elettorale: ieri mattina è stata a Genova all’inaugurazione del Salone della Nautica dove, forse per un eccesso di zelo degli organizzatori, ha nei fatti escluso la sindaca Silvia Salis dal palco dove è avvenuto il taglio del nastro. Nel pomeriggio la premier ha parlato a Roma alla Festa per gli 80 anni della Confederazione artigianato ripetendo alcuni dei suoi mantra sull’importanza della piccola e media impresa e sul miracolo del made in Italy.
«Appena finisco con voi, vado ad occuparmi di flessibilità per combattere il caro energia. Vogliamo abbassare i prezzi dell’energia per le imprese» ha promesso. Dalla sala è salito un debole applauso: sono quattro anni che le aziende chiedono di abbassare i costi dell’energia, Hormuz è stata solo la botta finale. Ma da Bruxelles arrivano risposte tiepide. E domani il Consiglio dei ministri dovrà comunque presentare il Documento programmatico di finanza pubblica e scrivere i numeri della prossima manovra.
Tre fiducie prima del voto finale
Ma torniamo in aula, alla legge elettorale, al primo dei due palcoscenici che la premier sta calcando. Il voto finale è previsto l’8 ottobre ma prima, da lunedì cinque, i tre articoli della legge saranno sottoposti a tre distinti voti di fiducia. Questo per dire quanto Meloni scommette sulla nuova legge elettorale.
Le pregiudiziali presentate dalle opposizioni erano cinque: il numero troppo alto di firme per presentare le liste, «nei fatti la negazione della rappresentanza»; il divieto di ricorrere alla raccolta digitale (su questo Riccardo Magi di +Europa ha iniziato lo sciopero della fame); l’eliminazione nei fatti dell’alternanza di genere; il premio che «consentirà ad una minoranza di diventare maggioranza»; l’indicazione del premier nel programma.
«Con un sotterfugio nominate un capo» ha detto il dem Gianni Cuperlo seduto al fianco di Elly Schlein. Tutte questioni che saranno sottoposte al giudizio della Corte Costituzionale.
I sette voti in più e il rebus dell’8 ottobre
Un’occhiata ai numeri di ieri. La maggioranza aveva sette deputati assenti: Traversi (FdI), Della Chiesa (FI), quattro leghisti (Angelucci, Candiani, Caparvi, Centenaro) e il moderato Tirelli. E tre in missione, Meloni, Pichetto Fratin e Giagoni (Lega). Eppure ha avuto sette voti in più, 229 anziché i 222 in aula.
I «sospetti» vanno sul gruppo dei vannacciani. «Le pregiudiziali sono ridicole» aveva detto Ziello confermando però che voteranno contro nelle tre fiducie e nel voto finale, quello segreto. I timori e i dubbi per l’8 ottobre restano.
Anche perché ieri mattina giravano in Transatlantico i foglietti con le simulazioni della composizione del Parlamento eletto con la nuova legge elettorale. Lega e Forza Italia sono condannate ad una rigorosa cura dimagrante: meno della metà degli attuali eletti. Perché mai, quindi, dovrebbero suicidarsi?































