28 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Lug, 2026

De Lucia: «I boss comandano dal carcere, hanno lo smartphone appena entrano»

L’allarme del procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia davanti alla Commissione Antimafia. Il business di droga e telefonini grazie al trasporto con i droni. C’è perfino un tariffario, come ha svelato Gratteri in un’inchiesta del 2024


I boss della mafia vogliono mettere sempre di più le mani su droni lanciamine e armi sofisticate e, da dietro le sbarre del 41 bis. Hanno lo smartphone appena entrano, continuano a dettare legge muovendo le pedine del business criminale, tra droga e telefonini.

L’allarme lanciato dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia davanti alla Commissione nazionale Antimafia non svela una novità per le notizie di cronaca dai penitenziari. Ma conferma che le carceri sono fuori controllo, terre di nessuno in cui il sistema ha fallito e in cui fare affari è davvero semplice.

De Lucia sottolinea che Cosa nostra «continua a funzionare in maniera estremamente organizzata per mettere a frutto i suoi affari secondo una strategia ben definita». E cioè «attraverso il loro esercito e i denari che servono a finanziarlo che provengono in primis dal traffico di stupefacenti», quello che accade dietro le sbarre lo raccontano i fatti e i continui blitz della polizia penitenziaria.

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Il caso di Prato e i droni

L’ultimo caso in ordine di tempo che rende plastico il fenomeno è quello di queste ore nel carcere di Prato. Qui la penitenziaria ha intercettato droga e smartphone introdotti all’interno del muro di cinta del carcere. In prossimità dei passeggi della media sicurezza, grazie al lancio di un plico dall’esterno.

Come chiarito dalla Procura di Prato, il rinvenimento segue quelli effettuati il 18 luglio, quando sono stati trovati cinque cellulari, introdotti con un drone a cui era legata una lenza di venti metri che ha depositato il plico nel carcere.

Il 25 luglio sono stati scoperti uno smartphone, un mini smartphone, privo di scheda Sim, e due panetti di hashish per circa 190 grammi di peso.

Dallo scorso aprile a ieri, nel carcere toscano sono stati scoperti, in totale, 27 dispositivi cellulari, 1.600 grammi di hashish e 69 grammi di cocaina.

Per questo la Procura pratese rinnova l’auspicio di adottare misure di controllo. Da un «appropriato intervento di schermatura sul carcere alla fornitura di disturbatori di frequenza, fino alla collocazione di un intercettatore di droni funzionante. E all’installazione di telecamere che consentano di coprire la visuale su tutto il carcere per agevolare le attività intercettive».

Il business di droga e telefonini

Ma quanto accaduto a Prato non è un caso isolato. I boss continuano, nei penitenziari da Nord a Sud, a controllare questo mercato illecito che arriva fino nelle carceri minorili.

Come il caso, recente, del Beccaria di Milano, dove nei giorni scorsi sono stati trovati un telefono cellulare e il caricabatteria. Oltre a un sostanzioso quantitativo di hashish.

C’è anche un tariffario per l’ingresso di telefoni e droga nelle carceri, come svelato da una doppia inchiesta della Dda di Napoli coordinata dal procuratore Nicola Gratteri nel marzo 2024. Mille euro per uno smartphone, 250 euro per un cellulare normale e fino a 7 mila euro per la droga.

I dispositivi e la droga, sempre secondo le risultanze dell’inchiesta, venivano fatti entrare nelle strutture usando droni guidati per superare le mura dei penitenziari. In ogni istituto coinvolto nell’indagine, è stata stimata la presenza di circa un centinaio di telefonini.

Un’operazione che ha portato due anni fa all’esecuzione di 32 misure cautelari. Con accuse, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsioni, traffico di stupefacenti, detenzione di armi da fuoco e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti.

Il sistema del 41 bis

Il fenomeno è stato denunciato più volte anche dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe). Già, ai tempi in cui era ministro della Giustizia Andrea Orlando, il Sappe aveva chiesto l’adozione urgente di strumenti di contrasto. I droni già rappresentavano «la nuova frontiera criminale».

Ed ora il procuratore De Lucia avverte: «Se consentiamo ai mafiosi di continuare dal carcere a fare i mafiosi anche l’attività delle forze di polizia, le misure cautelari, i processi che facciamo non hanno il risultato che invece dovremmo avere. Il sistema del 41 bis funziona con dei correttivi che vi si possono apportare. Ma il problema – sottolinea – è che funzionerebbe meglio se funzionassero bene i due livelli dell’alta e della media sicurezza. Perché questo consentirebbe di non richiedere il regime del 41 bis per soggetti che non hanno il carisma e la capacità di governo che hanno i veri capi delle organizzazioni mafiose. Ma rispetto ai quali è necessario impedire che telefonicamente diano ordini su attentati in giro per le città. Il sistema non funziona».

Le critiche al Dap e il confronto con Nordio

Un sistema che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dovrebbe invece controllare, visti i continui allarmi, senza cadere nelle contraddizioni di dare vita a ripetute circolari che riducono lo spazio vitale dei detenuti permettendo invece il comando dei boss sul mercato illecito di droga e telefonini.

A parlare di tutte le «contraddizioni nell’azione di alcuni settori del Dap» è stato anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, ricevuto ieri dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in un incontro informale a via Arenula, affiancato dall’avvocato Edoardo Albertario che lo ha assistito durante la sua esperienza detentiva a Rebibbia.

«Per ragioni incomprensibili – denuncia Alemanno – alcuni dirigenti del Dap preferiscono tenere tutte le carceri italiane in uno stato di paralisi per le iniziative di lavoro, formazione e cultura», e cita il «sovraffollamento prossimo al 160%» del carcere romano di Rebibbia.

Nell’incontro si è parlato del problema della misurazione della dimensione delle celle — «ancora oggi esiste un applicativo del Dap che sovrastima queste dimensioni, impedendo così ai detenuti di ottenere i benefici previsti in caso di sovraffollamento» — e della carenza di personale dei tribunali di sorveglianza, «in particolare quello di Roma, che impedisce di affrontare in tempi brevi le diverse istanze» presentate dai reclusi.

Il Guardasigilli si sarebbe impegnato a intervenire su tutti i problemi che affliggono il carcere.

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