20 Ott, 2026

Manovra, scontro sulle banche: la Lega chiede nuovi contributi

La Lega propone un contributo del 5% sugli utili delle banche per recuperare 2-3 miliardi di euro, mentre Forza Italia chiede che la manovra coinvolga l’intero sistema finanziario. L’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina richiama l’accordo triennale con il governo e avverte sui rischi per la fiducia tra istituti di credito e istituzioni


La manovra si trasforma in un ring con le tensioni dentro la maggioranza che si intrecciano con il braccio di ferro tra governo e sistema bancario. Da una parte c’è la Lega, che insiste sulla necessità di chiedere un ulteriore sforzo alle banche; dall’altra Forza Italia, che teme una misura punitiva e mette in guardia dai rischi di un intervento imposto dall’alto. In mezzo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Punta l’attenzione sulla necessità di correggere le rendite di posizione e di garantire un equilibrio sostenibile.

La proposta della Lega, sostenuta da Matteo Salvini, è quella di chiedere agli istituti di credito un contributo pari al 5% degli utili, con l’obiettivo di recuperare risorse nell’ordine di 2-3 miliardi di euro da destinare al sostegno delle famiglie, delle imprese e della sicurezza. Giorgetti, dal canto suo, ha evitato di sposare esplicitamente la formula proposta dal suo partito, ma non ha chiuso la porta al confronto

Forza Italia chiede un contributo da tutto il sistema finanziario

È proprio su questo punto che si consuma una parte significativa dello scontro nella maggioranza con Forza Italia e Antonio Tajani, Il contributo alla manovra, ha spiegato, deve arrivare da «tutto il mondo finanziario», non soltanto da banche e assicurazioni. Anche Cdp, dunque, dovrebbe essere coinvolta nello sforzo. È un passaggio politicamente rilevante, perché sposta il confronto dal principio del contributo alla sua ripartizione: se il sistema finanziario è chiamato a partecipare alla copertura delle esigenze di bilancio, secondo Forza Italia non può essere un singolo comparto a sopportarne da solo il peso.

È su questo terreno che si inserisce la delusione di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ha scelto di intervenire pubblicamente per ricordare l’accordo triennale siglato con il governo. Le sue parole chiamano direttamente in causa la presidente del Consiglio e restituiscono il malessere di un settore che riteneva di aver già definito il proprio contributo per un periodo preciso. «Avevamo un accordo triennale con il governo. Io ci ho creduto», ha detto Messina, mettendo in evidenza il punto che più lo amareggia: l’intesa non era stata immaginata come un impegno da rimettere in discussione a ogni nuova legge di Bilancio.

Meloni, Giorgetti e Tajani: come è nata l’intesa con le banche

Il banchiere ha ricostruito anche come si era arrivati a quell’accordo. L’anno scorso, ha raccontato, era stata la stessa Meloni a chiedergli di collaborare per individuare una soluzione volontaria che consentisse alle banche di contribuire alle necessità dello Stato. Da quel confronto era nata un’intesa triennale, sottoscritta con il coinvolgimento di Tajani, Giorgetti, del viceministro Maurizio Leo e dei rappresentanti dell’Abi. Un accordo che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto assicurare stabilità ai conti pubblici e al tempo stesso consentire agli istituti di credito di programmare il proprio impegno senza ritrovarsi ogni anno al centro di una nuova trattativa.

Il dettaglio ricordato da Messina è particolarmente significativo: le banche, inizialmente, avrebbero preferito un’intesa annuale, da rivedere di volta in volta. Fu invece chiesto loro di assumere un impegno triennale, proprio per garantire maggiore certezza. Da qui che nasce la sua amarezza. Se il governo aveva chiesto alle banche di impegnarsi per tre anni in nome della stabilità, ora la richiesta di un nuovo contributo rischia di incrinare quella fiducia sulla quale si era costruita l’intesa.

Gli utili bancari e il peso delle imposte versate allo Stato

Messina non contesta soltanto il metodo, ma anche la rappresentazione del ruolo delle banche nel sistema economico italiano. Il dibattito pubblico, osserva, tende a concentrarsi sugli utili degli istituti, senza ricordare quanto il settore già versa alle casse dello Stato. A fronte di circa 50 miliardi di euro di utili, ha ricordato, lo Stato incasserebbe circa 25 miliardi in imposte tra fisco ordinario e “una tantum” Una cifra che, nella sua lettura, dovrebbe essere considerata quando si valuta il contributo complessivo del comparto alla finanza pubblica. Il punto non è sostenere che le banche non debbano partecipare allo sforzo comune, ma chiedere che la discussione avvenga tenendo conto dell’intero quadro, evitando di trasformare un settore in un bersaglio privilegiato.

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«Non c’è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà», è il senso del suo ragionamento. Una frase che si salda, almeno in parte, con la posizione di Tajani: il contributo può esserci, ma deve essere distribuito in modo equo e non concentrarsi esclusivamente sugli istituti di credito. Il suo intervento, insomma, sposta il confronto dal semplice calcolo delle risorse a una questione più ampia: il rapporto di fiducia tra il governo e il sistema produttivo e finanziario.

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