2 Ott, 2026

La premier Meloni e l’europeismo a corrente alternata

La premier chiede a Bruxelles maggiore flessibilità per affrontare caro energia e inflazione, ma respinge una più forte integrazione politica. Una contraddizione che nell’Europa di oggi diventa sempre più difficile sostenere


Giorgia Meloni ha chiesto a Ursula von der Leyen una flessibilità aggiuntiva nei parametri di bilancio europei, per fronteggiare l’inflazione provocata dal caro energia. Ma Bruxelles frena sulla richiesta, ricordando che margini aggiuntivi sono già stati concessi.

Una prima presa di posizione, anche se non ancora una risposta formale alla nuova richiesta, che rende palese, al di là della questione economica, un problema politico di fondo che emerge nell’atteggiamento della nostra presidente del Consiglio, o meglio una contraddizione.

Potremmo definire infatti, quello di Meloni, una sorta di europeismo a corrente alternata. Quando si tratta, cioè, di assorbire gli shock energetici, di consentire un maggiore deficit, di finanziare la difesa, di proteggere le imprese, si vorrebbe un’Europa forte, ma quando si devono incoraggiare gli strumenti istituzionali che potrebbero trasformare quella solidarietà occasionale in una capacità politica permanente, subentra la diffidenza.

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L’11 giugno scorso, solo per fare un esempio, Meloni ha dichiarato esplicitamente di essere contraria al superamento dell’unanimità nelle decisioni fondamentali dell’Ue.

Il sovranismo diventato europeismo intergovernativo

Certo, in questi anni di governo, Meloni non è più facilmente definibile come “antieuropeista”, ma neppure come europeista nel significato tradizionale del termine, poiché anche di recente ha respinto l’idea di una maggiore integrazione, proponendo un modello di Europa confederale. Ha trasformato cioè il vecchio sovranismo di opposizione in un europeismo intergovernativo, per il quale l’Unione europea è necessaria come moltiplicatore di potenza, ma dovrebbe restare il più possibile un’unione di nazioni sovrane.

È precisamente qui, in queste due concezioni di Europa in conflitto, che si trova l’ambiguità italiana. È una posizione che potremmo sintetizzare così: più Europa quando si tratta di rendere comuni alcuni costi, meno Europa quando ciò comporta una riduzione dell’autonomia politica degli Stati. Meloni chiede più flessibilità nelle regole di bilancio, ma allo stesso tempo tende a respingere l’idea che ciò debba tradursi automaticamente in un rafforzamento sovranazionale delle istituzioni.

Quanto può essere sovrano uno Stato da solo

Ma questa ambivalenza l’Italia poteva forse permettersela nell’Europa di venti anni fa. Non in quella di oggi. Meloni dovrebbe chiedersi, prima di tutto, che cosa significa oggi essere sovranisti. La Commissione ha ricordato a settembre che circa l’80% del gas consumato nel territorio dell’Ue è importato e che le turbolenze geopolitiche continuano a rendere l’Europa vulnerabile sul piano energetico. Lo stesso vale per difesa, semiconduttori, intelligenza artificiale, materie prime, satelliti, infrastrutture digitali. Dunque, quanto può essere effettiva oggi una sovranità esercitata soltanto a livello nazionale?

La guerra russa contro l’Ucraina, la competizione tecnologica con Stati Uniti e Cina e un rapporto transatlantico che negli ultimi anni ha mostrato maggiori elementi di incertezza (per non parlare delle consistenti lacune europee in difesa aerea e missilistica, munizioni, droni e capacità terrestri e navali) rendono necessaria più che mai una visione perfino ultraeuropea.

Uno spazio politico euro-atlantico

In questa fase storica, cioè, anche l’Europa potrebbe essere troppo piccola. L’orizzonte strategico dovrebbe essere costituito da un grande spazio politico euro-atlantico delle democrazie, con l’Ue come nucleo ma con la Gran Bretagna e il Canada strettamente associati. Non sarebbe un’architettura da inventare da zero, dal momento che Londra e Ottawa hanno già stretto con Bruxelles partenariati di sicurezza e difesa, e il Canada è diventato quest’anno il primo Paese non europeo a partecipare al programma Safe.

Occorre, dunque, paradossalmente, superare l’Europa per salvare la capacità dell’Europa di contare. La nostra presidente del Consiglio parla spesso dell’Europa come civiltà comune, e quindi teoricamente possiede perfino il lessico adatto a concepire uno spazio più largo dell’Ue, una dimensione politica abbastanza grande da governare stabilmente energia, sicurezza e competizione industriale. A patto che si superino la diffidenza verso la condivisione della sovranità e questa persistente ambivalenza, per arrivare alla costruzione delle istituzioni capaci di rendere finalmente concreto e operativo quello spazio.

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