La strategia MAGA di Trump sembra basarsi su un principio filosofico essenziale: il mondo è pericoloso perché esiste. La soluzione? Ridurlo
Diventerà sempre più difficile entrare negli Stati Uniti. E non perché gli americani abbiano improvvisamente scoperto la geopolitica – che di solito per loro è un genere cinematografico – ma perché la strategia MAGA di Trump – che più che Make America Great Again ormai si potrebbe leggere Make America Gate Again – sembra basarsi su un principio filosofico essenziale: il mondo è pericoloso perché esiste. La soluzione? Ridurlo, possibilmente, a una versione digitale del Sé.
Il controllo dei social
L’ultima trovata è la richiesta di controllare i social dei viaggiatori, cioè un tentativo piuttosto ingenuo di sostituire il vecchio interrogatorio dell’Inquisizione (“Ha avuto rapporti carnali con il Diavolo?”) con una domanda più aggiornata (“Ha mai messo like a un meme sovversivo?”). Si tratta, in sostanza, di stabilire la verità dell’individuo non attraverso ciò che fa, ma attraverso ciò che posta. Una filosofia pericolosa: se avessimo applicato lo stesso criterio nel Medioevo, avremmo dovuto condannare Dante in base a ciò che la sua pagina Facebook avrebbe fatto dire a Virgilio.
Le conseguenze della decisione
Nel caso in cui passasse la proposta dell’amministrazione, oltre alle impronte digitali, al controllo del reticolo venoso del polso e alle domande su eventuali simpatie per regimi sospettosamente simili a quello che ti sta interrogando, arriverà il controllo di Facebook, Instagram, Tik Tok. Una liturgia dell’idiozia perfettamente calibrata, con funzionari che frugheranno nei post e nei like come piccoli Freud del Dipartimento di Sicurezza, convinti di poter scovare tra un cuore rosso e un’emoji sorridente il germe della sovversione. È curioso constatare come ogni epoca ricominci da capo la sua ossessione per il controllo dei corpi, con una costanza che neppure la psicanalisi più ortodossa riesce a raggiungere.
Archivi, non muri
L’America trumpiana non innova: si limita a raffinare dispositivi conosciuti. Non costruisce muri: costruisce archivi. Non respinge persone: vuole respingere narrazioni. E per farlo, ora, pretenderà di leggere ciò che i viaggiatori hanno scritto — o ciò che è stato scritto per loro — nello spazio opaco e pornografico dei social network. Il nuovo controllo digitale alle frontiere non cercherà terroristi, né dissidenti, né criminali. Cercherà profilazioni. Cercherà ciò che il viaggiatore è diventato in quanto produttore involontario di discorsi. Entrare negli Stati Uniti significherà dunque offrire la propria biografia estratta, filtrata, medicata da algoritmi che non leggono ma contano. Non capiscono, ma classificano. Trump ha forse intuito la verità: non sono gli stranieri a minacciare la nazione, ma i significati che si portano dietro. Il paradosso è evidente. Fino a ieri, il corpo del viaggiatore era l’oggetto di controllo: possedeva valigie, liquidi sospetti, muscoli che potevano tremare alla domanda sbagliata.
Il doppio digitale
Oggi è un corpo superfluo: ciò che interessa è il suo doppio digitale, quella protesi linguistica che vive altrove, spesso contro la nostra volontà, in quella zona grigia dove una battuta mal calibrata può valere più del passaporto. L’agente della frontiera non si chiederà più «Chi è lei?». Domanderà invece: «Che cosa ha detto lei?». E, più radicalmente: «Che cosa è stato detto a suo nome?». E che ne sarà allora delle le opere d’arte? Immaginate l’ingresso negli Stati Uniti di un’opera “problematicamente discorsiva”: un Duchamp che insiste a dichiararsi un orinatoio liberato dai suoi vincoli borghesi; una Gioconda che continua a sorridere in modo da suggerire una controverità; un David che afferma la superiorità del nudo maschile rinascimentale sul fitness del Midwest. Chi controllerà ciò che esse hanno detto al mondo e hanno fatto dire di sé? Chi controllerà le interviste, i post, le interpretazioni critiche, i meme generati da milioni di utenti? Quale frontiera può contenere un significato virale?
Il nuovo protocollo
È evidente che il nuovo protocollo richiederà ai funzionari doganali non conoscenze di sicurezza, ma di ermeneutica. L’agente MAGA del futuro sarà un filologo armato di pistola, un semiologo col distintivo, un censore ansioso davanti alla possibilità che un’opera d’arte – anche muta, anche imballata – continui a produrre discorsi sovversivi. Le opere, si sa, sono entità indisciplinate: parlano fuori tempo, parlano contro le intenzioni, parlano tramite chi le guarda. E i social – diecimila volte più indisciplinati – moltiplicano queste voci. Cosa farà la dogana americana quando scoprirà che milioni di utenti hanno caricato su Instagram un David con occhiali da sole e pistola giocattolo? Chi esaminerà le responsabilità politiche di uno storyboard generato da un algoritmo che mostra la Gioconda mentre vota progressista. Siamo entrati in un’epoca in cui il confine non seleziona più i corpi, ma le operazioni di senso. Il turista diventa così un archivio ambulante: una raccolta di enunciati che non gli appartengono, che gli sfuggono, che gli vivono addosso come un’aura burocratica. L’autorità di frontiera cercherà di estrarre un’essenza dal caos, un orientamento dalle sue contraddizioni, un’ideologia dal suo flusso di like.
Il sogno di un’America “purificata”
È qui che si rivela la forma più grottesca del progetto MAGA: il sogno di un’America purificata non dai fatti, ma dai significati. Si vuole un viaggiatore senza opinioni, un feed senza ironia, un mondo in cui nessun oggetto disfunzionale di un artista contemporaneo possa insinuare una domanda non autorizzata. Il risultato sarà paradossale: mentre si tenterà di controllare il discorso, il discorso si espanderà; mentre si cercherà di bloccare il significato, il significato si moltiplicherà. Ogni post cancellato genererà altri cinque screenshots; da ogni interrogatorio alla dogana scaturiranno nuove narrazioni di vittimizzazione; ogni artista bloccato produrrà una nuova estetica della frontiera.
Che cosa può fare il potere
La verità, che gli architetti di MAGA non hanno compreso, è che il potere può sorvegliare, ma non può interpretare. Può registrare, ma non può comprendere. Può punire, ma non può silenziare ciò che non smette mai di parlare. Nemmeno un orinatoio del 1917. Nemmeno un sorriso del 1503. Nemmeno un turista che ha dimenticato la password. E così il controllo diventa grottesco. Alla fine, l’America rischia di creare non uno spazio sicuro, ma un gigantesco parco tematico della paranoia: una Disneyland della sorveglianza, dove ogni visitatore verrà schedato in base al numero di emoticon usate nell’ultimo mese. Un regime non del terrore, ma del ridicolo. Non dell’autorità, ma dell’algoritmo nervoso. E allora sì, forse Trump riuscirà davvero a scoraggiare i turisti. Non con il muro, non con il visto, non con le perquisizioni. Ma con l’idea insostenibile che per entrare in un paese bisogna prima pulire la propria identità da qualunque traccia di vita e di senso.


















