Le parole di Meloni su Trump pronunciate ieri in aula al Senato segnalano che il vero atlantismo coincide con la presa di distanza dalle politiche del tycoon
Giorgia Meloni, nelle comunicazioni al Senato di ieri, ha definito una «scelta molto rischiosa» l’accordo tra Stati Uniti e Russia sulla fornitura di diesel. «L’esito di questa decisione è incerto, mentre i rischi sono chiari», ha detto la premier al Parlamento. Quali sono i rischi? Che le nuove entrate possano contribuire al finanziamento della guerra russa, che l’accordo stesso rischi di conferire una sorta di legittimazione politica a Mosca.
Lo scontro con Trump
Ma anche e che l’allentamento delle restrizioni indebolisca la credibilità delle sanzioni. Il tutto mentre Putin continua a bombardare le città ucraine, colpendo infrastrutture energetiche e facendo stragi di civili. Ma, a parte ritenere tutto ciò del tutto condivisibile, che valutazioni politiche si possono fare su questa presa di distanza da Trump da parte di Meloni, che ha costruito una parte significativa della sua affidabilità internazionale proprio sulla continuità del rapporto con Washington, invero già segnato dalle divergenze nel giugno scorso sulla guerra in Iran e poi da uno scontro personale molto duro?
La prima è che questo dissenso sottolinea una contraddizione più o meno latente nei rapporti transatlantici, che l’improvviso voltafaccia di Trump ha soltanto palesato, perfino brutalmente, mostrando che gli Stati Uniti possono perseguire obiettivi economici immediati – soprattutto se ci sono di mezzo le elezioni di metà mandato – non coincidenti con quelli strategici europei. Questa divergenza, naturalmente, non è soltanto di natura etica e valoriale. Gli Stati Uniti e l’Europa appartengono alla stessa alleanza, ma non occupano lo stesso spazio geografico.
La priorità dell’Europa
Non sopportano gli stessi rischi, né dipendono dalle stesse infrastrutture, per cui non subiranno nello stesso modo le conseguenze di un’eventuale ricostituzione della potenza russa, con buona pace di chi continua a sostenere che per fermare la guerra occorra interrompere il sostegno militare a Kyiv.
La questione non è tanto l’inaffidabilità di Trump, la sua imprevedibilità politica o la sua spregiudicatezza tattica. È un problema più strutturale. L’Europa, con la Russia ai propri confini, semplicemente non può permettersi di cambiare priorità nella sua agenda geopolitica con la stessa libertà degli Stati Uniti. Ora, di fronte a questa divergenza, Meloni, che ha scelto una collocazione internazionale piuttosto netta su due punti – l’appartenenza occidentale e il sostegno all’Ucraina – si trova di fronte a un problema nuovo, che la obbliga a separare due cose che una certa parte della destra aveva potuto tenere insieme: la consonanza politica con la destra americana di Trump e l’atlantismo strategico, ovvero l’idea che la sicurezza dell’Italia e dell’Europa si fondi sull’alleanza con gli Stati Uniti e sulla Nato e, nel caso ucraino, sulla necessità di impedire che la Russia possa modificare con la forza l’ordine europeo.
Atlantisti ma non trumpisti
Se essere politicamente vicini a Trump e essere fermamente atlantisti, fino a poco fa, sembrava coerente, adesso questa coerenza è andata in frantumi. Per questo, criticando Trump sul diesel russo, Meloni sta implicitamente dicendo che, in questo nuovo scenario, essere atlantisti non significa per forza seguire il presidente americano in tutto e per tutto. Anzi, in determinate circostanze, contestarlo può significare il contrario, cioè difendere proprio quel che si ritiene l’interesse strategico dell’alleanza. Certo è legittimo chiedersi se l’alleanza transatlantica possa rimanere solida anche quando non esiste più una coincidenza automatica fra le priorità di Washington e quelle europee, ma si può anche pensare che un’Europa politicamente più solida e più forte sia anche più capace di conservare un rapporto transatlantico meno squilibrato.
Non più subordinati
Non è un caso, infatti, che Meloni abbia chiesto anzitutto ai Ventisette di individuare «una figura autorevole, con il mandato di tutti» che porti al tavolo la voce europea, aggiungendo poi che, se Francia, Germania e Regno Unito ritengono di poter svolgere meglio quel ruolo nel formato E3, dovrebbero almeno farlo «a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti», centrando di fatto il vero problema istituzionale. Se Washington e Mosca negoziano, infatti, chi rappresenta gli europei? La Commissione? Il Consiglio europeo? Kaja Kallas? Francia e Germania?
L’E3, includendo il Regno Unito che non appartiene più all’Unione? La richiesta di Meloni mette, come si dice, il dito nella piaga. Per essere politicamente credibile, l’autonomia europea dovrebbe, infatti, liberarsi dalla falsa alternativa che la identifica con l’antiamericanismo, così come da quella che identifica l’atlantismo con la subordinazione agli Stati Uniti. Entrambe sono categorie sterili. L’aspetto più interessante della posizione di Meloni, in questo senso, non è tanto che una leader conservatrice sfidi Trump, ma che una leader dichiaratamente atlantista sostenga che la coerenza dell’alleanza può richiedere di contestare una decisione americana.
Quello che ancora serve
Detto questo, però, affermare che l’accordo di Trump con Putin è rischioso non basta. Alle parole occorre far seguire i fatti concreti e le azioni coerenti. Bisogna capire che cosa farà l’Italia al Consiglio europeo del 15-16 ottobre. Sarà capace di sostenere effettivamente il mantenimento della pressione economica sulla Russia? Lavorerà per una rappresentanza europea reale nei negoziati? Accetterà i costi economici che una linea più coerente può comportare? Sarà dalla verifica di questi tre punti fondamentali che potremo giudicare realmente la posizione di Meloni rispetto al suo atlantismo. Solo allora si capirà se l’autonomia europea evocata dalla premier significa semplicemente rivendicare il diritto di dissentire da Washington o qualcosa di più impegnativo, come possedere gli strumenti, e accettare i costi, necessari per sostenere quel dissenso.































