13 Ott, 2026

Glucksmann e Schlein: una Sinistra sceglie, l’altra subisce

In Francia, Glucksmann vince le primarie dell’area socialdemocratica rinunciando all’alleanza con i populisti di Mélenchon. In Italia, Elly Schlein insegue Conte e il duo Bonelli-Fratoianni. Insomma, la Sinistra francese sceglie, quella italiana subisce


Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie dell’area socialdemocratica in Francia, con il 66,17% al primo turno, contro il 14,46% di Olivier Faure. È un’investitura per le presidenziali, ma è anche qualcos’altro. Glucksmann ha condotto la campagna rivendicando la rottura con la pretesa egemonica della sinistra radicale di Mélenchon, ed è stato premiato. È questo, infatti, il messaggio chiaro e forte che arriva dalla sconfitta netta di Faure, disponibile a ricomporre l’alleanza con gli Insoumis. Difficile, a questo punto, non provare un sano sentimento di invidia per i francesi di centrosinistra. Almeno per chi è costretto a confrontarsi con il nostro Pd che si ostina a considerare indispensabile la tutela di Conte e della coppia Bonelli-Fratoianni.

La Sinistra che manca all’Italia

È – quella di Glucksmann – la sinistra che vorremmo e non abbiamo. Una sinistra che si assume il rischio di rinunciare alla rassicurante somma preventiva dei voti per tentare di costruire un consenso attorno a una proposta autonoma, basata, tra l’altro, sull’europeismo e il sostegno incondizionato all’Ucraina (durante le primarie Glucksmann ha proposto di rafforzare gli aiuti e di utilizzare gli averi pubblici russi per finanziarli). Una sinistra che rivendica uno spazio politico capace di affrontare le disuguaglianze senza adottare il linguaggio e le alleanze della sinistra populista.

No alla retorica del palestinismo

Certo è una scelta che non garantisce governabilità, ma esprime l’intenzione di conquistare credibilità attorno a una linea riconoscibile, invece di attenuarla per conservare tutti gli interlocutori. E di farlo, anche, senza nessun cedimento alla retorica del «palestinismo» ormai imperante. Il leader di Place publique ha, infatti, denunciato con fermezza le violazioni del diritto internazionale commesse dal governo Netanyahu e ha espresso il proprio sostegno a uno Stato palestinese, ma ha sempre rifiutato di utilizzare il termine identitario “genocidio”, anche sotto la pressione dei concorrenti alle primarie, ribadendo il diritto di Israele a difendersi e denunciando la deriva antisemita successiva al 7 ottobre (ha contestato la sua minimizzazione da parte di Mélenchon e a Ségolène Royal ha detto che gli ebrei non sono responsabili delle scelte di Netanyahu e non devono essere chiamati a dissociarsene in ragione della propria identità). Ma allo stesso tempo ha chiesto la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele e le sanzioni contro i coloni. In questo Glucksmann ha dimostrato il coraggio necessario per sostenere posizioni che possono provocare dissenso nel proprio ambiente, mantenendo un criterio universale nella considerazione delle vittime.

Schlein balbetta

Questo coraggio pagherà? Non possiamo saperlo, eppure questa è la sinistra che vorremmo e non abbiamo. Che cosa abbiamo, infatti? Basta leggere l’intervista di Elly Schlein pubblicata ieri sul “Foglio” per abbandonarsi allo sconforto. La segretaria del Pd esprime la certezza del «saremo uniti» prima ancora di concludere un programma. Saremo uniti su che cosa? Qui da noi nell’inclusivo campo largo di sinistra funziona così: prima si scelgono i contraenti, poi si cercano formule che consentano loro di stare insieme, con il rischio che il programma venga costruito attraverso le reciproche interdizioni, e che Schlein continui a subire Conte, poiché non riesce a rendere credibile la semplice possibilità di rinunciare a lui, permettendo che questa indispensabilità finisca per attribuire al leader del Movimento un potere superiore all’effettiva consistenza elettorale.

Il nodo dell’Ucraina

Prendiamo il caso Ucraina. Schlein distingue con chiarezza aggressore e aggredito e rifiuta una pace imposta agli ucraini. Bene. Ma che succede se accostiamo a queste convinzioni dichiarate la condizione posta da Conte (il Movimento non può sottoscrivere un programma che continui l’invio di armi a Kiev)? Le convinzioni diventano credibili solo quando determinano anche i limiti delle alleanze, altrimenti le parole dette restano parole al vento. Se pure volessimo prendere sul serio i passaggi dell’intervista su un’Europa capace di agire con una voce sola e sul superamento dell’unanimità, che credibilità possono mai avere se la coalizione si divide già sui mezzi necessari a difendere un Paese europeo aggredito?

La altre proposte

Allo stesso modo, anche tutte le altre proposte effettive – accelerazione delle rinnovabili e comunità energetiche; investimenti europei, formazione e semplificazione, salari – alcune condivisibili, non chiariscono quali impegni sarebbero vincolanti per tutta la coalizione né come verrebbero attuate. Sulle rinnovabili, per dire, la critica della stessa Schlein alla giunta Todde in Sardegna offre un esempio concreto delle resistenze che possono emergere dentro il suo schieramento.

Il rapporto col Centro

A differenza di Glucksmann, che critica il macronismo, ma vuole riconquistare chi ha votato Macron, anziché considerarlo estraneo alla sinistra, Schlein proclama che «non si vince al centro». Certo, Francia e Italia hanno condizioni politiche ed elettorali differenti (il sistema italiano, ancor di più ora con la riforma, rende importanti le coalizioni e la destra dispone di un’alleanza già organizzata), ma la somma dei risultati dei singoli partiti non garantisce né il consenso alla coalizione né la sua capacità di governare. Glucksmann ha dimostrato che la ricerca dell’autonomia può ricevere un mandato democratico, stabilendo quali incompatibilità impediscono di governare insieme. Schlein, invece, continua a garantire l’alleanza mentre quelle incompatibilità restano aperte. Basterebbe questo a giustificare la nostra invidia per i francesi di centro-sinistra.

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