9 Ott, 2026

Legge elettorale, fra date e ricorsi la partita non è chiusa. E la scheda è un enigma

Dopo l’ok della Camera restano ancora molti dubbi sulla legge elettorale: uno su tutti quello della scheda, un enigma dentro un mistero


Poche emozioni, scarso interesse per gli otto franchi tiratori di maggioranza che hanno votato contro il Melonellum. Alle due del pomeriggio la Camera è già vuota, tutti via a casa con i trolley, molti con lo sguardo del cappone destinato al pranzo di Natale. Il big game dalla legge elettorale può dirsi concluso (ma non archiviato) dopo 224 giorni di stop&go, partenze e false partenze, inchiodate e un solo brivido, una quantità di nomignoli impossibili da ricordare (Stabilicum, Melonellum, Vampirellum, Machellum da macho per il taglio sulle quote di genere, persino Paradisium, contraltare di “legge infame) fino a quel voto segreto a che a fine luglio bocciò le preferenze. Le facce tra i deputati di maggioranza sono sembrate più preoccupate che sollevate. «Era il male minore» la riflessione dei deputati di Forza Italia e Lega che mai avrebbero voluto bere il veleno di questa legge elettorale per loro assai sfavorevole.

La “strategia” dell’opposizione

Hanno buon gioco le opposizioni con i loro cartelli “legge truffa” e “legge della paura”. Persino un pasdaran e mattatore come Donzelli ha tutto sommato fretta di andarsene. Adesso inizia un altro gioco: data delle elezioni e verdetto della Corte costituzionale. Anche se, come ha detto il verde Bonelli, Lega e Forza Italia sono stati «rassicurati dalla premier che terranno stretta la poltrona ancora un anno fino alla scadenza naturale della legislatura», tutti sanno che non sarà così. La campagna elettorale è iniziata e un’intervista ieri mattina del sottosegretario Fazzolari, fedelissimo della premier, ha fatto chiarezza sul punto: al voto a maggio o a settembre, più facile maggio.

L’ “Alleanza progressista” – la segretaria del Pd Elly Schlein l’ha chiamata così aggiungendo che «saremo in grado di vincere con ogni legge elettorale» – aggiusta il suo calendario: 18 ottobre assemblea del Pd, poi il tavolo del programma, tra fine gennaio e i primi di febbraio le primarie, una sorta di riscaldamento pre-voto. Gennaio e febbraio è anche la data utile per il verdetto della Corte costituzionale, una sorta di Var che la stessa maggioranza vive con preoccupazione. Nessuno crede che la Corte potrà svuotare il Melonellum e però potrebbe correggerlo in almeno due passaggi chiave: il numero delle firme necessarie per presentare le liste; il nodo della rappresentanza femminile fortemente penalizzata dalla nuova legge elettorale che nei fatti, con i capilista bloccati senza alternanza di genere (solo dal secondo in poi) ha creato una riserva per i candidati maschi.

Leggi gli articoli di Claudia Fusani

L’enigma della scheda

Il fac-simile delle future schede descrive perfettamente la complessità di un voto che in nome della «stabilità e della chiarezza nel segno dell’alternanza» – le due parole chiave della narrazione di destra – produce una scheda elettorale che sembra «un enigma avvolto in un mistero dentro un enigma» (citazione di Churchill in aula). Ogni elettore potrà votare in tre modi diversi: barrando il simbolo di una lista; barrando il rettangolo della lista “circoscrizionale” collegata a una lista o a una coalizione; oppure barrando sia il simbolo di una lista sia la lista “circoscrizionale”.

In questi ultimi due casi, se si tratta di una coalizione, i voti alla lista circoscrizionale saranno redistribuiti tra i partiti che compongono la coalizione in maniera proporzionale. In più, l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze per i candidati della lista votata, eccetto per il capolista che è bloccato. Se un elettore esprime solo preferenze e non traccia un segno sulla lista, il voto andrà comunque a quella lista. Le preferenze dovranno essere alternate per genere altrimenti la scheda sarà annullata.

Il Labirintum

Un Labirintum, altro che Stabilicum.
Chissà cosa dirà la Corte Costituzionale. Lunedì le opposizioni (Pd, Iv, +Europa, M5s, Avs) spiegheranno i ricorsi alla Consulta in una conferenza stampa alla Camera. Ci saranno i Comitati già protagonisti di iniziative analoghe in passato come la Rete per un voto libero e uguale (160 costituzionalisti), avvocati e giuristi come Pietro Adami, Enrico Grosso (già presidente del Comitato del No al referendum) e Roberto Zaccaria.

Appena la legge entrerà in vigore (quindici giorni dopo la pubblicazione in GU), i ricorsi saranno presentati in una trentina di distretti di Corte d’Appello. Dopo circa quaranta giorni (siamo a fine novembre), in caso di procedura semplificata, i tribunali possono fissare la prima udienza ed emettere l’ordinanza in cui si solleva la questione di legittimità costituzionale di fronte alla Corte. Da questo momento servono almeno altri venti giorni per le notifiche. L’obiettivo è arrivare ad una pronuncia della Corte a partire da febbraio.

Il nodo dei tempi

Ci si chiede, tra i parlamentari ma non solo, come il ricorso, tramite un giudice, possa arrivare alla Corte prima che il Melonellum sia applicato e quindi violi qualche diritto. Negli anni la Consulta ha garantito una sorta di “diritto alla verifica” prima dell’utilizzo della legge. Fu una battaglia dell’indimenticato avvocato Felice Besostri per evitare, come successe con il Porcellum, di andare a votare con leggi poi cassate per la loro intrinseca incostituzionalità e, ancora peggio, di aver in carica Parlamenti incostituzionali.

Sono a rischio di incostituzionalità, secondo i ricorrenti, il sistema delle preferenze introdotto in maniera parziale, il numero di firme per la presentazione delle liste, la parità di genere non garantita in maniera compiuta, il meccanismo previsto per far scattare il premio di maggioranza e la nuova mappa delle Circoscrizioni estero con l’unico collegio “Mondo” al Senato. La maggioranza è convinta che anche se la Corte dovesse cassare qualcosa, la legge resterà in piedi. Vedremo. Questa sarà veramente l’ultima partita prima del voto.

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