A Padova la Procura indaga sulla Camera arbitrale definita «tribunale islamico», mentre il presidente precisa che si tratta di uno strumento volontario previsto dall’ordinamento italiano
I tribunali, per definizione, sono quelli che celebrano i processi. A Padova, invece, hanno trovato un tribunale da processare. Il guaio è che, prima ancora di arrivare al processo, qualcuno dovrebbe spiegare una cosa piuttosto importante: quello che tutti chiamano «tribunale islamico» tribunale non è. È una Camera arbitrale. Lo dice il presidente Omar Vanin. «Non siamo un tribunale», precisa. E nemmeno esercitiamo una «giustizia alternativa. Svolgiamo attività di arbitrato, uno strumento previsto dall’ordinamento italiano per risolvere controversie in materia commerciale e patrimoniale». Anche persone di fede islamica possono ricorrervi, volontariamente, scegliendo di seguire alcuni principi dell’Islam nelle loro relazioni economiche: niente interessi, equità nelle transazioni, ricerca di una soluzione consensuale. Sempre, precisa Vanin, «nel rispetto della legge italiana».
Una sentenza prima del processo
Insomma, il tribunale che non è un tribunale è già stato condannato prima ancora di essere giudicato. E tanto è bastato per scatenare la penna di chi vive nell’incubo della “sottomissione” profetizzato dallo scrittore Michel Houellebecq. Una crociata in grande stile, con la Sharia evocata come spettro, gli ordinamenti paralleli annunciati all’orizzonte e la Repubblica italiana chiamata a difendersi dall’invasione di una giustizia che, per ora, giustizia non è.
La procura di Padova ha aperto un fascicolo. Ed è giusto che verifichi se dietro il nome, il regolamento e le modalità operative della Camera arbitrale ci sia qualcosa che travalica i confini dell’arbitrato consentito dall’ordinamento. Saranno le autorità competenti a stabilirlo. Il problema nasce quando l’indagine giudiziaria diventa una sentenza politica prima ancora che qualcuno abbia accertato i fatti.
La polemica politica sulla Sharia
A Matteo Salvini non è sembrato vero di poter spostare per qualche ora il riflettore dai treni alla Sharia. «Bene così! La settimana prossima sarò a Padova di persona. La Lega farà tutto il possibile – denunce, segnalazioni, esposti, mobilitazioni – per fermare questa follia. In Italia esiste una sola legge, quella italiana», ha scritto il vicepremier.
Anche Stefano Valdegamberi, di Futuro Nazionale, invoca lo stesso principio e annuncia un progetto di legge contro gli ordinamenti giuridici paralleli. Mara Bizzotto, invece, vede già «un tribunale islamico» e «l’Islam politico» all’attacco, collegando la vicenda persino all’«immigrazione fuori controllo».
Il principio, in realtà, è assai più semplice: se qualcuno pretende di sostituirsi alla giustizia dello Stato, va fermato. Se invece si tratta di arbitrato privato, previsto dall’ordinamento, volontario e subordinato alla legge italiana, siamo davanti a un’altra cosa. Sarà bene accertarsi prima di pronunciare sentenze.
Dalla Camera arbitrale alla televisione
E a proposito di integralismi: il processo cambia semplicemente aula. Dalla Camera arbitrale si passa alla tv. Rossano Sasso, ex deputato della Lega oggi in Futuro Nazionale con Vannacci, se la prende con Diaco per aver parlato di una coppia omosessuale in tv. Ai bambini, sostiene, servono «certezze»; il Gay Pride è «pagliacceria» e perfino una coppia gay in un cartone animato diventerebbe un tentativo «subdolo» di confondere i figli con la fluidità sessuale. Sui baci tra persone dello stesso sesso, il verdetto è ancora più netto: «Viva gli eterosessuali».
Ed ecco che il cerchio si chiude: prima si processa una Camera arbitrale perché potrebbe mettere in discussione l’ordine italiano, poi si processa una trasmissione televisiva perché potrebbe mettere in discussione quello culturale. Cambia l’imputato, non cambia il tribunale. La legge va difesa, certo. Ma distinguendo i pericoli dalle ossessioni.






























