8 Ott, 2026

Clan dei Casalesi in Veneto: 24 arresti, in fuga il boss condannato a trent’anni

La Cassazione conferma l’impianto dell’inchiesta del 2018 sulla rete criminale dei Casalesi guidata da Luciano Donadio, il clan che si è esteso in Veneto e aveva interessi tra Eraclea, Jesolo, Caorle e San Donà di Piave


Il clan dei Casalesi, l’unico, fatta eccezione per i Corleonesi, a portare il nome del paese dal quale sono partiti i criminali che lo hanno reso celeberrimo per le loro malefatte, è riuscito a esportare il proprio modello criminale nel Veneto, dove l’infiltrazione camorristica ha raggiunto, proprio come avvenuto tra gli anni ’90 e 2000 in provincia di Caserta, anche le istituzioni. Quando, nel 2018, scattò la retata che portò a ricostruire una rete capace di riciclare a Dubai cifre fino a 500 milioni di euro, dalle intercettazioni emerse che alcuni degli indagati, originari del Sud ma stabili in Veneto ormai da decenni, si vantavano di avere fatto eleggere dei politici «con i voti dei terroni».

Colletti bianchi, dunque, ma non solo. L’indole violenta della criminalità che dal Mezzogiorno ha infiltrato il Nordest si evince anche dalle intercettazioni registrate in casa di uno degli indagati, che diceva al figlio di 8 anni di prendere «la pistola e sparare ai carabinieri». Due giorni fa, la Cassazione ha confermato l’impianto dell’inchiesta del 2018, rendendo definitiva la condanna di 24 persone.

La presenza della criminalità casertana nel Veneziano

La sentenza certifica, dunque, la presenza della criminalità organizzata casertana nel Veneziano. A capo del clan c’era Luciano Donadio. Ha preso trent’anni, ma da due giorni è uccel di bosco, come ha confermato ieri il suo avvocato, Dario Vannitiello. A meno di non aver ripiegato negli Emirati, dove Donadio aveva a disposizione il commercialista di uno sceicco, potrebbe scegliere di costituirsi in un penitenziario del Sud, dove si era trasferito dopo la scarcerazione in attesa della Cassazione.

Il verdetto di colpevolezza certifica il forte radicamento del clan dei Casalesi tra Eraclea, Jesolo, Caorle e San Donà di Piave con interessi criminali nell’economia e nella politica attraverso aziende edili, hotel e sale slot, società fittizie, appalti e subappalti pubblici. E poi racket, usura, traffico di armi e droga, sequestri di persona, condizionamento delle elezioni nonché procacciamento di professionisti, imprenditori e funzionari infedeli, utili a favorire gli interessi della cosca e per ottenere informazioni sulle indagini.

La camorra casalese e la mala del Brenta

La camorra casalese ha dunque soppiantato la mala del Brenta. Oltre ai trent’anni inflitti all’irreperibile Donadio, vanno menzionate le sentenze cassate per Raffaele Buonanno, il suo braccio destro, condannato a 29 anni e mezzo, e per Antonio Pacifico, che completava il vertice del clan, cui sono stati comminati 17 anni e 11 mesi.

Adriano Donadio, figlio di Luciano, dovrà scontare 7 anni e 6 mesi. Tra i condannati figura anche Michele Pezone, indicato dagli investigatori come presunto ufficiale di collegamento tra la camorra di Casal di Principe, il Veneto e l’Emilia-Romagna, condannato a 3 anni e 8 mesi. Angelo Di Corrado, il commercialista-mago che metteva a frutto i soldi del clan ripulendoli, collaborò alle indagini e ha ottenuto le attenuanti: la condanna è stata di 4 anni e 4 mesi.

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