7 Ott, 2026

L’eccidio e quelle ferite ancora da rimarginare

Solo un governo più equilibrato può evitare un nuovo antisemitismo sotto mentite spoglie


7 ottobre. L’anniversario della più terribile strage di ebrei dei nostri tempi unisce (sino a un certo punto) gli israeliani. Ma lascia indifferente chi pensa che quell’evento sia solo l’occasione di una più grave strage perpetrata dall’esercito israeliano a Gaza.

Le reazione antisemita

La discrasia tra la realtà dell’attacco concentrico a cui è sottoposto lo stato degli ebrei e l’immagine diffusa nel mondo di un paese che perseguita i palestinesi ha trovato nel 7 ottobre e negli eventi successivi il suo massimo sviluppo. In tutto il mondo occidentale si sono svolte migliaia di manifestazioni con lo slogan “free Palestine”, quando non esplicitamente inneggianti ad Hamas. Non sono gruppi marginali. E’ un fenomeno politico e culturale che merita una riflessione.

Israele trattata come potenza coloniale

Anzitutto, si tratta di qualcosa di molto diverso da una critica alla durezza della reazione israeliana. E anche dalla vicinanza umanitaria alle sofferenze dei palestinesi di Gaza. È un fenomeno composito, nel quale il vecchio antisemitismo assume una forma nuova e più complessa. Che rianima uno stanco terzomondismo e un mai spento antiamericanismo, per individuare nello stato di Israele l’avamposto di un nuovo e più bieco colonialismo occidentale.

Vedere in Israele una potenza coloniale consente di cancellare il problema dell’antisemitismo e tradurlo nei termini più rassicuranti della contrapposizione tra occidente oppressore e popoli oppressi.

La strage rimossa

Per fare questa operazione, si ignora non solo la strage del 7 ottobre, vista come un atto di resistenza, ma anche tutta l’azione di Hamas. La costruzione di chilometri e chilometri di tunnel, l’uso ai propri scopi dei milioni di dollari che dovevano servire a migliorare la vita degli abitanti. La sospensione di qualunque parvenza di democrazia nella gestione politica della striscia. Se si tengono presenti questi fatti, è evidente che la responsabilità dei massacri della popolazione palestinese tocca in gran parte proprio ad Hamas.

La questione dei due Stati

Certamente il governo Netanyahu avrebbe dovuto porsi il problema di ridurre le vittime collaterali, e non lo ha fatto, manifestando in alcuni suoi esponenti un vero e proprio odio per i palestinesi. Una reazione che trova le sue ragioni anche nel tentativo di fare dimenticare che l’attacco di Hamas non era stato previsto ed è rimasto per ore senza contrasto. Più grave di tutto, però, è il rifiuto israeliano alla prospettiva (per quanto lontana) dei due stati, e il correlato rifiuto di riconoscere il ruolo dell’Autorità palestinese nella costruzione di un sistema politico nella striscia. In questo quadro, ottenere il disarmo di Hamas, sebbene sconfitto, resta molto difficile.

Gli accordi di Abramo

Al di là delle posizioni ideologiche, vale la pena di sottolineare che se il 7 ottobre aveva lo scopo di impedire l’avvicinamento politico tra Israele e i paesi arabi, cominciato nel 2020 con gli accordi di Abramo, questo obiettivo non è stato raggiunto. Gli accordi restano in piedi e si estendono, nonostante le difficoltà derivanti dalla guerra in Iran; mentre la guerra di Israele a Gaza e in Libano è sostanzialmente vinta.

La posizione di Israele non è quindi così fragile come appare. Piuttosto, va sottolineato che lo stato ebraico ha perso la guerra della propaganda, o sarebbe meglio dire della reputazione: non è mai stato così odiato e isolato a livello internazionale. Anche questa è una responsabilità di Netanyahu, che sottovaluta l’impatto di questo isolamento, tra l’altro, sugli ebrei della diaspora. Per tutti questi motivi le elezioni che sono alle porte sono decisive.

Il paese appare diviso in due: è difficile prevedere chi vincerà. In ogni caso, la storia difficile di Israele e dei suoi vicini non è destinata a finire presto. La speranza è che un governo più equilibrato cominci a ricucire le ferite: quelle intestine, quelle con i palestinesi, quelle col mondo di fuori.

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