6 Ott, 2026

Casa, il privato non basta: quante Maricarmen rischiamo in Italia?

Maricarmen Abascal, 87 anni

Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla casa di Madrid dove viveva da 71 anni, è diventata il simbolo della crisi abitativa spagnola. In Italia gli affitti crescono e l’edilizia sociale rappresenta appena il 2,4% dello stock abitativo: il problema non è più così lontano


È successo in Spagna. E potrebbe succedere da noi. Perché la crisi della casa, quando supera una certa soglia, non resta più confinata alle statistiche sugli affitti e agli studi degli urbanisti: arriva nelle piazze. In Spagna è già accaduto, con migliaia di persone mobilitate contro il caro-affitti e gli sfratti.

La storia di Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla casa di Madrid nella quale aveva vissuto per 71 anni, è diventata il simbolo di una crisi abitativa che ha assunto una dimensione politica.

Ma quante Maricarmen ci sono o potrebbero esserci, da noi? Non siamo la Spagna, ma alcuni indicatori suggeriscono che il problema non può essere considerato lontano.

I prezzi delle abitazioni, secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2026 sono aumentati del 4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, dopo il +5,1 per cento registrato nel primo trimestre. Ma il vero problema è il costo degli affitti in crescita esponenziale, canoni proibitivi per le famiglie.

Dalla Spagna all’Italia, la stessa emergenza

Del resto si fa presto a dire «mi casa es tu casa». Il patrimonio pubblico destinato all’abitare sociale resta ridotto da noi come in Spagna. «L’Italia dispone di una quota di edilizia sociale intorno al 2,4 per cento dello stock abitativo – spiega Daniela Festa, giurista e ricercatrice del Dipartimento Memotef (Metodi e modelli per l’economia, il territorio e la finanza) – una delle più basse d’Europa, con la sola Spagna in una posizione peggiore. È uno degli effetti di decenni nei quali il patrimonio pubblico è stato anche dismesso e venduto, proprio mentre aumentava il bisogno di abitazioni a prezzi accessibili».

Qui sta la contraddizione: il diritto all’abitare è riconosciuto dalla nostra Costituzione e la Corte costituzionale ha più volte riconosciuto alla casa il carattere di bene primario, ma gli strumenti pubblici per renderlo concreto si sono progressivamente ridotti. La casa si è trasformata in un investimento, una rendita.

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Il Piano Casa e il nodo delle risorse

Il Piano Casa del governo punta a recuperare patrimonio inutilizzato e ad aumentare l’offerta anche attraverso il coinvolgimento di capitali e operatori privati. I numeri aiutano a capire la dimensione dell’intervento. Il governo vuole assegnare circa 60mila alloggi oggi inutilizzati perché inagibili, attraverso una riallocazione di oltre un miliardo di euro di fondi Pnrr. A queste risorse si aggiungono 900 milioni già stanziati dal Ministero per famiglie con reddito medio, giovani, coppie e genitori separati, con meccanismi di riscatto progressivo.

C’è poi il PInQuA, il Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare, finanziato con 2,8 miliardi di euro nell’ambito del Pnrr: prevede oltre 10mila nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica e sociale e la riqualificazione di 1,8 milioni di metri quadrati di spazi pubblici.

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In totale il Piano Casa Italia ha una dotazione programmata di 660 milioni: 100 milioni destinati ai progetti pilota nel 2027-2028 e 560 milioni per il Piano Casa negli anni 2028-2030. Sono numeri importanti, ma spiegano anche perché il rapporto pubblico-privato sia il vero punto critico. E a bocciarlo è stato di recente anche il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri Domenico Perrini, per il quale le risorse stanziate sono insufficienti per il recupero dei 63mila alloggi degli enti regionali, Ater e Aler ormai degradati.

Quando il privato non significa prezzi accessibili

Il tema è concreto soprattutto nelle grandi città. Roma, per esempio, sta vivendo una forte crescita degli investimenti immobiliari nel settore degli studentati. Alberghi, immobili e aree urbane vengono acquisiti o trasformati per creare nuovi posti letto destinati alla popolazione universitaria.

Il capitale privato aumenta così l’offerta, ma resta la questione del prezzo: uno studentato non è housing accessibile se la tariffa richiesta è fuori dalla portata dei redditi più bassi. La Commissione europea punta a mobilitare investimenti pubblici e privati per aumentare l’offerta di alloggi sociali e accessibili. Il dato di partenza europeo è significativo: dal 2013 i prezzi delle abitazioni nell’Unione sono aumentati di oltre il 60 per cento e gli affitti di circa il 20 per cento; la Commissione stima inoltre un fabbisogno di oltre due milioni di nuove abitazioni l’anno.

La posizione europea, quindi, non è «pubblico contro privato». È piuttosto quella di utilizzare anche il capitale privato mantenendo però una finalità pubblica. È esattamente il problema segnalato da Festa: «Fondi importanti come quelli europei rischiano di essere catturati nella logica della rendita».

Da Bologna a Berlino, le altre strade

Ma esistono anche altre strade. Bologna ha impostato una politica abitativa fondata sul recupero e sulla riqualificazione del patrimonio pubblico e sull’aumento dell’offerta sociale. Firenze ha costruito un Piano Abitare che combina Erp, sostegno agli affitti e nuovi interventi di housing accessibile. Elemento comune: considerare il patrimonio pubblico non soltanto come un bene da valorizzare economicamente, ma come uno strumento per rispondere al bisogno abitativo.

Berlino rappresenta invece il caso più radicale. Dopo anni di crescita degli affitti e di forte presenza dei grandi proprietari immobiliari, la città ha sviluppato una mobilitazione politica per riportare sotto controllo pubblico una parte consistente del patrimonio abitativo.

La casa può essere anche un investimento. Ma non può essere soltanto un investimento. Perché se il rendimento del capitale diventa il criterio prevalente, le fasce più deboli restano fuori dal mercato. E allora ciò che è successo in Spagna smette di apparire come un problema lontano e ripropone la domanda iniziale: quante Maricarmen ci sono in Italia?

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