Il capo della sicurezza Mohsen Rezaei riconosce la gravità della crisi economica. Il rial precipita, il blocco navale americano soffoca le esportazioni di petrolio, lavoratori lasciano il posto perché lo stipendio non basta più. Si dimette il ministro del Petrolio
L’Iran ammette per la prima volta ai massimi livelli la profondità della crisi economica provocata da oltre sette mesi di guerra e dall’inasprimento della pressione americana. Mohsen Rezaei, consigliere per la sicurezza nazionale e massimo responsabile iraniano del settore, ha descritto la situazione come «uno dei periodi più difficili che il Paese abbia mai affrontato».
La dichiarazione arriva dall’interno del vertice del potere iraniano e durante una riunione di alto livello convocata per affrontare il deterioramento dell’economia.
All’incontro di sabato ha partecipato anche il presidente Masoud Pezeshkian, insieme ai principali ministri. Lo stesso Pezeshkian ha riconosciuto il peggioramento della situazione, annunciando che il governo ha adottato «un nuovo assetto per gestire le condizioni eccezionali», senza però spiegare quali misure intenda prendere.
Il rial precipita, il petrolio non esce
La moneta iraniana ha perso rapidamente valore dall’inizio della guerra con Stati Uniti e Israele, a febbraio. Nelle ultime settimane la caduta del rial ha accelerato dopo l’inasprimento delle sanzioni americane e l’applicazione del blocco navale.
Il risultato è un forte aumento del costo delle importazioni, che aggrava una crisi del costo della vita già all’origine delle proteste nazionali dello scorso dicembre, represse duramente dalle forze di sicurezza.
Secondo gli analisti citati dal New York Times, il blocco navale americano ha inoltre quasi paralizzato le esportazioni di petrolio iraniano, privando Teheran della sua principale fonte di entrate e contribuendo alla crisi dei carburanti.
Si dimette il ministro del Petrolio
Un altro segnale della pressione sul governo è arrivato domenica con le dimissioni del ministro del Petrolio Mohsen Paknejad, che ancora a luglio aveva assicurato che l’Iran avrebbe continuato a esportare greggio nonostante le sanzioni statunitensi.
Al suo posto, temporaneamente, è stato nominato Hamid Bovard, amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale iraniana.
Stipendi e pensioni non bastano più
La crisi comincia intanto a emergere apertamente nella vita quotidiana. Dipendenti pubblici e privati, tra cui insegnanti e infermieri, hanno scritto sui social di aver lasciato il lavoro perché gli stipendi non consentono più di sostenere le spese essenziali.
Nelle ultime settimane pensionati del settore pubblico sono inoltre scesi in piazza denunciando di non aver ricevuto integralmente le pensioni.
È uno degli effetti più visibili del crollo del rial e dell’isolamento crescente del Paese.
Il braccio di ferro con Washington
La pressione economica aumenta mentre i negoziati tra Washington e Teheran restano bloccati. Nessuna delle due parti è intenzionata a fare concessioni e entrambe puntano sulla capacità di resistere più a lungo ai costi dello scontro.
Funzionari americani sostengono che Washington stia prevalendo nel confronto economico: i flussi petroliferi dal Medio Oriente sono tornati quasi ai livelli precedenti alla guerra, riducendo almeno in parte l’impatto internazionale della crisi iraniana.
Ma il prezzo del petrolio resta superiore a quello precedente al conflitto e lo Stretto di Hormuz pericoloso per la navigazione. I danni alle infrastrutture energetiche hanno inoltre ridotto la capacità di raffinazione e le esportazioni di gas naturale.
Alle sanzioni e al blocco navale si è aggiunta infine la quasi totale interruzione da parte americana dei voli civili tra l’Iran e il resto del mondo, un ulteriore isolamento che, secondo alcuni esperti di sanzioni, rischia di colpire anche l’importazione di beni essenziali, compresi i medicinali.































