4 Ott, 2026

Fra’ Tarcisio vince il Tour, Fra’ Gregorio ucciso dalle Br

Aldo Moro

Vivere alla luce di fede e una spiritualità non è appannaggio di monache, frati o sacerdoti. Moro, Bartali, Titina De Filippo e tanti altri lo hanno fatto da laici


«Non so chi – o che cosa – ha posto la domanda, non ricordo neppure quando ho risposto, ma ad un certo punto ho risposto sì a Qualcuno e da quell’ora ho avuto la certezza che l’esistenza ha un senso e che perciò la mia vita nell’abbandono di sé ha uno scopo». (“Al Padre” di Dag Hammarskjöld).

Ci sono vite esemplari che all’improvviso fanno una svolta. Su di loro l’effetto è solo quello di trovarsi finalmente al proprio posto. Succede anche a chi, per scelta di fede, si orienta a vivere secondo una spiritualità precisa.

Scriveva Thomas Merton: “Essere consacrati a Dio nel mondo significa non appartenere più a sé stessi, pur continuando a fare le cose di tutti. Significa camminare tra la folla portando un segreto che non ti isola dagli altri, ma ti lega a loro ancora più intimamente, perché in ogni uomo vedi il volto di Colui al quale hai promesso la vita”.

Nessun distacco da ciò che prima si amava, come ben descrisse lo scrittore Christian Bobin nel libro “Il distacco dal mondo”, citando la riformatrice dei Carmelitani, Teresa d’Avila, che intenta fra le pentole a preparare la cena per le consorelle del suo monastero, era capace contemporaneamente di concepire “splendidi pensieri su Dio. Esercitava quell’arte di vivere che è l’arte più grande: gioire dell’eterno prendendosi cura dell’effimero”.

Questa capacità di tener unito l’effimero e l’eterno, la cucina e la meditazione, divenne “una lezione preziosa per tutti” (cardinale Ravasi).

Vivere alla luce di una spiritualità non è appannaggio di monache, frati o sacerdoti.

Luigi Galvani, francescano nel secolo dei Lumi

Accade anche nella vita di personaggi molto diversi fra loro, attratti dal carisma di Santa Teresa, San Francesco d’Assisi, San Domenico e San Benedetto. Oggi come allora.

Luigi Galvani, padre dell’elettrofisiologia, ma anche medico, fisico, filosofo, accademico, vissuto nel secolo dei Lumi, in seguito alla morte di familiari, fra cui la moglie, si avvicinò alla fede. La spiritualità povera e gioiosa del santo di Assisi lo attirò e il 19 giugno 1780 entrò nel Terz’Ordine dei Francescani con una cerimonia nel convento di San Paolo in Monte, dove oggi una targa ricorda quel momento.

Luigi Galvani, padre dell’elettrofisiologia

Cambiò la sua vita? Si ritirò in clausura? La preghiera divenne parte delle sue giornate, ma non interruppe alcuna sua attività. Curare i suoi pazienti non fu solo una professione ma un modo per servire Dio. Per la sua fede rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica Cisalpina e pagò a caro prezzo il proprio diniego, dovendo abbandonare tutti gli incarichi di prestigio, anche quelli accademici. Morì il 4 dicembre 1798, confortato e assistito dai religiosi, da vero francescano. La credibilità della sua persona e della sua fede fu testimoniata dall’affetto di tanta gente comune che numerosa partecipò al suo funerale.

Fra’ Tarcisio, il campione Gino Bartali

Ma chi avrebbe mai immaginato che dietro alla foga competitiva di Gino Bartali si celasse un laico carmelitano! Aggressivo nello sport, uomo polemico, era in fondo generoso: “Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”, aveva confidato in una lettera il ciclista. Vincitore di tre Giri d’Italia nel 1936, 1937 e 1948, Bartali si era avvicinato negli anni Trenta alla spiritualità dei Carmelitani Scalzi, attratto soprattutto dalla figura semplice di S. Teresa di Gesù Bambino.

Fu ammesso nella comunità secolare dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi di san Paolino (Firenze) il 14 febbraio 1937, legandosi definitivamente alla spiritualità teresiana il 4 dicembre 1938. A quel tempo i terziari sceglievano anche un nome religioso e Bartali volle chiamarsi fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino.

Gino Bartali

Poco dopo divenne il “postino della pace”, trasportando nei tubi della sua bicicletta documenti che avrebbero salvato almeno 800 ebrei altrimenti destinati ai campi di concentramento. Per questo nel 2013, tredici anni dopo la sua morte, fu nominato il “giusto tra le nazioni”. In una cappella dedicata alla santa di Lisieux ancora oggi sono esposte le due maglie gialle di vincitore del Tour de France (1938 e 1948) e quella tricolore del suo terzo Campionato Italiano.

Il ciclista le donò all’amico sacerdote, don Bruno Franci (gesto immortalato in una copertina della Domenica del Corriere). Anche in casa Bartali c’era una cappellina dedicata alla santa. Il burbero campione aveva imparato anche la preghiera teresiana, quella “a tu per tu con Colui dal quale sappiamo di essere amati”.

Scrisse: “… Dio ha voluto ancora una volta farmi conoscere cosa è la fede e cosa è la vita. Grazie Signore Gesù. Se vorrai tornerò un’altra volta con più calma. A presto”.

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Titina De Filippo, terziaria domenicana

Un altro dialogo è quello contenuto nel celebre monologo di Filumena Marturano, in cui Titina De Filippo toccò l’apice della sua vis interpretativa. Grazie al personaggio di Filumena Marturano il 13 luglio del 1947 l’attrice fu l’unica donna di teatro ammessa ad un incontro con il Pontefice Pio XII. Sicuramente mentre si recava in Vaticano nel suo cuore risuonarono le parole di S. Caterina da Siena, domenicana che definì il papa, “Il dolce Cristo in terra”. Il Santo Padre espresse il desiderio di ascoltare il monologo in cui la Marturano prega la “Madonna d’’e rrose”.

E Titina cominciò il racconto della donna sola che chiede aiuto alla Vergine, mentre è agitata da una profonda inquietudine per l’inaspettata gravidanza. Tenere quel bambino? “Liberarsene” come suggerivano? Perché la Madonna non voleva risponderle? Fu allora che Filomena sentì una voce dire “’E figlie so’ ffiglie!”. E quella battuta, sulle labbra di Titina, emozionò anche il Pontefice.

Titina De Filippo all’incontro dell’attrice in Vaticano, la “Domenica del Corriere” del 27 luglio 1947

All’incontro dell’attrice in Vaticano, la “Domenica del Corriere” del 27 luglio 1947 dedicò la copertina illustrata da Walter Molino. Se da un lato continuò a calarsi nei sentimenti dei suoi personaggi, dall’altro visse in gran segreto la propria vocazione di terziaria domenicana. I terziari laici non sono completamente distaccati dal mondo, ma sono persone che vivono la quotidianità seguendo la regola e la spiritualità di San Domenico. Titina cercò di essere una donna di pace e di preghiera. Invano provò a far riappacificare i fratelli Eduardo e Peppino che per un litigio nel 1944 sciolsero la “Compagnia Teatro Umoristico: I De Filippo”.

Titina aveva vissuto con grande pudore la sua consacrazione. Fu il “Corriere di Napoli” che il 27 dicembre 1963, per ricordarla, all’indomani della morte, svelò un particolare: volle essere vestita, per l’ultima volta, con l’abito candido delle domenicane.

Fra’ Gregorio, il nome scelto da Aldo Moro

Devozioni di altri tempi? Ancor oggi nella Chiesa esistono ordini secolari, movimenti religiosi in cui la figura dei laici ha il preciso compito di vivere i valori del carisma, nella propria quotidianità.

Certo colpisce molto rileggere la figura di personalità politiche del calibro di Aldo Moro, alla luce delle loro scelte di fede. Anche lo statista assassinato dalla Br si era iscritto al Terz’Ordine dei Predicatori (i domenicani) nel 1939 a Bari. Ne conosceva bene il carisma e nel 1940 emise la professione solenne, accogliendo gli impegni previsti: l’amore allo studio, la diffusione del Vangelo e della verità, la preghiera personale, la vita di fraternità e la devozione alla Madonna. Fra Gregorio – il nome scelto da Moro – in tutto il proprio cammino fu fedele a questi principi vivendoli nella propria vita di cattolico e nell’azione politica. In Moro la fede, la filosofia e la responsabilità politica erano vissuti alla luce della spiritualità di San Domenico. Aldo Moro non era soltanto il politico che “crede in Dio”.

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C’è l’idea che la persona possieda una dignità che il potere politico non può creare né distruggere. Va oltre, la trascende. Scrisse in un editoriale della rivista “Studium” (n. 10, 1946): “(…) la nostra fede non è chiara visione di contorni reali e definiti, ma una profonda tensione dello spirito che sa vedere con altro sguardo che non sia l’umano. Una fede autentica apre vie nuove e profonde, dà vita ad una storia che non è comparabile con la vicenda di ogni giorno, ha risorse di fiducia e di speranza che non si esauriscono per un fallimento e sorpassano di gran lunga ogni concreto prodotto della sempre deficiente azione dell’uomo”.

Che senso ha una consacrazione laica?

Ma che senso ha una consacrazione laica?

Per chi crede in Dio quest’appartenenza dona anche la forza di portare a termine progetti comuni, responsabilmente.

Un laico nel mondo non è colui che fa proseliti, ma chi, come annotò nella sua agenda il giudice Rosario Livatino, oggi beato, è testimone credibile. Aldo Moro lo fu: visse la fede in modo discreto e silenzioso. Anche se appariva un po’ formale, freddo, era in realtà un uomo dolce e pieno di attenzioni. Lo dimostra il suo carteggio sia con la famiglia nei 55 giorni in cui le brigate rosse lo tennero prigioniero, sia con Pietro Nenni dove, fra i temi istituzionali e di politica toccati emerge rispetto, affetto, sincera attenzione per l’altro. Ed è così, il consacrato percorre un cammino graduale e delicato: dal possesso delle cose, delle persone, dalla ricerca del consenso e del successo al dono di sé. Il fatto di promettere di vivere secondo i consigli evangelici (povertà, castità e obbedienza) ha un sapore antico, ma un significato profondo: la povertà è un freno a ciò che si desidera senza averne bisogno, la castità – anche nella coppia – è un modo diverso di amare: l’atto di amore è dono e rinuncia al possesso, è ascolto. L’obbedienza è imparare a essere umili e perdere l’autoreferenzialità.

Il «sì» di Dag Hammarskjöld

Un altro esempio: Dag Hammarskjöld, Segretario Generale dell’ONU dal 1953 al 1961. Quando ricevette l’incarico nel 1953 visse una svolta spirituale, “un’adesione totale a una chiamata superiore”.

I suoi unici maestri furono i libri del domenicano Meister Eckhart, del mistico fiammingo Giovanni di Ruusbroec, i testi di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa d’Avila.

Accanto ai suoi resti fu trovata una copia di “Io e Tu” del filosofo ebreo Martin Buber, che Hammarskjöld stava traducendo in svedese. Morì nel 1961 in un incidente aereo, durante una mediazione di pace. Nel suo appartamento a New York fu trovato un manoscritto, pubblicato con il titolo “Tracce di cammino”: “Rispondere “sì” a Qualcuno significa accettare che la tua vita diventi lo strumento attraverso cui Egli opera, senza che tu debba ritirarti dal tuo posto di responsabilità”, aveva scritto.

Così se Aldo Moro si accomiatava dalla moglie con un atto di fede (“Muoio nella pienezza della mia fede cristiana”) Hammarskjöld pregò: “Per tutto quello che è stato, GRAZIE. Per tutto quello che sarà, SÌ”.

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