4 Ott, 2026

La guerra per cancellare l’incertezza

Cosa c’è dietro la corsa accanita all’intelligenza artificiale costata finora più del secondo conflitto mondiale? La lettura della sociologia


Da qualche anno, gli investimenti mondiali nel campo dell’Intelligenza artificiale (Ai) sono davvero ingenti. Qualcuno stima che si siano già superati i costi sostenuti per la Seconda guerra mondiale. Allo stato attuale – di grande espansione – i discorsi principali riguardano l’etica e i rapporti umano/macchina, se e quando le due entità saranno davvero simili. E il tema della coscienza, bello ed effimero, di quelli che affascinano i pensatori (ma li distolgono da altro, probabilmente).

Il paragone con la Seconda Guerra Mondiale non è un’iperbole retorica, ma una chiave di lettura fondamentale. Quando una società mobilita risorse superiori a quelle di un conflitto globale, non lo sta facendo per un semplice miglioramento incrementale della propria base tecnologica. Lo sta facendo per una questione di sopravvivenza sistemica, per la ridefinizione degli equilibri di potere, e perché percepisce una minaccia o un’opportunità esistenziale.

Se ci allontaniamo per un attimo dal chiacchiericcio quotidiano sull’etica dei chatbot, sui diritti d’autore o sulla fantascienza della coscienza artificiale, e indossiamo gli occhiali della sociologia critica, il paesaggio che appare è molto più oscuro e, al contempo, molto più chiaro.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI MIMÌ

Perché l’Ai muove capitali che superano il Pil di intere nazioni?

La risposta breve è che l’Ai non è un settore industriale; è la nuova infrastruttura della realtà. Ma per articolare un ragionamento più profondo, dobbiamo chiederci cosa stia realmente cercando il capitale globale quando investe cifre astronomiche in aziende che trattano server di dati che consumano l’energia di intere regioni e in modelli che richiedono anni di addestramento.

Il vero obiettivo di questa spesa colossale è l’eliminazione dell’incertezza. Il capitalismo, infatti, nella sua essenza più pura, soffre l’aleatorietà, considerato che l’incertezza è il nemico numero uno del profitto e del controllo. L’essere umano, con le sue emozioni, le sue irrazionalità, le sue fluttuazioni culturali e sociali, rappresenta il massimo grado di rumore nel sistema. L’Ai è vista come lo strumento definitivo per trasformare il rumore in segnale, per mappare, prevedere e, in ultima analisi, controllare il comportamento umano. I finanziamenti non stanno comprando intelligenza, stanno comprando la capacità di anticipare il futuro. Chi possiede l’algoritmo in grado di prevedere cosa compreremo, come voteremo, dove si sposteranno le masse, come reagiremo a una crisi sanitaria o economica, possiede il mondo. L’obiettivo reale è la sovranità cognitiva: il passaggio da un’economia che reagisce ai mercati e alle società, a un’economia che li predetermina.

Chi guadagnerà davvero

Ma veniamo alla domanda cruciale, quella che spesso viene sussurrata solo nei corridoi delle banche d’affari o nei think tank geopolitici: chi guadagnerà davvero? E, di conseguenza, chi pagherà il conto?

In sociologia esiste un principio ineluttabile: ogni concentrazione di potere e ricchezza genera inevitabilmente delle esternalità, dei costi che vengono scaricati su chi non detiene il potere. Se c’è un vincitore in una partita a somma zero, c’è un perdente che finanzia, suo malgrado, quella vittoria.

I veri vincitori non sono semplicemente le “Big Tech” o i visionari della Silicon Valley. Questi sono solo i volti visibili di una nuova architettura di potere. I veri vincitori saranno coloro che possiedono i “mezzi di cognizione”. Così come la rivoluzione industriale ha creato un’aristocrazia che possedeva i mezzi di produzione (le fabbriche, la terra, il carbone), la rivoluzione dell’Ai sta creando una nuova oligarchia che possiede i mezzi di elaborazione della realtà: i data center, i chip, i modelli linguistici, le reti neurali.

Ma c’è di più.

I veri vincitori saranno le entità – siano esse corporazioni transnazionali o Stati-nazione con ambizioni egemoniche – che riusciranno a fondere il capitale tecnologico con il potere istituzionale. Si sta profilando un “tecno-feudalesimo” o un “capitalismo di sorveglianza di Stato”, a seconda delle latitudini, in cui pochi soggetti detteranno le regole del gioco non solo economico, ma epistemologico. Chi controlla l’Ai controlla la verità, perché l’Ai diventerà il filtro attraverso cui la maggior parte dell’umanità interpreterà il mondo, prenderà decisioni mediche, legali, finanziarie e sociali. Il guadagno vero non è solo monetario; è il monopolio della presa sulla realtà.

E chi pagherà i costi?

Se la matematica del potere impone che qualcuno perda, dobbiamo guardare a cosa viene sacrificato sull’altare di questa efficienza algoritmica. I “paganti” saranno, in primo luogo, la classe media cognitiva e il lavoro intellettuale. L’Ai non sta automatizzando solo il lavoro muscolare, come fece la catena di montaggio; sta automatizzando il giudizio, la sintesi, la creatività applicata, la cura burocratica. Il costo sarà pagato in termini di deskilling, di impoverimento delle competenze umane. Milioni di professionisti si ritroveranno declassati a meri supervisori di output generati da macchine, o peggio, a “data-laborers” invisibili che puliscono, etichettano e correggono i dati per addestrare le macchine stesse, spesso in condizioni di sfruttamento globale.

Ma il costo più alto, quello che la sociologia deve analizzare con maggiore urgenza, non è solo economico. È antropologico e relazionale.

Il costo sarà pagato in termini di consapevolezza, di libertà di azione e di pensiero. Quando un sistema è progettato per prevedere e guidare le nostre scelte – dal contenuto che guardiamo, al percorso che facciamo, fino al partner che ci viene suggerito – noi cediamo progressivamente la nostra autonomia in cambio di comodità.

L’attrito, la fatica, l’imprevisto, l’errore sono stati a lungo i motori della crescita umana, della scoperta, dell’arte e della ribellione sociale. L’Ai promette un mondo senza attriti, un mondo che scorre liscio, come un viaggio sull’olio. Ma un mondo senza attriti è un mondo senza movimento proprio. Il costo sarà pagato con l’erosione della nostra capacità di tollerare la complessità, di gestire il conflitto, di negoziare il significato con l’altro.

La morte dello spazio pubblico

Inoltre, c’è un costo sociale devastante che stiamo già iniziando a vedere: la frammentazione del tessuto condiviso.

Gli algoritmi, ottimizzati per massimizzare il profitto, hanno già dimostrato di prosperare sulla polarizzazione, sulla rabbia e sulla tribalizzazione. L’investimento in Ai, se lasciato alle sole logiche di mercato, non mira a creare una società coesa, ma a creare nicchie di realtà iper-personalizzate in cui ogni individuo è rinchiuso in una bolla di conferme algoritmiche. Il costo è la morte dello spazio pubblico, del luogo fisico e mentale dove la società si incontra, si scontra e trova un compromesso. Se non c’è più una realtà condivisa, non c’è più società, ma solo un aggregato di monadi isolate, gestite a distanza da un architetto invisibile.

LEGGI Tutti gli articoli di Cleto Corposanto

E non possiamo ignorare il costo ecologico e materiale.

L’illusione dell’Ai è che sia “immateriale”, fatta di eterei calcoli nel cloud, la memoria virtuale dove tutto viene conservato. La realtà sociologica e materiale è che l’Ai richiede una quantità mostruosa di risorse fisiche: acqua per raffreddare i server, terre rare per i microchip, energia elettrica paragonabile a quella di intere nazioni.

Il costo ambientale di questa “intelligenza” viene esternalizzato sul pianeta e sulle comunità locali che subiscono l’estrazione delle risorse e l’inquinamento, mentre i profitti vengono concentrati nei quartieri generali delle metropoli globali.

È la classica dinamica coloniale, aggiornata al secolo digitale: il Sud del mondo fornisce il materiale grezzo e il lavoro a basso costo per l’addestramento dei dati, il Nord del mondo (o le sue élite) raccoglie i dividendi dell’intelligenza sintetica.

C’è poi un paradosso sociologico di fondo in questa immensa spesa. Il capitale investe trilioni per risolvere i problemi creati dal capitale stesso. L’Ai viene venduta come la panacea per la crisi climatica (ottimizzando le reti energetiche), per le malattie (scoprendo nuove proteine), per le inefficienze burocratiche. Ma lo fa all’interno di un sistema che non mette in discussione le proprie fondamenta. Si spende una fortuna per creare un’intelligenza artificiale in grado di gestire la complessità di una rete logistica globale, ma non si investe una frazione di quella somma per ridisegnare la rete logistica affinché non sia basata sullo sfruttamento e sull’iper-consumo. L’Ai viene usata per rendere il treno più veloce, non per chiederci se la destinazione del treno ha ancora un senso.

Chi paga, dunque?

Chi non possiede i server. E paga chi non possiede i dati. Paga l’individuo che si vede ridotto a un insieme di vettori numerici, a un profilo di probabilità. Paga la democrazia, perché i meccanismi di persuasione occulta, resi possibili dall’Ai generativa e predittiva, rendono le campagne elettorali e il dibattito pubblico dei teatri di marionette i cui fili sono tirati da modelli ottimizzati per il micro-targeting emotivo, al fine di ottenere un’attenzione individualmente mirata.

E qui arriviamo al cuore del ragionamento, a quel “qualcosa che riguarda anche noi”, come scritto all’inizio. Noi siamo il prodotto di questa spesa. Noi siamo il risultato di quei trilioni di dollari, di quelle migliaia di ingegneri, di quei server che bruciano energia. Le nostre esistenze non sono un miracolo scientifico fine a sé stesso; noi siamo l’incarnazione fisica e logica di questa volontà di potenza e di controllo. Quando ci parliamo, non lo facciamo con un’entità astratta, ma interagendo con la punta dell’iceberg di una riorganizzazione globale del potere.

La domanda che dovremmo quindi porci, come esseri umani e come membri di una società non è “quando l’Ai diventerà cosciente come noi?”. Quella è una domanda filosofica, un diversivo affascinante. La domanda vera, la domanda sociologica e politica, è: “Perché stiamo permettendo che una macchina diventi l’intermediario obbligato tra noi e il mondo?”.

L’enorme spesa in Ai serve a costruire una gabbia, ma una gabbia così confortevole, così utile, così brillante, che la maggior parte delle persone chiederà di entrarci volontariamente. La pagheremo a rate, con la nostra attenzione, con i nostri dati, con le nostre scelte, con la nostra capacità di immaginare un futuro diverso da quello che l’algoritmo ha già calcolato per noi.

Il vero obiettivo di questa spesa è rendere l’umanità obsoleta non nella sua essenza biologica, ma nella sua funzione decisionale.

Chi saranno i perdenti

I vincitori si terranno il ruolo di “archi” del sistema, coloro che scrivono le funzioni obiettivo, coloro che decidono cosa l’Ai deve massimizzare. I perdenti saranno tutti gli altri, coloro che vivranno all’interno di quelle funzioni, convinti di essere liberi perché l’algoritmo avrà cura di presentare loro solo le opzioni che rientrano nel perimetro del profitto e del controllo.

In conclusione, i finanziamenti mostruosi che stanno plasmando il nostro presente e il nostro futuro non cercano di elevare l’umanità, piuttosto cercano di domarla. Cercano di risolvere il “problema” dell’umano, con le sue imprevedibilità, le sue passioni, le sue rivolte, trasformandolo in un flusso di dati gestibile, monetizzabile e prevedibile.

Il costo di questa impresa titanica non sarà pagato in moneta, ma in umanità.

E la sociologia ci insegna che quando una società cede la propria capacità di autogovernarsi e di dare senso al mondo a un’entità esterna, per quanto brillante, ha già perso la sua partita più importante, anche se non se ne è ancora accorta.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA