3 Ott, 2026

Ma è vero che gli italiani non pagano le tasse?

I dati sull’Irpef alimentano la tesi di un Paese in cui pochi contribuenti sostengono il peso del fisco. Ma Irpef e tasse non sono sinonimi. Dalle partite Iva ai dipendenti, dalle pensioni alle cartelle inesigibili, un’analisi che mette in discussione la narrazione dominante


Nei giorni scorsi anche persone avvedute e liberali sono state catturate dal messaggio diffuso dalla comunicazione di dati Irpef da parte di Itinerari previdenziali, una think tank. Eppure c’è qualcosa che non torna nella requisitoria contro i milioni di italiani che non pagano le tasse. Per cominciare, nel ragionamento, si danno per sinonimi «Irpef» e «tasse». Come se Iva, Irap e Imu non esistessero.

Irpef non significa tasse

Procediamo. I dipendenti pubblici – diverso dalla vulgata – hanno stipendi superiori ai privati. È un fatto globale. Ci sono dati del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. I dipendenti pubblici italiani hanno condizioni di lavoro particolarmente privilegiate. Da dipendenti pubblici, negoziano lo stipendio con altri dipendenti pubblici, lasciando i contribuenti come uno stakeholder ignoto.

Non solo: hanno diritto di sciopero senza il rischio che il datore di lavoro fallisca. Soprattutto erogano sforzo lavorativo in base al netto dello stipendio, quindi non faticano per l’Irpef che pagano. I dipendenti delle aziende di Stato: lo stesso, ma con stipendi più alti. Ho pubblicato questi concetti su «Law and Inequality» della Law School della University of Minnesota. Dei pensionati, solo quelli il cui montante lordo deriva da reale contribuzione pagano l’Irpef. Per gli altri l’Irpef è un fatto figurativo e non deriva da sforzo lavorativo.

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Chi paga davvero

Per i dipendenti privati, l’Irpef la paga, almeno in parte, il datore di lavoro, cioè il sostituto d’imposta. Tant’è che nei primi anni ’90 il referendum per l’abrogazione del sostituto d’imposta fu bocciato dalla Corte costituzionale come referendum in materia fiscale, vietato dalla Costituzione. Fatto che certifica la natura sostanziale – cioè di pagatore – del sostituto d’imposta, del datore di lavoro.

Gli imprenditori sono un pezzo del popolo delle partite Iva: quattro milioni di persone soggette a concorrenza, le quali, se non lavorano, non mangiano; non hanno le guarentigie dei dipendenti. Si vide col Covid, quando l’allora ministro Renato Brunetta aumentò gli stipendi pubblici. Di questo fatto si tiene conto nei regimi forfettari, che creano scandalo. I clienti di chi ha partita Iva sentono il dolore di pagare l’Iva e quindi il lavoratore a partita Iva deve erogare corrispondente sforzo lavorativo per esigerla. Perciò l’Iva è una forma di Irpef a sua volta.

Il principio dell’80/20

L’impressione destata dall’apparente squilibrio, per cui il 20 percento dei contribuenti paga l’80 percento dell’Irpef totale, è un fatto generale sulla sproporzione nel mondo e vale per tantissime cose e non solo per l’Irpef italiana. Si chiama principio di Pareto e per saperne di più basta chiedere a Google: «Mi spieghi l’80/20 per favore?»

I 1.200 miliardi che non ci sono

Infine, queste analisi nazionali a tappeto mai si accompagnano ad una comparazione internazionale, necessaria se ci vogliamo scandalizzare dei dati italiani. Cui prodest? Con la vulgata dell’evasore, l’Agenzia delle Entrate maschera la propria evasione del lavoro. Vedi per esempio l’emissione di cartelle esattoriali a vanvera, che hanno generato 1.200 miliardi di euro di insoluto. «Una cifra impressionante», disse Mario Draghi in Parlamento il 22 luglio 2022. Quei 1.200 miliardi – evasione già «cacciata» e ampiamente inesigibile – sono la prova provata che i vagheggiati denari da escutere non ci sono nella realtà.

Ma il peggio di sé questa narrazione (mo’ ci vuole) lo dà quando porge ai populismi l’alibi per le loro costose proposte: faremo pagare le tasse agli evasori. Tutto ciò è coerente col quadro disegnato su l’Altravoce dal professor Tommaso Tuppini, il 29 agosto scorso: «Il sistema dell’educazione italiana insegna gratitudine verso lo Stato e disprezzo per il mercato». Ciò appare sintomo della deriva amministrativa della nazione, cioè il guardare alle formalità amministrative senza guardare ai fatti economici e sociali sottostanti. Dispiace infine il silenzio assordante di imprenditori piccoli e grandi che stanno rintanati nei buchi del formaggio e non abbracciano il valore sociale dell’essere soggetti a concorrenza.

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