2 Ott, 2026

Christa Pike «in condizioni critiche»: gli effetti del pentobarbital. Torna l'ipotesi sedia elettrica

Christa Pike

La cinquantenne è ricoverata a Nashville dopo aver ricevuto due dosi di pentobarbital. Il governatore Bill Lee ordina un’indagine e blocca le esecuzioni fino alla fine dell’anno: «Non sarebbe dovuto accadere»


È ancora viva, ma in condizioni critiche. Christa Pike, che il Tennessee ha tentato senza riuscirci di mettere a morte con un’iniezione letale, anzi due, è ricoverata in un ospedale di Nashville. Secondo i suoi avvocati, sta ricevendo cure salvavita.

Il caso ha costretto il governatore repubblicano Bill Lee a fermare tutte le esecuzioni previste nello Stato per il resto dell’anno e ad annunciare un’indagine indipendente per capire cosa sia accaduto nella camera della morte.

«Non sarebbe dovuto succedere», ha ammesso Lee, definendo quanto avvenuto una «tragedia».

Secondo il Death Penalty Information Center, è la prima volta nell’era moderna della pena capitale americana che una persona riceve il farmaco destinato a ucciderla e sopravvive.

Sette aghi e il braccio diventato viola

I nuovi particolari sul tentativo di esecuzione arrivano dagli avvocati di Pike e dai pochi testimoni ammessi nel carcere.

Randy Spivey, uno dei legali della donna, ha descritto «una tortura». Il braccio sinistro di Pike è stato perforato con almeno sette aghi nel tentativo di trovare un accesso alle vene, quello destro ormai era diventato viola. Uno degli aghi utilizzati sul braccio sinistro sarebbe apparso addirittura piegato quando è stato estratto dopo un tentativo fallito.

Nei punti in cui alla fine sono state inserite le flebo sarebbero comparse vesciche e bruciature. La donna ha detto di sentire un forte bruciore. A un certo punto ha raccontato di sentire un punto sul braccio come se stesse per scoppiare. «Succede proprio così?» ha chiesto a Noechel, il suo consigliere spirituale. «Rilassati», le ha detto lui. «Ci sto provando». Ha sorriso, una lacrima le è scesa lungo la guancia destra.

«Per favore, provate più in alto sulla spalla»

A un certo punto sarebbe stata lei stessa a cercare di aiutare chi doveva ucciderla. «Per favore, provate più in alto sulla spalla», ha suggerito agli addetti all’esecuzione. Secondo il suo avvocato, una volta che il personale ha ritenuto di essere riuscito a posizionare le due linee endovenose, Pike li ha persino ringraziati.

Il respiro di Pike si è fatto affannoso, poi ritmico. Alle 19,46 la tenda si è chiusa e il suo consigliere spirituale è stato fatto uscire. Alle 19,49 la tenda si è riaperta e Noechel è rientrato nella stanza. Poco dopo, Pike ha iniziato a russare.

I suoi avvocati avevano avvertito più volte i tribunali che la procedura rischiava di avere complicazioni a causa delle vene molto piccole della donna e della sua storia clinica. Pike soffre inoltre, secondo i legali, di una patologia del sangue che rende ancora più difficile trovare una vena.

«Potremmo non sapere mai tutto quello che ha sofferto», ha detto Stephen Ferrell del Federal Defender Services of Eastern Tennessee. La paura più grande di Pike, ha aggiunto, era quella di «una morte prolungata, dolorosa e traumatica».

«Ed è quello che è successo. Meno la morte».

Il farmaco potrebbe essere finito nei tessuti

Ora gli esperti avanzano un’ipotesi per spiegare come Pike possa essere sopravvissuta a due dosi di pentobarbital: il farmaco potrebbe non essere entrato correttamente nel circolo sanguigno ed essersi invece riversato nei tessuti intorno ai punti di inserimento delle flebo.

È quella che in medicina viene chiamata infiltrazione endovenosa, una complicazione già riscontrata in precedenti esecuzioni fallite e che può provocare estese ustioni chimiche.

Il bruciore denunciato da Pike durante la procedura avrebbe dovuto rappresentare un segnale d’allarme. «Il dolore al braccio avrebbe dovuto essere un’enorme bandiera rossa che indicava che la flebo si stava infiltrando», ha spiegato al New York Times, Mark Heath, anestesista della Columbia University Irving Medical Center.

Se il pentobarbital si fosse disperso nei tessuti anziché raggiungere il sangue, il farmaco potrebbe non aver raggiunto nel sistema circolatorio la concentrazione necessaria a fermare la respirazione. Ma questo non significa che non possa aver provocato danni gravissimi.

Secondo gli esperti, potrebbe avere abbassato il livello di ossigeno o indebolito la circolazione abbastanza da causare danni cerebrali permanenti. La dispersione nei tessuti può inoltre provocare ustioni chimiche.

Joel Zivot, professore di anestesiologia alla Emory University School of Medicine e in passato consulente medico degli avvocati di Pike, ha usato un’immagine brutale per descrivere gli effetti che una soluzione così alcalina potrebbe avere sui tessuti:

«In sostanza, è come se avessero iniettato candeggina nel tessuto del suo braccio».

Zivot ha precisato di parlare a titolo personale, di non rappresentare il team legale di Pike e di non avere conoscenza diretta di ciò che è avvenuto durante l’esecuzione.

Due dosi letali, poi quasi un’ora di attesa

L’esecuzione era stata ritardata da una raffica di ricorsi dell’ultimo minuto. Dopo il via libera della Corte Suprema, però, le autorità del Tennessee avevano proceduto. Pike ha ricevuto due dosi di pentobarbital. Ma non è morta.

I giornalisti presenti hanno raccontato di averla sentita respirare e russare per quasi un’ora, mentre per buona parte della procedura le tende che separavano la camera dell’esecuzione dai testimoni erano rimaste chiuse.

Quando è diventato evidente che Pike era ancora cosciente, il tentativo è stato interrotto e la donna è stata trasferita in ospedale.

I suoi legali denunciano anche la segretezza con cui sarebbe stata gestita l’intera procedura. Spivey sostiene di aver impiegato più di sette minuti soltanto per riuscire a effettuare una telefonata agli altri avvocati fuori dal carcere. Il team legale avrebbe avuto difficoltà anche a contattare l’ufficio del governatore e la Corte Suprema del Tennessee.

Perché il pentobarbital non l’ha uccisa

Il pentobarbital è un barbiturico che deprime l’attività del sistema nervoso. A dosi letali dovrebbe spegnere progressivamente l’attività cerebrale, compresi i neuroni del tronco encefalico che controllano la respirazione: la persona entra in uno stato simile al coma, seguito dall’arresto respiratorio e infine da quello cardiaco.

L’infiltrazione della flebo è al momento soltanto una delle possibili spiegazioni del fallimento. Gli esperti non escludono che possa esserci stato un problema con il farmaco stesso: potrebbe essere stato preparato in modo non corretto, essersi degradato oppure essere scaduto. Non ci sono al momento elementi per stabilirlo.

Il principale produttore di pentobarbital ne ha limitato l’impiego nelle esecuzioni e gli Stati americani hanno dovuto rivolgersi anche a società chimiche e farmacie galeniche.

Nel gennaio 2025, dopo una revisione, il Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden aveva revocato il protocollo federale basato sul pentobarbital come unico farmaco, rilevando una «significativa incertezza» sulla possibilità che il suo impiego nelle esecuzioni provocasse dolore e sofferenza non necessari. L’amministrazione Trump ne ha successivamente ripristinato l’uso.

Il governatore: «Dobbiamo capire cosa è andato storto»

Il Dipartimento penitenziario del Tennessee sostiene invece di aver seguito «ogni passaggio del protocollo di esecuzione legale e stabilito dallo Stato», approvato dall’ufficio del procuratore generale.

Anche Lee ha detto di ritenere che il protocollo sia stato seguito correttamente. Ma ha riconosciuto l’evidenza del fallimento: «Non c’era motivo di aspettarsi che non funzionasse, ma non ha funzionato. Qualcosa non è andato bene e dobbiamo capire perché».

È la seconda volta in cinque anni che Lee sospende le esecuzioni per problemi legati all’iniezione letale. Nel 2022 aveva ordinato una revisione dopo che i funzionari penitenziari non avevano eseguito correttamente i test sui farmaci prima di un’esecuzione.

Ed è anche la seconda esecuzione fallita quest’anno in Tennessee. Quella di Tony Carruthers era stata annullata dopo che il personale medico non era riuscito a trovare una vena.

Gli avvocati chiedono che Pike resti in carcere a vita

Pike, oggi cinquantenne, è stata condannata per l’omicidio nel 1995 di Colleen Slemmer ed è nel braccio della morte da più di trent’anni. Se l’esecuzione fosse riuscita, sarebbe stata la prima donna messa a morte in Tennessee da oltre due secoli.

I suoi avvocati chiedono ora al governatore di rinunciare a un nuovo tentativo e di permetterle di trascorrere il resto della vita in carcere. Lee aveva già respinto una richiesta analoga prima dell’esecuzione fallita.

Il governatore, per ora, non cambia posizione. Ha ribadito che il Tennessee ha scelto la pena di morte per i crimini più gravi e che il suo compito è fare in modo che le sentenze vengano eseguite.

La sedia elettrica

La vicenda riapre però lo scontro politico sulla pena capitale. La senatrice repubblicana Marsha Blackburn propone di tornare a utilizzare più frequentemente la sedia elettrica. Il presidente repubblicano della Camera statale Cameron Sexton annuncia che il Parlamento esaminerà metodi alternativi e possibili modifiche ai farmaci utilizzati.

I democratici del Tennessee chiedono invece l’abolizione della pena di morte. Gli americani sono in maggioranza favorevoli. Ma il consenso sta lentamente iniziando a calare.

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