1 Ott, 2026

Manovra da 35 miliardi, la coperta è corta: inflazione e spread si mangiano le promesse

Giancarlo Giorgetti

Meloni punta a confermare il taglio del cuneo e la detassazione degli aumenti contrattuali. Tra le ipotesi Irpef al 33% per il secondo scaglione, forfettario fino a 100 mila euro e interventi sulle pensioni. Ma il ritorno dell’inflazione e la risalita dello spread restringono i margini


La manovra 2027 arriva quando il vento ha cambiato direzione. L’inflazione torna a mordere, il petrolio si infila nelle bollette, lo spread risale a quota 102 e il costo del denaro resta una zavorra. Giorgia Meloni prova a indicare la rotta. «Nell’attuale legge di bilancio vorremmo prorogare l’abbattimento del cuneo e la detassazione degli aumenti contrattuali», ha detto la presidente del Consiglio intervenendo in video collegamento con «Oltre le Radici», l’evento annuale de Il Gazzettino.

Ecco le direttrici della prossima manovra: salari, sostegno alle imprese, difesa del potere d’acquisto, famiglia, natalità e sanità. E sullo sfondo c’è il grande dossier dell’energia: la flessibilità ottenuta dall’Italia in Europa, che il governo vorrebbe utilizzare soprattutto per ridurre in modo strutturale i costi sostenuti dalle imprese.

Una strategia che dovrà fare i conti con una realtà economica diventata improvvisamente più complicata.

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L’inflazione torna a mordere

Il primo campanello d’allarme arriva dai prezzi. A settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2%, secondo la stima preliminare, segnando una brusca accelerazione e raggiungendo il livello più elevato degli ultimi tre anni.

E qui entra in scena la Bce. Se la fiammata dei prezzi dovesse consolidarsi, Francoforte sarebbe chiamata a mantenere una politica monetaria restrittiva. Il rialzo dei tassi significa credito più costoso per famiglie e imprese e, soprattutto, interessi più pesanti per chi deve rifinanziare un debito pubblico enorme.

Poi c’è lo spread. È tornato sopra quota 102 punti base, mentre il rendimento del decennale italiano si è portato ai livelli più elevati da maggio 2025.

Non è soltanto una questione da addetti ai lavori. Il rendimento dei titoli di Stato è uno dei termometri attraverso cui i mercati misurano il costo del debito italiano.

E quando quel termometro sale, la manovra ha meno forza. Le risorse complessivamente disponibili vengono stimate nell’ordine dei 35-36 miliardi. Una cifra importante, che però rischia di evaporare rapidamente davanti alla lunga lista delle richieste.

Cuneo fiscale e salari

Il primo piatto è quello già indicato da Meloni: la conferma del taglio del cuneo fiscale e la detassazione degli aumenti salariali previsti dai rinnovi contrattuali.

Tra le ipotesi sul tavolo c’è la riduzione dal 35 al 33 per cento dell’aliquota relativa al secondo scaglione, quello dei redditi tra 28 mila e 50 mila euro. Una misura destinata a diventare uno dei punti più delicati della trattativa perché il suo costo dovrà essere compatibile con le risorse disponibili.

Il governo guarda anche alle imprese. La Zes unica dovrebbe essere confermata fino alla fine del 2028, con risorse dedicate al Mezzogiorno. Meloni punta inoltre ad allargare le semplificazioni, per rendere più rapido l’avvio degli investimenti.

Partite Iva, banche e coperture

Nel cantiere c’è il popolo delle partite Iva. L’ipotesi più significativa riguarda l’ampliamento del regime forfettario: la soglia dei ricavi potrebbe passare dagli attuali 85 mila a 100 mila euro.

Una misura che avrebbe un impatto diretto sul lavoro autonomo, accompagnata dalle ipotesi di rafforzamento del Concordato preventivo biennale e da possibili agevolazioni per i giovani che decidono di avviare una nuova attività.

Ma anche qui la parola decisiva resta una: coperture. Da qui l’insistenza della Lega per arrivare ad un indurimento del prelievo sulle banche.

Il nodo delle pensioni

E poi ci sono le pensioni. Il terreno sul quale basta una parola sbagliata per incendiare il dibattito.

Dal primo gennaio 2027 torna l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita: la pensione di vecchiaia sale a 67 anni e un mese. Il governo studia una sterilizzazione selettiva dell’aumento per alcune categorie di lavoratori impegnati in attività usuranti o gravose.

Prende forma la possibilità di consentire l’uscita a 64 anni con almeno 20 anni di contributi, allargando la platea ma accettando il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Resta sul tavolo anche il dossier delle pensioni minime, con l’ipotesi di una rivalutazione straordinaria destinata a spingere gli assegni verso la fascia dei 700-800 euro.

Entro venerdì è previsto il primo passaggio formale con il Documento Programmatico di Finanza Pubblica. Saranno i numeri a dire quanto delle promesse potrà davvero entrare nella legge di bilancio. Perché una cosa è annunciare una misura. Un’altra è trovare le risorse per pagarla.

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