19 Set, 2026

Addio Mazzola. «Giocheremo insieme, come nei sogni»

Sandro Mazzola

Figlio di Valentino, bandiera della Grande Inter, rivale e amico di Rivera, protagonista in azzurro e poi voce del calcio in tv. Sandro Mazzola ha attraversato gli anni delle leggende senza mai smettere di sentirsi quel bambino che sognava di giocare con suo padre


Gli arrivavano ancora le lettere, per posta, come non si usa più. Anche le mail, certo. E i messaggi WhatsApp. E Sandro Mazzola leggeva tutto, commentava tutto, rispondeva a tutti.

«Sono uno che ha vinto molto. Ma io sono dei giovani. La gente vuole sapere come sto. E questo è bellissimo. Significa che non ho buttato via la mia carriera».

Mazzola se n’è andato a 83 anni, domani si terranno i funerali a Sant’Ambrogio, nella sua Milano. L’Inter, di cui è stato bandiera e cantore, lo ha definito «uno dei più grandi calciatori della storia» e «non solo di quella nerazzurra». Ma Sandro è stato molto più di questo. Un testimone del balòn, che lo ha attraversato in tante forme, ruoli e sentimenti.

Il figlio di Valentino

Il primo fu il dolore. Suo padre, il grande Valentino, capitano del Torino, morì nel ’49 nel disastro di Superga. Sandrino aveva 6 anni. «Ero troppo piccolo per capire chi era Valentino Mazzola. Solo dopo mi raccontarono la verità».

Quella di Valentino era la famiglia più povera di Cassano d’Adda. Poi, sfruttando il suo talento, si trasferì a Torino. «Scoppiò la guerra, il campionato fu sospeso. L’alternativa era la Russia o la fabbrica. Papà vinse 5 scudetti, ma per arrotondare dovette aprire un negozio dove vendeva palloni».

Sandro Mazzola crebbe nel mito di quell’ombra, un peso che lo segnò per tutta la vita. Per un po’ pensò perfino di scappare dal destino di quel cognome: giocava a basket, il Simmenthal sarebbe stata un’altra vita. Fu il grande Cesare Rubini a dirgli no: «Tuo padre si rivolterebbe nella tomba».

Pastina diventa Mazzola

Nelle giovanili dell’Inter lo prese Giuseppe Meazza, che lo chiamava Pastina e gli insegnò che un campione sa sempre tenere la calma. Poi Helenio Herrera lo spostò più avanti: «Non volevo fare il centravanti e lui capì come sfruttarmi». Così HH gli ritagliò quel ruolo tra il centrocampo e l’attacco, una zona così ignota e inesplorata, come erano i suoi perché sulla vita di figlio.

All’inizio Herrera non lo voleva, diceva che era un raccomandato. Mazzola però aveva anche tigna. L’esordio in A arrivò nel ’61, Juventus-Inter 9-1, i ragazzi nerazzurri mandati in campo per protesta contro la Figc erano quelli della Primavera. E Mazzola arrivò dopo due interrogazioni a scuola, ragioneria, perché aveva voti bassi: «Nel primo tempo sbagliai tutto, nel secondo segnai il nostro gol».

Nel ’64, a Vienna, durante la finale di Coppa dei Campioni contro il Real, rimase imbambolato a guardare Di Stefano. Suarez lo richiamò: vai a giocare o cosa? Mazzola andò, e segnò due volte. A fine partita Puskas gli disse che era degno di Valentino. «Giochi come tuo padre». Non era vero, dirà Mazzola, «ma non sono mai stato tanto felice in vita mia». Aveva solo 21 anni.

La figurina della Grande Inter

Vinse quasi tutto: quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali. Fu capocannoniere della Serie A nel 1965 con 17 gol e della Coppa dei Campioni nel 1964 con sette.

Del bis europeo col Benfica ricordava «che notte di pioggia, che campo pesante, che battaglia». Herrera, che amava la psicologia, prima della partita «ci convinse che Eusebio, uno che ha segnato più di 700 gol, fosse una pippa».

Diciassette stagioni con la stessa maglia, 565 partite e 158 gol. Nel ’71 arrivò secondo al Pallone d’Oro dietro Cruijff.

Mazzola e Rivera, le due metà di Milano

Con l’Italia fece il massimo: 70 partite, 22 gol, vinse l’Europeo del ’68 e giocò la finale mondiale del 1970. Erano gli anni delle leggende. Pelé? «Era una categoria superiore a tutti».

E Rivera, certo, che non fu mai il nemico disegnato dai giornali: erano, diceva Sandro, «le due metà di Milano». La staffetta messicana nacque, raccontava ridendo, dalla vendetta di Montezuma.

Con Rivera, Corso, Bulgarelli e altri si impegnarono per creare il sindacato calciatori. «Esistono trenta o quaranta giocatori fortunati. Ma poi ce ne sono cinquemila che non hanno un avvenire e senza i quali non ci saremmo nemmeno noi. Bisogna tutelare questi ragazzi».

Il Fenomeno, la tv e quella maglia

Quando smise non uscì dal calcio. Diventò dirigente dell’Inter, poi direttore sportivo per Massimo Moratti. Aveva avuto in mano Platini, conservava un contratto firmato da Falcao, portò Zanetti e nel 1997 andò a prendere Ronaldo. «Il Fenomeno, quello vero», diceva.

E poi la televisione, un altro modo di stare vicino al campo. Cominciò con Luigi Colombo a Telemontecarlo al Mundial dell’82, fu accanto a Bruno Pizzul (1990) e a Marco Civoli (2006). Aveva perso una finale mondiale in campo, contro il Brasile. Ne raccontò una vinta dall’Italia dalla cabina di Berlino.

L’Inter, intanto, era rimasta tutto. «È una mamma per me». E quando parlava di Valentino tornava indietro con i ricordi:

«Sento che ritroverò mio padre. E giocheremo insieme, come nei sogni».

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