Alla domanda su ciò che l’altro ci fa provare se ne affianca un’altra: che cosa accade a lui? La sua esistenza ci importa oltre il piacere che sa darci
Sono invecchiati insieme, Filemone e Baucide, nella stessa povera capanna in cui si erano sposati. Ovidio ne racconta la storia nell’ottavo libro delle Metamorfosi. Due viandanti, ai quali nessun altro ha voluto offrire riparo, trovano accoglienza nella loro casa. Sono Giove e Mercurio sotto sembianze umane, ma i due anziani sposi non lo sanno. Si mettono a preparare il pasto con il poco che hanno. Il tavolo traballa: Baucide, la moglie, infila un coccio sotto la gamba più corta, poi strofina il piano con menta fresca. Il poeta indugia sui gesti dell’ospitalità: il fuoco ravvivato, le stoviglie povere, il cibo condiviso. Prima del prodigio c’è questo lavoro a due intorno a una tavola. Nella loro casa, gli anni trascorsi ad amarsi hanno lasciato spazio a chi arriva.
Il modo di stare al mondo
L’immagine lascia intravedere ciò che il racconto dell’innamoramento rischia di nascondere: l’amore modifica il nostro modo di stare al mondo. Dal desiderio non si passa all’amore come dall’inquietudine alla quiete. Il desiderio continua a vivervi, a turbarlo, a rinnovarlo; e vi sono amori che nascono fuori dall’attrazione. Ma quando amiamo, alla domanda su ciò che l’altro ci fa provare se ne affianca un’altra: che cosa accade a lui? La sua esistenza ci importa oltre il piacere che la sua presenza sa darci.
La scoperta
Possiamo rallegrarci della sua gioia anche quando nasce da qualcosa di cui non siamo l’origine. È un mutamento difficile. Possiamo desiderare intensamente qualcuno e ascoltare pochissimo di lui; possiamo essergli devoti e rimanere fedeli alla figura che ne abbiamo costruito. Amare espone alla scoperta che la persona vicina eccede la nostra attesa. Ha una storia anteriore all’incontro, pensieri che ignoriamo, possibilità che ci sorprendono. Non è venuta al mondo per rispondere alla nostra domanda. Eppure può cambiare il senso di quella domanda e della vita da cui è sorta.
Il Simposio di Platone
Nel Simposio Platone dà a questa inquietudine più di una voce. Aristofane racconta che gli esseri umani, divisi da Zeus, cercano nell’amato la metà perduta: nell’abbraccio sopravvive il sogno di tornare interi. Ma il dialogo non si ferma qui. Diotima, la donna di Mantinea da cui Socrate dice di avere appreso le cose d’amore, osserva che non amiamo la metà né l’intero, se non sono un bene. Ritrovare ciò che ci appartiene non basta ancora a dire che cosa cerchiamo amando.
Il desiderio di generare
Per Diotima, l’amore è desiderio di generare: l’incontro con la bellezza permette a questa fecondità di esprimersi. Dal corpo nascono figli; dall’anima, poesia, sapienza, leggi giuste. Attraverso ciò che genera, la vita mortale cerca una partecipazione all’immortalità. Il cammino culminerà nella contemplazione del bello in sé; ma già qui la mancanza non è l’ultima parola di Eros. Nel suo desiderio c’è anche qualcosa che preme per venire alla luce.
L’incontro
Possiamo raccogliere questa intuizione nell’esperienza più discreta di un incontro. Un’amicizia fa maturare un pensiero; la fiducia di qualcuno ci permette di pronunciare parole che da soli non avremmo trovato. Chi amiamo non viene soltanto a occupare un posto rimasto vuoto: la sua presenza cambia ciò che nella nostra vita può ancora cominciare. Non occorre che il legame produca un’opera per giustificare la propria esistenza. Anche il coraggio di essere più sinceramente se stessi può nascere fra due persone.
Montaigne
Nei Saggi, tentando di dire perché amasse l’amico Étienne de La Boétie, Montaigne lascia cadere le spiegazioni: «Perché era lui; perché ero io». La frase indica dove le ragioni, pur restando vere, non bastano. Si ama un’intelligenza, un modo di ridere, la piega di una voce; ma nessun inventario restituisce colui che amiamo. Altri potrebbero avere le stesse qualità, persino in misura maggiore, senza prendere il suo posto. Montaigne parla dell’amicizia: questo sottrae l’amore alla sua identificazione esclusiva con la coppia.
Le ragioni dell’amore
Qui affiora una difficoltà: amiamo qualcuno per ciò che è, oppure perché siamo noi ad amarlo? Se tutto dipendesse dalle sue qualità, il legame dovrebbe sciogliersi quando mutano; se dipendesse soltanto da noi, l’altro sarebbe il pretesto di un sentimento solitario. L’amore riconosce un valore, ma contribuisce a renderlo visibile: scopre in chi amiamo ciò che l’indifferenza non aveva saputo vedere.
Aristotele
Aristotele, nel nono libro dell’Etica Nicomachea, descrive l’amico come colui che vuole che l’altro esista e viva, per l’altro stesso. La filosofia si avvicina al linguaggio più elementare dell’affetto. Non soltanto: mi rendi felice. Anche: sono felice che tu ci sia. La gioia si allarga a comprendere un bene che può maturare lontano da noi. Lo sa un genitore quando un figlio prende una strada che non aveva immaginato; lo sa un amico quando accompagna una scelta che lo porterà altrove. E resta umano desiderare una risposta, sentire la mancanza: la generosità non esige di diventare invulnerabili.
Il Cantico dei cantici
Sarebbe però un errore rendere questa esperienza così limpida da sottrarle il corpo. L’amore conosce il tremore, l’impazienza, il piacere di una vicinanza che nessun discorso sostituisce. Il Cantico dei cantici parla questa lingua. Vi sono profumi, labbra, seni, frutti, passi che cercano e voci che chiamano: «Àlzati, amica mia, / mia bella, e vieni, presto!» (Ct 2,10). Il corpo è il modo in cui una persona ci viene incontro, non l’involucro di un’anima che dovremmo amare separatamente. Nessuna interpretazione spirituale può cancellare la gioia sensibile di questi versi.
La ricerca dell’altro
L’amato e l’amata si chiamano, si cercano. Fra loro rimane l’intervallo che rende possibile una risposta. Opporre rigidamente eros e dono, come se da una parte vi fosse il desiderio e dall’altra una generosità senza bisogno, impoverisce l’esperienza. Anche ricevere può essere un atto d’amore: consentire a qualcuno di raggiungerci, di consolarci, di avere importanza. Una dedizione incapace di ricevere rischia di riservare a uno la parte di chi dà, e all’altro quella di un debitore perpetuo. La reciprocità è la possibilità che nessuno debba essere sempre forte.
Il saluto
In una lettera del 14 maggio 1904, raccolta nelle Lettere a un giovane poeta, Rilke immagina un amore nel quale «due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda». Quel saluto è forse la parola più lieve e più esigente. Si saluta qualcuno che resta di fronte a noi anche nella più intensa familiarità. La vicinanza non cancella la possibilità di dire io. C’è una parte della vita amata alla quale possiamo soltanto essere vicini, senza viverla in sua vece. Si resta distinti, ma essere due è diverso dall’essere semplicemente uno accanto all’altro.
Distinguere l’immagine
Ma come distinguere l’amore dalla sua immagine lusinghiera? Iris Murdoch, nel saggio Il sublime e il buono, raccolto in Esistenzialisti e mistici, scrive: «Amore significa comprendere – ed è molto difficile – che qualcosa di altro da sé è reale». Chi ci vive accanto è molto più della persona che ci comprende o ci delude; è qualcuno a cui accadono cose che non hanno noi al centro. Amare richiede di accorgersene, soprattutto quando preferiremmo non farlo.
Il sentimento accecante
L’amore può anche accecare: chiamare premura il controllo, fedeltà la paura, dedizione il bisogno di essere indispensabili. Vi è invece una tenerezza capace di ascoltare un’obiezione, di chiedere perdono senza trasformarlo in un obbligo. L’intensità del sentimento non assolve dall’umiliazione inflitta a una persona.
Paolo e Francesca
Anche la lingua più bella può nascondere un equivoco. «Amor, ch’a nullo amato amar perdona», dice Francesca nel quinto canto dell’Inferno: l’amore, nel suo racconto, non consente a chi è amato di non riamare. È la voce di un personaggio dentro una tragedia, non una legge che ci autorizzi a esigere una risposta. Essere amati non obbliga ad amare. Il dolore di chi non è ricambiato merita rispetto; non conferisce un diritto sulla libertà altrui.
L’amore felice
Occorre dirlo senza trasformare l’amore in un codice di buona condotta. La felicità non è il premio di chi ha osservato tutte le regole. In Un amore felice, Wisława Szymborska domanda, con ironia: «Un amore felice. È normale? / È serio? È utile?». La poesia mette in scena lo scandalo di una gioia che non sa esibire i propri meriti. Due persone ridono, e il loro riso sembra sottrarsi alla contabilità generale delle sventure. Un momento felice può valere per se stesso, senza dimostrare a che cosa servirà. Essere amati ha qualcosa di questo stupore. Un bambino accolto ne fa esperienza prima di poterla nominare. Il suo pianto interrompe il sonno, il suo bisogno cambia il ritmo di una casa. L’amore ricevuto gli fa posto dentro una vita che c’era già. Da adulti possiamo ritrovare quella fiducia: essere ascoltati nella goffaggine, nell’incertezza, senza dover riuscire bene a ogni incontro.
La durata della gioia
La gioia, però, ha un tempo. Non rimane intatta per il solo fatto di essere stata vera. Si ama nel lavoro, nella stanchezza, nei gesti ripetuti, nell’imprevisto di una malattia. La durata non è la semplice prosecuzione dell’inizio: chiede di conoscere nuovamente chi si credeva conosciuto. La familiarità può illudersi di avere concluso questo lavoro: so già che cosa pensi, so già che cosa dirai. Allora l’altro continua a parlarci, ma noi rispondiamo alla sua immagine di ieri.
L’immobilità e la fedeltà
La fedeltà può essere il contrario di questa immobilità: attraversare insieme le trasformazioni, senza fingere che non costino nulla. Una promessa non dispone del futuro. Può impegnare chi la pronuncia a non sottrarsi con leggerezza alla storia che comincia. Non so che cosa ci attenda; ti prometto di non dare per scontata la tua presenza e di continuare a venirti incontro. Dentro questa incertezza una parola tenta di durare.
Non trattenere nel dolore
Vi sono anche separazioni che non cancellano il bene accaduto, e legami che devono finire perché restare significherebbe continuare a ferirsi. Nessuno dovrebbe essere trattenuto nel dolore dalla richiesta di dimostrare quanto ama. La durata conta; conta anche la verità con cui si è vissuto un legame, e il rispetto che si cerca di conservare quando non è più possibile continuarlo.
La vulnerabilità
Resta, anche nelle storie più felici, una vulnerabilità che nessuna sapienza elimina. Il Cantico non dice che l’amore è più forte della morte: dice «forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). Quel «come» non ci offre una vittoria già compiuta. Amare qualcuno significa anche scoprire che la sua scomparsa potrebbe ferire un punto di noi che prima non conoscevamo. Non basta ricordare che siamo mortali. L’amore dà a questa verità un nome, una voce, il suono di un passo che riconosceremmo fra molti.
La preparazione alla perdita
Eppure ridurre l’amore a una preparazione alla perdita sarebbe un’altra ingiustizia verso la vita. Non amiamo soltanto perché dovremo separarci, né la gioia vale unicamente per il dolore che potrebbe seguirla. Vi sono mattine che non chiedono di essere lette dal loro tramonto. La fragilità di chi amiamo ci rende attenti, ma non deve consumare in anticipo il tempo condiviso.
Il Levitico
Fin qui abbiamo seguito soprattutto legami nei quali un volto emerge fra tutti. Ma la Bibbia pronuncia la parola amore anche dove manca un’elezione affettiva. Il Levitico chiede di amare il prossimo come se stessi (Lv 19,18) e, nello stesso capitolo, estende la richiesta al forestiero che dimora nella terra: «tu l’amerai come te stesso» (19,34). Il ricordo dell’Egitto impedisce che la dignità dipenda dall’appartenenza. L’intimità di un’amicizia rimane diversa, ma la sua assenza non è una ragione per opprimere, escludere, lasciare senza aiuto.
Il comando
Qui la domanda si fa più aspra: come può l’amore essere comandato? Nessuna ingiunzione produce la tenerezza. Può però chiamare in causa ciò che facciamo quando la tenerezza manca. Nel Vangelo di Matteo, l’invito di Gesù raggiunge persino i nemici (Mt 5,44). Possiamo leggervi la richiesta di non lasciare che l’ostilità decida interamente chi siamo e che cosa l’altro possa ancora essere. Difendersi dal male resta necessario; altra cosa è desiderare che chi lo compie venga cancellato dall’umanità. L’amore, qui, chiede una giustizia che resista alla seduzione della vendetta.
La responsabilità
Il passaggio dai propri affetti a questa responsabilità più vasta non è assicurato. Si può essere teneri in casa e crudeli fuori, generosi con i propri figli e indifferenti a quelli degli altri. Ma l’affetto può aprire una comprensione: ciò che per me è quel nome, quella vita, per qualcuno lo è un altro nome, un’altra vita. La singolarità che abbiamo imparato a riconoscere vicino a noi oltrepassa il cerchio delle nostre preferenze. Altrove, anche dove non arrivano i nostri sentimenti, qualcuno aspetta che una persona cara torni a casa.
Tornare a Ovidio
Torniamo allora alla capanna di Ovidio, prima che gli dèi si rivelino. Filemone e Baucide si occupano di ciò che possono offrire, ignari di quello che riceveranno. Il loro legame ha attraversato gli anni; adesso lascia entrare due sconosciuti. Vorrei sostare in questo momento del racconto, dove nessuna ricompensa è stata annunciata e si prepara soltanto un posto. La tavola, finalmente, è ferma. Ci si può sedere, mentre sul legno indugia l’odore della menta.






























