13 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Set, 2026

Nucleare, l’Italia non può più permettersi di aspettare

Centrale nucleare

Rinnovabili e nucleare per ridurre la dipendenza dal gas e garantire energia stabile a industria, data center e nuovi consumi. Ma le infrastrutture richiedono decenni: se il nucleare servirà domani, la decisione va presa oggi


Meloni dice «avanti tutta su nucleare e idrocarburi», ma in quattro anni di governo non è ancora riuscita ad approvare la legge delega sul nucleare. Vedremo quanto realmente spingeranno sul tema. È giusto premere sull’acceleratore per l’energia da fissione, ma perché gli idrocarburi? Per dare volatilità ai prezzi? Molto meglio rinnovabili e riduzione del gas allo stretto indispensabile per la sicurezza della rete.

Tuttavia, molto meglio la posizione del Governo rispetto al “solo rinnovabili” della sinistra. La transizione energetica, infatti, non si gioca soltanto sulla quantità di energia rinnovabile che riusciremo a installare ma sulla costruzione di un sistema elettrico stabile, competitivo e sufficientemente abbondante da sostenere l’elettrificazione dell’economia. Per questo il nucleare è uno strumento indispensabile per raggiungere un mix energetico ottimale.

La vera domanda è quanta energia servirà domani

Il punto di partenza è un dato che raramente entra nel dibattito pubblico. Oggi consumiamo circa 310 TWh di elettricità all’anno, ma il nostro fabbisogno energetico complessivo annuo è molto maggiore, circa 1.700 TWh. Se vogliamo decarbonizzare l’economia, una parte crescente dei consumi oggi soddisfatti direttamente da gas e prodotti petroliferi dovrà trasformarsi in consumo elettrico: automobili, riscaldamento, processi industriali. A questo si aggiungeranno nuovi consumi, a cominciare dai data center e dall’intelligenza artificiale.

La domanda decisiva non è quindi come produrre oggi 310 TWh, ma come produrre molta più elettricità domani, garantendola ventiquattr’ore al giorno e 365 giorni all’anno. Va bene installare fotovoltaico, ma senza dimenticare che una cosa è il costo di un pannello solare, un’altra è il costo di un sistema elettrico capace di garantire energia in ogni momento dell’anno: più aumenta la quota delle fonti non programmabili, più diventano importanti reti, accumuli, interconnessioni, capacità di riserva e impianti programmabili: anch’essi richiedono investimenti.

Le batterie sono utili per spostare la disponibilità di energia nell’arco di alcune ore, ma non possono compensare squilibri di generazione elettrica che durano giorni o hanno carattere stagionale. In assenza di altre fonti programmabili, il risultato è che continuiamo ad avere bisogno del gas, con quello che questo comporta in termini di dipendenza dall’estero, impatto sanitario e produzione di gas serra.

Dove il nucleare cambia l’equazione

È qui che il nucleare cambia l’equazione. Il confronto economicamente corretto non è quindi tra il costo di un megawattora fotovoltaico e nucleare, ma tra il costo complessivo di sistemi elettrici capaci di fornire lo stesso livello di sicurezza e continuità. Il vantaggio di un mix nucleare-rinnovabili deriva dalla possibilità di ridurre sovracapacità, accumuli e riserve necessarie a garantire il sistema in ogni condizione meteorologica.

E il prezzo dell’energia? Una centrale nucleare richiede un investimento iniziale molto elevato. Ma poi produce per circa ottanta anni. Il costo dell’elettricità dipende soprattutto dal capex, mentre il combustibile rappresenta una componente relativamente piccola. Questo rende il costo di produzione molto meno esposto alle oscillazioni internazionali delle materie prime, fornendo un’assicurazione di lunghissimo periodo contro la volatilità del prezzo dell’energia.

Una politica industriale, non solo energetica

Infine un Paese serio dovrebbe chiedersi: dove rimangono i soldi spesi per produrre 1 MWh? Gran parte della produzione mondiale della filiera fotovoltaica è concentrata in Cina. Nel nucleare invece l’Italia ha forti competenze in ingegneria, componentistica, costruzioni, sistemi di controllo, manutenzione, sicurezza, ricerca. Ansaldo, Newcleo, Walter Tosto, Sogin e numerose pmi italiane lavorano già nella filiera internazionale. Le nostre università continuano a formare ingegneri nucleari nonostante in Italia non esista una centrale in esercizio; il solo Politecnico di Milano ha laureato 129 ingegneri nucleari nell’ultimo anno.

Il ritorno al nucleare sarebbe quindi il cardine di una solida politica industriale. Le stime indicano un potenziale di circa 117-120mila occupati nella filiera, dei quali circa 40mila ad alta qualificazione.

E questi numeri raccontano solo una parte della storia. Energia abbondante, programmabile e con prezzi prevedibili attrae industrie energivore, data center e nuovi investimenti tecnologici. La politica energetica diventa così politica industriale, e la politica industriale diventa politica salariale.

Scorie e sicurezza

Naturalmente esistono problemi. Il primo riguarda i rifiuti radioattivi che non sono un problema da ignorare, bensì da gestire e tecnicamente sappiamo come farlo. Per i rifiuti a bassa e media attività esistono depositi superficiali in numerosi Paesi. Per quelli ad alta attività la soluzione è il deposito geologico profondo; la Finlandia ha aperto la strada con Onkalo. Perché l’Italia non si ritiene all’altezza di fare ciò che i finlandesi sono riusciti a fare? Questa è la peculiarità del nucleare, i suoi rifiuti vengono confinati, contabilizzati e gestiti. I prodotti della combustione fossile seguono altre strade: vengono in larga misura dispersi nell’atmosfera con effetti sul clima che ormai sono sotto gli occhi di tutti.

Anche sulla sicurezza sarebbe utile abbandonare la percezione e guardare ai dati. I valori di mortalità, comprensivi degli effetti dell’inquinamento e degli incidenti, sono enormemente differenti tra combustibili fossili e nucleare: circa 30 morti/TWh per il carbone, poco meno di 3 per il gas e 0,03 per il nucleare. Questo ci dice che nessuna fonte energetica è a rischio zero, e quindi una società razionale dovrebbe confrontarne i rischi invece di pretendere che una sola tecnologia dimostri di non averne alcuno.

Una centrale non si ordina su Amazon

Rimane l’obiezione forse più forte: costruire una centrale nucleare richiede molti anni. È vero. Ma è precisamente per questo che la decisione va presa adesso. Se nel 2035 ci accorgeremo di aver bisogno del nucleare, non potremo ordinare una centrale su Amazon e riceverla la settimana successiva. La politica energetica soffre di un’asimmetria temporale: i governi ragionano al più sui cinque anni del proprio mandato, le infrastrutture energetiche su un orizzonte temporale 10-15 volte maggiore. Una centrale nucleare costruita nei prossimi quindici anni potrebbe continuare a produrre energia per tutta la seconda metà di questo secolo, quando molti di coloro che oggi discutono se realizzarla non saranno più qui.

Quale Italia vogliamo costruire

In altre parole si tratta di scegliere quale Paese vogliamo costruire. Vogliamo un’Italia che importa tecnologia, combustibili ed elettricità, o vogliamo un’Italia che possieda competenze strategiche. Vogliamo un Paese che dimensiona il proprio sistema energetico sulla domanda di oggi o ne vogliamo uno che pianifica una politica energetica per attirare l’industria di domani. Il nucleare non va visto come una centrale elettrica, ma come un investimento intergenerazionale, capace di attraversare un secolo di vita economica e di produrre effetti su industria, occupazione, competenze e attrattività del Paese. Possiamo davvero permetterci di affrontare i prossimi quarant’anni senza nucleare?

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