Dal piombo al dollaro, ecco i punti della nuova offensiva americana
La guerra all’Iran cambia arma. Dopo mesi di missili, bombardamenti e minacce, Washington prova a chiudere la partita con il dollaro. Donald Trump lo ha chiamato «D-Day economico». Il segretario al Tesoro Scott Bessent la definisce la più grande offensiva finanziaria mai lanciata contro un avversario. Il bersaglio è Teheran, ma non soltanto Teheran: banche, petrolio, intermediari, compagnie di navigazione e soprattutto quei Paesi che continueranno a commerciare con la Repubblica islamica. Bessent dà corpo al “D-Day economico” di Trump con la nuova offensiva di sanzioni contro Teheran. Il cuore della stretta sono le sanzioni secondarie: Washington vuole colpire anche chi continuerà a fare affari con Teheran.
Il messaggio è brutale: chi tiene aperte le porte all’Iran rischia di essere escluso dal sistema economico americano. L’obiettivo dichiarato è recidere le ultime “ancore di salvezza” finanziarie del regime e lasciarlo senza ossigeno economico.
Il rial crolla e l’inflazione corre
La pressione, intanto, è già visibile dove fa più male: nella moneta. Il dollaro ha sfondato in Iran la soglia storica dei due milioni di rial. Sul mercato libero è arrivato intorno a 2,02 milioni di rial per un dollaro. Un anno fa era sotto quota 960 mila. Il rial ha perso più della metà del proprio valore rispetto al dollaro. Il numero racconta una crisi che non resta sui mercati: significa importazioni più care, risparmi erosi, inflazione e potere d’acquisto in caduta.
Secondo i dati citati dall’Associated Press, dall’inizio della guerra il prezzo del riso è salito di circa il 60 per cento e quello della carne bovina di oltre il 150 per cento. L’economia iraniana potrebbe inoltre contrarsi di oltre il 5 per cento quest’anno. Trump può dunque indicare il rial come la prova del collasso. Ma qui comincia la domanda vera: un’economia devastata significa necessariamente un regime sconfitto? No. Ed è questo il punto che rischia di trasformare il “D-Day” in una scommessa molto più lunga. L’Iran vive sotto sanzioni da anni. Ha imparato a sopravvivere aggirandole: intermediari, società schermo, pagamenti alternativi, reti commerciali parallele, petrolio venduto attraverso canali difficili da tracciare. Ogni porta chiusa da Washington ne ha prodotta un’altra. Il risultato è un’economia più povera e più fragile, ma non necessariamente un potere politico più debole.
La Cina nel mirino delle sanzioni secondarie
La nuova offensiva americana porta così la guerra fuori dall’Iran. Per strangolare davvero Teheran, Washington deve convincere il resto del mondo a smettere di commerciare con l’Iran. Ed è qui che entra in gioco la Cina. Pechino ha già detto che difenderà i propri diritti e interessi legittimi e ha respinto la logica delle pressioni unilaterali americane. È il passaggio più delicato perché la Cina resta il principale acquirente del petrolio iraniano. Se le nuove sanzioni colpiranno in modo più aggressivo banche, raffinerie, compagnie di navigazione e intermediari cinesi, il D-Day iraniano rischia di diventare anche un nuovo fronte della guerra economica tra Washington e Pechino.
Hormuz, la leva che resta a Teheran
Poi c’è il petrolio. Per Teheran è ossigeno economico; per il mondo è una risorsa dalla quale non si può prescindere. Washington vuole tagliare le entrate iraniane e colpire le reti clandestine che permettono di esportare greggio nonostante le sanzioni. Ma proprio qui l’Iran conserva una leva che il Tesoro americano non può cancellare: Hormuz. Lo Stretto resta il grande punto di pressione della guerra. Il traffico è stato fortemente ridotto e Teheran conserva la possibilità di condizionare una delle principali arterie energetiche mondiali. È il paradosso dello scontro: gli Stati Uniti possono stringere il cappio finanziario intorno all’Iran, ma l’Iran può ancora creare costi economici al resto del mondo. Per questo il vero rischio è che il “D-Day” non sia il giorno della resa, ma l’inizio di un assedio. Washington ha il dollaro, il sistema finanziario e una capacità di pressione senza pari. Teheran ha esperienza nel sopravvivere alle sanzioni, risorse energetiche e partner disposti a mantenere aperti i canali commerciali. Pechino ha interessi enormi da difendere. E il mondo ha bisogno che il petrolio continui a circolare.
Impoverire l’Iran non significa piegarlo
La domanda, allora, non è se le nuove sanzioni faranno male all’Iran. Faranno male. Il rial lo dimostra. Lo dimostrano l’inflazione, i prezzi e la contrazione economica. La domanda è se faranno abbastanza male da cambiare i calcoli politici di Teheran. È una differenza decisiva. Un Paese può diventare più povero senza arrendersi. Un’economia può collassare senza che il regime crolli. E una popolazione stremata può continuare a vivere dentro un sistema politico che presenta la pressione straniera come una guerra per la sopravvivenza nazionale. Trump scommette sul contrario. Vuole dimostrare che il dollaro può ottenere ciò che la forza militare non ha ottenuto: la resa dell’avversario. Bessent vuole chiudere ogni via di fuga e rendere rischioso per chiunque sostenere Teheran. Ma se l’Iran resisterà, la guerra economica potrebbe diventare permanente: nuove sanzioni, nuovi intermediari, nuovi canali clandestini, nuove tensioni con la Cina e una moneta sempre più debole. Un assedio capace di impoverire profondamente l’Iran senza necessariamente piegarlo.
Il vero verdetto, dunque, non arriverà con il “D-Day” di Bessent. Arriverà nei mesi successivi. Se Teheran cederà, Trump potrà rivendicare una vittoria storica: una guerra chiusa con il dollaro. Se invece resisterà, il 24 agosto 2026 sarà ricordato non come il giorno della resa iraniana, ma come l’inizio di un lungo assedio economico. Perché questa è la scommessa americana: far crollare l’economia per far crollare il potere. Ma impoverire un Paese e costringerlo ad arrendersi sono due cose molto diverse.































