Alcuni si lasciano scappare più o meno celate lodi all’impero cinese, ma nel caos globale non sarà certo la Cina a poter costruire un nuovo ordine
I commentatori dell’incontro Trump-Xi concordano nel sottolineare la posizione di forza del secondo. Il più autorevole è Francis Fukuyama, che nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, pubblicò “La fine della storia”, un saggio in cui sosteneva che il liberalismo democratico rappresentava il capolinea dell’evoluzione politica dell’umanità.
In un’intervista concessa a “Repubblica”, descrive Xi come un giocatore che «sta solo aspettando che l’America si indebolisca sempre di più», intrappolata in una guerra in Medio Oriente da cui non sa come uscire e guidata da un presidente che cala nei sondaggi mentre i prezzi salgono.
Le lodi alla Cina
Il teorico del trionfo liberale si toglie il cappello davanti a una delle ultime compagini comuniste sopravvissute al 1989. Non dovremmo stupircene troppo, almeno noi italiani. Anche dalle nostre parti la Cina fa scappare qualche lacrimuccia, e non solo a Di Battista. Negli anni Settanta bisognava andare in brodo di giuggiole davanti alle Guardie rosse con il libretto del Grande Timoniere in mano. Oggi molti intellettuali di sinistra (scusate la ridondanza) tornano a cantare le lodi dell’impero celeste, fingendo di dimenticare il partito unico ed entusiasmandosi per i piani quinquennali, le autostrade a quarantasette corsie, i treni supersonici, i cantieri da duecentomila operai che finiscono i lavori in una settimana. Poi ci sono l’equità sociale (purché si dimentichino i trecentocinquanta milioni di cinesi sotto la soglia di povertà) e l’ammirazione per una ricerca scientifica che, senza il freno della burocrazia e della Chiesa, ha la stessa velocità dei treni.
La famosa pazienza cinese, che ci commuove tanto, è possibile proprio perché lì il dirigismo di Stato domina ogni aspetto della vita. A differenza di Trump, Xi Jinping non deve vincere le elezioni di novembre, rispondere a un Congresso ostile o spiegare ai suoi concittadini perché un chilo di soia costa il doppio dell’anno scorso. Se poi anche a noi interessa soltanto che i treni arrivino in orario e i cantieri finiscano puntuali, allora conviene cominciare a comprare statuine del Buddha.
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Il ruolo degli Usa
Prima di cedere alle tentazioni, però, vale la pena raccogliere qualche dato elementare. Nove delle dieci aziende più forti del mondo sono ancora americane. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno attirato sei volte più capitali della Cina nel settore dell’intelligenza artificiale. Nelle biotecnologie restano dominanti e, per ora, sono anche riusciti a non far uscire virus letali dai propri laboratori. Sul piano geopolitico la Cina ha un solo alleato ufficiale: la Corea del Nord. Più un piccolo gruppo di amici informali, come Russia e Pakistan. Tre Paesi i cui Pil sommati equivalgono a quello italiano. Gli Stati Uniti, invece, guidano l’alleanza politico-militare più potente del mondo: la Nato. Il potere d’intervento cinese (nonostante i tentativi neocoloniali in Africa) resta confinato all’Asia e incontra la resistenza di Australia, India, Giappone e Corea del Sud. Questo giusto per ricordare la differenza, di cui spesso ci dimentichiamo, tra potere e influenza. La Cina ha un bel po’ del primo, assai meno della seconda.
L’ordine mondiale da costruire
Il duello Usa-Cina si deciderà sì sul piano economico e militare, è inevitabile, ma nel senso più profondo: bisognerà cioè capire quale delle due potenze è davvero capace di costruire un ordine internazionale che anche gli altri vogliano abitare. Per dirla brutalmente: la Cina offre stabilità senza libertà; l’America libertà senza stabilità. Ma gli Stati Uniti hanno dalla loro la lingua inglese, l’unica che, per sintesi, immediatezza e chiarezza, possiede una vocazione universalistica. Gli ideogrammi possono affascinare studiosi come Ezra Pound, ma non diventeranno mai la lingua dell’ecumene. Ogni ricercatore cinese che pubblica, ogni diplomatico di Pechino che negozia, ogni contratto firmato a Shanghai, passa attraverso l’inglese. È una piccola resa al nemico, che nessun dazio potrà compensare. La lingua è l’unico impero che non ha bisogno di eserciti: viene desiderato perfino dagli avversari e sopravvive anche quando tutto il resto crolla.
C’è poi un precedente storico che vale la pena ricordare, e riguarda l’uomo che – senza volerlo – ha reso possibile il duello tra la vecchia e la nuova superpotenza. Il 9 luglio 1971 Henry Kissinger scese a Pechino da una limousine coi vetri oscurati e strinse la mano a Zhou Enlai. Era il primo incontro ad alto livello tra Stati Uniti e Cina dopo oltre vent’anni, frutto di mesi di diplomazia segreta. Kissinger pensava di usare la Cina contro i sovietici, mossa decisiva della sua “diplomazia triangolare”. Finì invece per contribuire alla nascita del più formidabile avversario mai affrontato dagli Stati Uniti. Ma Kissinger non era solo un diplomatico, era anche un filosofo. La sua tesi di dottorato ad Harvard (“Il significato della storia”, appena tradotta da Mimesis) discuteva Kant, Toynbee e soprattutto Oswald Spengler.
La lettura spengleriana
Da Spengler ricavò una prospettiva che illumina la situazione attuale meglio di molti editoriali del “Financial Times”: le culture non sono blocchi di marmo, ma organismi con un ciclo biologico. L’Occidente sta attraversando la fase tarda della Zivilisation: grande ricchezza materiale, enorme potenza tecnologica, ma debolezza spirituale. Corriamo il rischio di amministrare valori ereditati invece di produrne di nuovi. E, in fondo, la situazione è speculare nei due rivali. Anche la Cina attraversa la propria fase di Zivilisation: costruisce autostrade e grattacieli, lancia razzi e produce microchip, ma da quando ha smesso di essere maoista non ha prodotto una sola idea nuova sul mondo. Ed è difficile che un Paese che censura internet riesca a generare il pensiero destinato a governare il secolo.
Kissinger aprì le porte della Cina convinto di giocare una partita a scacchi e fare la prima mossa. Cinquant’anni dopo, Donald Trump va a Pechino e scopre di essere a sua volta una pedina. Per molti menagramo sarebbe l’alba del crollo dell’Occidente. Sono in buona compagnia: Spengler pronosticò il tramonto dell’Occidente nel 1918. Da allora abbiamo trovato il modo di cadere e risorgere almeno tre volte. Forse è questa la nostra vera caratteristica biologica, essere duri a morire. Conviene ricordarlo a noi stessi e agli altri.


















