Dalla crisi del governo Netanyahu alla corsa dei partiti verso posizioni sempre più estreme, il panorama politico in Israele appare quello di una democrazia sempre più radicalizzata
Il clima pre-elettorale è già ribollente in Israele; mentre il futuro del governo guidato da Benjamin Netanyahu rimane appeso a un filo, con la formazione ultraortodossa dello United Torah Judaism che ha formalmente ritirato il suo sostegno al Primo ministro, tutti i principali politici del Paese si esibiscono in “dimostrazioni di forza” davanti all’elettorato. Le prossime elezioni, che si terranno, salvo anticipi, questo autunno, promettono di essere le più spostate a destra della storia israeliana.
La campagna elettorale, ormai di fatto già cominciata, appare al contempo sempre più improntata sul chi mostrerà le posizioni più forti e intransigenti. Nell’attuale panorama politico israeliano la moderazione è percepita come debolezza e l’intransigenza come virtù. Questa tendenza riflette un nazionalismo crescente che permea ogni strato della società e della politica israeliana, dal laico al religioso, spingendo i leader a radicalizzare il proprio messaggio per non essere scalzati da rivali ancora più estremi.
La corsa all’intransigenza politica
La ricerca del consenso si traduce quindi in una gara a chi si mostra più risoluto e meno incline al compromesso. Specialmente su questioni di sicurezza e territoriali, poco importa se ne va della stabilità regionale. Proprio questo giovedì, Benjamin Netanyahu ha fornito una chiara dimostrazione di questa deriva. Durante la celebrazione della ricorrenza dell’occupazione di Gerusalemme Est, nel 1967, il Primo Ministro si è vantato pubblicamente di «controllare il 60% di Gaza». Peccato che il leader israeliano abbia di fatto confermato la violazione del cessate il fuoco, dato che, secondo i patti, Israele dovrebbe limitare il proprio controllo a circa il 50% del territorio della Striscia. Rivendicare una presenza militare superiore agli accordi è però motivo di vanto politico.
Un atto di sfida verso la comunità internazionale e un segnale preciso ai coloni e alla destra religiosa. Il governo non ha intenzione di arretrare di un millimetro, a prescindere dagli impegni presi. A fare da sponda a questa linea è Itamar Ben Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale. Ben Gvir ha salutato ieri con entusiasmo il possibile inizio della colonizzazione del sud del Libano, un’area dove sono in corso tutt’ora feroci scontri con Hezbollah. L’idea di estendere gli insediamenti oltre il confine settentrionale, un tempo confinata alle frange più marginali, è ora parte integrante del discorso pubblico ministeriale.
Per Ben Gvir e i suoi sostenitori, la sicurezza di Israele passa inevitabilmente per l’espansione territoriale e l’occupazione permanente. Trasformando il conflitto in corso in un’opportunità di ridisegnare i confini dello Stato. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che questa ondata ultranazionalista sia una prerogativa esclusiva dei partiti religiosi o della destra radicale. Anche i partiti laici, guidati da figure come Naftali Bennett, Yair Lapid o Avigdor Lieberman, non si segnalano certo per morigeratezza in politica estera. Sebbene si presentino come l’alternativa liberale e pragmatica a Netanyahu, la loro postura sulle questioni di sicurezza e sui rapporti con i vicini arabi rimane profondamente intransigente.
L’anima ultranazionalista di Israele
Essi rappresentano semplicemente l’anima laica di quello che è ormai diventato un Paese “strutturalmente” ultranazionalista e messianico, sia che tale messianismo vada interpretato in senso religioso o in senso laico. Sul piano della proiezione di forza esterna e del rifiuto di concessioni territoriali significative, il consenso è quasi unanime. Israele deve agire senza vincoli esterni, privilegiando la forza militare su ogni altra forma di deterrenza.
Assistiamo dunque al capovolgimento di quella che per decenni era apparsa verità autoevidente. Ovvero che la democrazia in Israele fosse in grado di assorbire e disinnescare le spinte più “estremistiche” attraverso il bilanciamento dei poteri e il pluralismo. Sembra invece aver subito un processo di inversione funzionale.
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Le conseguenze potrebbero però essere gravi per lo Stato ebraico; questa spirale, se non interrotta, rischia di portare il Paese verso un isolamento internazionale sempre più marcato e verso conflitti interni ed esterni dalle conseguenze imprevedibili. Nel frattempo, tuttavia, occorre prendere atto dello spostamento a destra del panorama politico israeliano, cristallizzazione di una nuova identità politica nazionale che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di democrazia in terra d’Israele.


















