Il caso Poggi e la gogna online: dirette, vodcast e accuse virali trasformano i social in un tribunale permanente senza regole né responsabilità chiare
Prendete il vostro telefonino, date un’occhiata alla prima pagina del giornale, datevi una sistemata ai capelli e fate partire una diretta Instagram, o un vodcast. Magari su Garlasco, eh. Di due ore e dieci. Magari su una coppia di genitori che voi non conoscete, una coppia che 19 anni fa ha perso la figlia, qualcuno l’ha ammazzata.
Siete liberi di giudicarli, biasimarli, anche accusarli, come se foste a chiacchierare al bar colle amiche, solo che il vostro video e le vostre parole potranno essere ascoltate e condivise da un milione di persone. Potrete farci pure un sacco di soldi: l’investimento è minimo, basta un telefonino da 100 euro, basta quel telefonino che probabilmente avete già.
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È successo, succede. Un avvocato milanese, l’avvocato dei genitori di Chiara Poggi, si trova ora costretto a difenderli – come se in questo momento non avesse altro da fare – perché si ritrovano a essere un’altra volta vittime. E stavolta non di quell’assassino che ha ammazzato la figlia, ma di quel brulicante vociare, quel brulicante boato, che si schiera apertamente, e in continuazione, da una parte o dall’altra, spesso contro di loro.
Dalla tv ai social: la disinformazione 2.0
Colpa della stampa, c’è chi dice, colpa dei giornali, dei giornalisti: hanno cominciato loro. Tutto per vendere copie, per trarre profitto dalle tragedie, e via dicendo. Muore una persona, di solito una ragazza, si chiama Marta Russo, Wilma Montesi, Sarah Scazzi, Meredith Kercher. I giornali cominciano a fare ipotesi, i giornalisti si spingono oltre la narrazione dei fatti, intervengono criminologi e giallisti, dottori e psichiatri, poi la Tv fa esplodere tutto. Non è sbagliato criticare il mondo dell’informazione, e non è sbagliato che il mondo dell’informazione faccia, in questo senso, autocritica.
Però la triste vicenda di Garlasco, nel suo attuale sviluppo, ci mette brutalmente a contatto con un paesaggio mediatico diverso, “disinformazione 2.0” potremmo chiamarla. I genitori di Chiara hanno deciso di provare a difendersi, con gli strumenti che la legge mette loro a disposizione: hanno deciso di querelare. La querela è diretta a decine di quelli che Gian Luigi Tizzoni, l’avvocato della famiglia Poggi, definisce con una metafora forse un po’ datata “leoni da tastiera” (la definiamo datata perché molti di questi “leoni” la tastiera non sanno manco che è, avvocato).
Diffamazione aggravata e stalking le ipotesi di reato. E sempre l’avvocato chiarisce, piuttosto lucidamente, la proporzione del problema: se un giornalista commette uno di questi reati sta violando la legge e il suo codice deontologico ma, per legge, anche l’editore è chiamato a rispondere. Questo significa fra l’altro che c’è un’impresa editoriale la quale deve risarcire, pagare, in caso di condanna.
Il vuoto delle piattaforme
Due genitori vengono offesi: il mezzo non è un giornale o la tv, ma Internet. Le piattaforme che veicolano queste offese sono chiamate a rispondere a loro volta del reato? La giurisprudenza in questo senso non è abbastanza nutrita: vittime e avvocati dovranno esplorare un mondo nuovo, un far west rispetto al quale i tribunali e soprattutto le legislazioni nazionali rischiano di essere uno strumento insufficiente a contrastare il fenomeno, il far west funziona così.
L’azione della famiglia Poggi e del loro avvocato servirà a tutti, in questo senso, perlomeno a cercare di ridare una forma civile a comunicazione e informazione, al momento mischiate in una zuppa che confonde prima di tutto chi ha il desiderio e il diritto di essere informato.
Perché attualmente si può parlare di un delitto italiano e delle sue vittime anche da un atollo nel Pacifico o da un dirigibile, tipo “Lupo solitario”: bastano un telefono e una connessione.
Ma chi ospita questi discorsi ci guadagna un sacco di soldi, costruisce grattacieli, manda navicelle nello spazio: soldi fatti anche con inserzioni di altre aziende, “numeri importanti”, dice lo stesso Tizzoni, dove all’interno di “programmi senza filtro” vengono “trasmesse pubblicità credo costose”.
Algoritmi severi col nudo, tolleranti con il fango
Questo è il punto: dovranno occuparsene i tribunali, ma prima di tutto noi cittadini dobbiamo saperlo, e riflettere. Su molti social non si può pubblicare un seno nudo o usare una parolaccia: esistono elaborati e costosi algoritmi in grado di intercettare, censurare, regolare, spesso allargando il loro spettro censorio al punto che, ad esempio su Instagram, una foto della Venere di Milo non si può mettere (è nuda, per chi non lo sapesse).
Lo zelo interventista delle piattaforme (o editori? Vedremo) non è riservato a chi si siede su una poltrona e dice in un video quello che gli pare su un processo italiano, su un’inchiesta, su imputati e inquirenti, su colpevoli e innocenti. E, come in questo caso, su due genitori. Due genitori colpevoli, dal 2007, di aver perso una figlia.



















