12 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Mag, 2026

L’eccesso di identità che ci spinge a punire Sorrentino e Cattelan

Paolo Sorrentino

Il regista Paolo Sorrentino e l’artista Maurizio Cattelan condividono una poetica e il destino di vederla neutralizzata


La domanda non è perché Paolo Sorrentino non abbia vinto un solo David, nonostante le quattordici candidature per “La grazia”, ma perché le giurie dei suoi pari (forse inconsciamente impari) lo riempiano di candidature per poi trombarlo a ripetizione.

È questa la vera questione. Il sistema cinematografico italiano lo seleziona, lo espone, lo riconosce simbolicamente come autore imprescindibile, salvo poi ritirarsi al momento della consacrazione finale. Una dinamica quasi perfetta dal punto di vista antropologico: l’istituzione dice simultaneamente sì e no. Ti vedo, ma non troppo. Ti legittimo, ma senza cederti completamente il centro della rappresentazione. È una forma molto italiana di gestione del prestigio culturale. Da noi il problema non è mai l’esclusione radicale dell’artista forte; sarebbe troppo brutale, troppo provinciale perfino per il nostro provincialismo. Il problema è la neutralizzazione attraverso il riconoscimento parziale. Non esiste una congiura anti-Sorrentino, come piace immaginare ai cultori della dietrologia nazionale.

Sorrentino distruttore di forme

La questione è più sottile e dunque più interessante: Sorrentino destabilizza l’immagine che il nostro sistema cinematografico ha di sé stesso. Il cinema italiano continua infatti a vivere dentro una doppia nostalgia. Da una parte quella neorealista: il desiderio che il cinema mantenga una funzione morale, civile, quasi pedagogica. Dall’altra quella autoriale novecentesca: l’idea che il grande regista debba comunque conservare una relazione drammatica con la realtà sociale. Sorrentino rompe entrambe le illusioni. Il suo cinema non cerca più il reale; lavora direttamente sul simulacro del reale. Roma nei suoi film non è una città ma una macchina simbolica.

Il manierismo come linguaggio

La mondanità non è sociologia ma coreografia del vuoto. Il Vaticano non è religione ma apparato estetico sopravvissuto alla fede stessa. Tutto in Sorrentino appare già postumo, già trasformato in reliquia visiva di un mondo che continua magnificamente a sopravvivere alla propria fine. Ed è qui che il sistema italiano entra in crisi. Perché Sorrentino introduce un elemento considerato sempre sospetto da noi: la sovranità dello stile. Il suo cinema non chiede giustificazione morale. Non si vergogna della bellezza. Non teme il manierismo. Anzi, fa del manierismo il proprio linguaggio. È un cinema che gode della propria costruzione artificiale. Sorrentino piace al sistema perché produce prestigio internazionale. Dispiace al sistema perché il suo cinema suggerisce che dell’Italia contemporanea esista ormai soltanto la maniera, cioè lo spettacolo di sé stessa.

Il Cattelan “neutralizzato”

È una differenza decisiva. Il sistema culturale italiano ama essere ammirato; non ama essere decifrato. E qui diventa inevitabile il paragone con Maurizio Cattelan, un altro autore simultaneamente celebrato e neutralizzato. Uno che in patria viene ancora percepito come provocatore professionista, quasi un intrattenitore sofisticato del sistema dell’arte globale, che all’estero invece è riconosciuto come tra i pochi artisti europei capaci di trasformare il contemporaneo in icona immediatamente leggibile. Cattelan è il nome italiano di chi ha compreso che l’arte non può più limitarsi alla produzione dell’oggetto ma deve intervenire nella costruzione del mito mediatico.

È colui che trasforma l’artista in figura narrativa, in presenza ambigua, in dispositivo di sparizione e riapparizione, prima del famosissimo Banksy. Non a caso il sistema italiano fatica a riconoscerlo pienamente: egli sottrae l’arte al controllo accademico e curatoriale per restituirla alla dimensione dell’instabilità e dell’evento. La banana al muro, il papa col meteorite, Hitler inginocchiato sono visioni momentanee e definitive del nostro tempo. Cattelan non scandalizza. Mostra. E ciò che mostra è bello e insopportabile: il carattere liturgico e teatrale del potere contemporaneo.

Sorrentino e Cattelan occupano lo stesso territorio simbolico: quello dell’opera come dispositivo di seduzione e perturbazione. Non lavorano sulla rappresentazione del reale, ma sulla sua trasfigurazione spettacolare. Sono artisti dell’immagine terminale, dell’epifania improvvisa, del cortocircuito tra sublime e kitsch. Entrambi hanno compreso che nell’epoca contemporanea l’arte sopravvive soltanto se riesce a trasformarsi in icona mentale, in impronta visiva immediatamente riconoscibile. Entrambi lavorano sulla superficie come luogo della verità. Non cercano profondità nascoste dietro l’immagine; mostrano che ormai l’immagine è la profondità stessa. Sorrentino filma cardinali, terrazze, corpi eleganti e decadenti come se fossero reperti archeologici di una civiltà ancora viva ma già fossilizzata. Cattelan fa la stessa cosa con i simboli del potere: li trasforma in oggetti perfettamente immobili dentro la loro stessa caricatura.

L’arte della ripetizione

Entrambi hanno capito una cosa fondamentale sull’Italia contemporanea: il Paese non produce più centralità politica o culturale reale, ma continua a produrre una gigantesca eccedenza simbolica. L’Italia è diventata una marca estetica globale. Vaticano, lusso, rovine, melodramma, bellezza, mondanità, cattolicesimo, malinconia: tutto continua a circolare come immagine seduttiva. Sorrentino e Cattelan prendono questa eccedenza iconografica e la portano al limite del collasso. Ed è precisamente questo che il sistema italiano fatica a tollerare. Perché entrambi mostrano che dietro la grande rappresentazione italiana non esiste più alcun centro stabile. Esiste solo una splendida amministrazione della superficie. Naturalmente vengono accusati della stessa colpa: ripetersi. Straordinario riflesso italiano. Appena un autore costruisce una lingua riconoscibile, il sistema lo punisce per eccesso di identità. Ma il punto dell’arte non è forse proprio questo? Creare una forma che trasformi ogni opera in parte di un universo coerente?

Talento e poetica

Il vero problema è che il sistema culturale italiano continua a preferire il talento amministrabile alla poetica assoluta. Ama l’autore che si integra, non quello che costruisce un mondo. Sorrentino e Cattelan invece non producono semplicemente opere: producono atmosfere mentali, sistemi simbolici autonomi, visioni del presente.
Per questo vengono candidati alla celebrità ma non completamente incoronati. Il sistema li vuole vicini ma non dominanti. Li utilizza come prova della propria modernità internazionale, ma teme di riconoscere fino in fondo che il loro sguardo racconta l’Italia meglio di quanto l’Italia riesca a raccontare sé stessa. Ed è forse questa la loro vera colpa: avere trasformato il declino italiano in una forma estetica irresistibile.

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