In un suo libro il futuro ministro Giuli aveva teorizzato una certa idea di cultura e di intellettuale, ma oggi sembra che la destra di governo sia preda degli stessi vizi di cui era preda la sinistra
Alessandro Giuli aveva scritto un libro per spiegare alla destra italiana che l’egemonia culturale non coincide con il risarcimento tardivo di una lunga esclusione. In “Gramsci è vivo” (Rizzoli), il suo tentativo era ambizioso, e consisteva nell’affrancarsi dalla psicologia dell’assedio e dalla tentazione di trasformare ogni istituzione culturale in un fortino da conquistare. Era, almeno nelle intenzioni, un libro che indicava un passaggio: dalla destra della rivendicazione a una destra della responsabilità e della costruzione di un discorso pubblico più largo. Giuli provava a immaginare, cioè, una destra capace di uscire dalla propria minorità storica senza cadere nella replica capovolta dei vecchi monopoli culturali.
Per questo, nel libro, arrivava a sostenere che occorre «discutere stimoli e idee» e raccogliere «suggerimenti e indirizzi di ogni provenienza», fino a immaginare una cultura diffusa come «discorso coltivato insieme da destra e da sinistra», un soft power capace di circolare a partire dal «reciproco riconoscimento».
Tra soft e hard power
È alla luce di questa ambizione che il caso esploso al Ministero della Cultura diventa più interessante di quanto sembri. Preso alla lettera, potrebbe apparire come l’ennesimo terremoto di palazzo, con gli incarichi revocati, le segreterie azzerate, gli uomini di fiducia rimossi, le versioni ufficiali e le letture ufficiose.
Ma al di là delle motivazioni, reali o presunte, che hanno spinto Giuli ad avviare la revoca di Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale, il punto politico sta proprio nel rovesciamento simbolico tra ciò che Giuli aveva teorizzato e ciò che oggi il suo ministero sembra restituire: una destra che voleva liberarsi dalla logica della trincea, che parlava di soft power e appare invece impigliata nel vecchio hard power delle appartenenze; una destra, insomma, che intendeva superare le fratture del passato e vede riemergere, proprio nel luogo più simbolico della cultura, i suoi antichi riflessi di parte. Nel libro c’è un passaggio quasi profetico. Giuli scrive che bisognerebbe andare oltre «le nomine ai vertici più o meno indovinate» e oltre «le conseguenti polemiche», per «uscire da questa logica» e «sovvertire la visione militaresca».
Il ritorno della visione militaresca
Ebbene, oggi l’intero campo culturale del governo Meloni sembra invece avvitarsi proprio intorno alle nomine, alle polemiche, agli avvicendamenti, ai segnali di forza, alle linee interne. Lì dove il progetto chiedeva di superare la visione militaresca, la pratica politica sembra ricadere nelle sue dinamiche più elementari, fatte di postazioni e fedeltà. Giuli avvertiva che le «casematte» della cultura non dovevano diventare «i check point di una striscia di terra contesa». Dovevano essere, al contrario, «porte d’accesso», punti di snodo del dibattito pubblico.
Ma il paradosso sta proprio qui. Il Ministero della Cultura, oggi, sembra a tutti gli effetti una striscia di terra contesa. Non soltanto tra destra e sinistra, ma soprattutto dentro la destra stessa: tra anime diverse, filiere, genealogie, interessi e modi opposti di intendere il potere culturale. Il caso Giuli, infatti, arriva dopo il caso Buttafuoco alla Biennale e dopo il caso Beatrice Venezi alla Fenice.
La politica culturale che manca
Due vicende diverse, certo, persino opposte per certi aspetti, ma unite dalla difficoltà, da parte di questo governo, di trasformare l’insediamento nelle istituzioni in una vera politica culturale. Pietrangelo Buttafuoco come presidente della Biennale ha rappresentato, in effetti, con la vicenda del padiglione russo, il tentativo di esercitare da destra una funzione culturale autonoma, perfino in dissenso con la prudenza politico-diplomatica del governo, ma ha mostrato il rischio di un’autonomia che, davanti alle tensioni geopolitiche, può scivolare nell’ambiguità, rivelandosi una sorta di boomerang.
La nomina di Beatrice Venezi come direttore musicale, al contrario, è stata percepita fin dall’inizio come scelta di appartenenza, caricata di un valore identitario, esposta così inevitabilmente alla reazione simmetrica dell’ambiente musicale e alla contrapposizione politica. Eppure la destra aveva davanti a sé un’occasione reale: dimostrare che esistono davvero energie intellettuali rimaste ai margini per conformismo o pregiudizio. Questa battaglia aveva una sua legittimità. Sarebbe ipocrita negarlo. Per anni, la sinistra ha costruito un fortino corporativo attorno a sé, nella gestione di un potere culturale autoreferenziale. La destra avrebbe potuto smontare quel meccanismo e invece lo sta replicando, limitandosi a sostituire a quella vecchia rete di riconoscimenti una rete speculare.
Il fraintendimento dell’egemonia
Il libro di Giuli sembrava indicare una via d’uscita. Citando una suggestione post-gramsciana, il futuro ministro scriveva che l’intellettuale del ventunesimo secolo sarà «prismatico» oppure non sarà: «artistico prima che politico», «amante del dubbio e nemico del dogma», «impegnato ma non militante», libero dalla partigianeria e dal fanatismo. Eppure oggi intorno al Ministero della Cultura, alla Biennale, alla Fenice, non vediamo tanto il trionfo del dubbio, della prismaticità, dell’apertura, quanto la continua oscillazione tra desiderio di legittimazione e impulso di presidio, tra ambizione nazionale e riflesso di corrente, tra discorso alto e pratica di schieramento.
Naturalmente sarebbe ingiusto attribuire a Giuli tutte le contraddizioni della destra culturale italiana. Il ministro è dentro una macchina più ampia, dentro equilibri di partito, pressioni istituzionali e mediatiche. Ma proprio per questo il suo caso diventa emblematico. Perché l’egemonia culturale teorizzata da Giuli, invece di diventare costruzione di senso comune, sembra essersi ridotta a gestione di posizioni e amministrazione delle fratture interne. In fondo, l’errore sta forse nell’avere immaginato Gramsci come un manuale di conquista. L’egemonia, invece, non è l’arte sottile di mettere i propri uomini dove prima stavano gli uomini degli altri.
I vizi della destra
È capacità di creare un linguaggio, di produrre fiducia, di allargare il campo del dicibile, di rendere credibile una visione del mondo anche a chi non appartiene alla propria parte. Giuli aveva scritto un sillabario per realizzare questa egemonia. Oggi quel sillabario sembra finito sul tavolo delle segreterie, nella contabilità delle nomine, delle correnti, delle revoche, delle appartenenze. La distanza tra questi due vocabolari è il vero nodo politico che ci dimostra, oggi, quanto la destra italiana, dopo aver inseguito Gramsci, rischi di ritrovare soltanto sé stessa con i suoi fantasmi, i suoi vecchi settarismi e l’antica fame di riconoscimento, replicando, in forme diverse, quel sistema chiuso di appartenenze, cooptazioni e fedeltà culturali che per anni aveva denunciato come il vizio originario della sinistra.



















