10 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Mag, 2026

Il prezzo della libertà interiore

La CEI verso la scelta del beato giudice ucciso dalla mafia come patrono dei magistrati italiani. Non un gesto simbolico, ma una proposta civile che fa riflettere sul prezzo della libertà interiore e della credibilità.


Il 9 maggio è una data che la memoria civile italiana conserva con pudore. È il giorno in cui, nel 1978, furono restituiti al Paese il corpo di Aldo Moro in via Caetani e quello di Peppino Impastato dilaniato sui binari di Cinisi. È il giorno in cui, nel 1993, Giovanni Paolo II levò nella Valle dei Templi il suo grido solenne contro la mafia. Ed è il giorno in cui, nel 2021, la Chiesa ha proclamato beato, ad Agrigento, Rosario Angelo Livatino, primo giudice beatificato nella storia della Chiesa cattolica. Cinque anni dopo, la domanda non è se celebrarlo, ma come intenderlo.

Dopo il placet già espresso dal Consiglio Permanente, l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana del 25–28 maggio è chiamata a confermare la proposta di indicare il beato agrigentino come Patrono dei Magistrati italiani; la conferma definitiva spetterà poi al Dicastero vaticano per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Non è decisione di cortesia: un patrono è una proposta di forma interiore, e la forma interiore che si propone ai magistrati riguarda tutti, credenti e non, perché riguarda il cuore stesso dello Stato di diritto.

Non la fede: la libertà interiore.

Un patrono santo non rischia di confessionalizzare una funzione dello Stato laico? L’obiezione cade se si guarda alla virtù che effettivamente attraversa la vita di Livatino. Non è la fede — sorgente personale e dono dell’Altissimo, non imponibile a nessuno. È la libertà interiore del giudice: la capacità quotidiana di sottrarsi a ciò che preme da fuori e dal di dentro — le cordate, la politica, i media, la paura, l’ambizione, il risentimento, perfino la stima di sé. È la condizione senza la quale l’indipendenza istituzionale, garantita dalla Costituzione, resta carta.

Ed è una virtù radicalmente universale: un magistrato ateo o agnostico la desidera esattamente come la desidera un magistrato credente. Il linguaggio cambia; la sostanza resiste. Livatino lo dice nell’unico vero intervento pubblico della sua vita, la conferenza al Rotary Club di Canicattì del 7 aprile 1984. L’indipendenza del giudice — ammoniva — non è solo fedeltà ai principi o competenza tecnica: è «incessante libertà morale», trasparenza di condotta anche fuori dell’ufficio, sobrietà delle frequentazioni, rinuncia a incarichi e prebende che possano produrre «il germe della contaminazione».

Una definizione asciutta, pronunciata da un solerte sostituto procuratore di trentadue anni, in una provincia di Sicilia alle soglie del decennio stragista, sapendo benissimo quanto quelle parole gli sarebbero costate.

Una scia: da Tommaso Moro in poi.

La libertà interiore del giudice non è invenzione del Novecento. Tra Tommaso Moro — patrono dei politici dal 2000, ma anzitutto giurista che, al bivio fra legge dello Stato e coscienza, scelse la seconda — e Livatino, corre una scia che la storia giuridica europea ha dovuto riconoscere: i giudici che, a Norimberga, restituirono alla legge il primato sulla forza; la generazione italiana della magistratura antimafie — Costa, Chinnici, Saetta, Falcone, Borsellino — della quale Livatino è il più giovane e il più schivo. Fondamenti diversi, cattolici, laici, costituzionali; ma forma identica: non si firma ciò che non si crede giusto, anche se la firma costa la vita.

Libertà e dovere.

La libertà interiore, nel magistrato, non è mai l’alternativa al senso del dovere: ne è la compagna, e la condizione. Il dovere senza libertà interiore diventa esecuzione, conformismo — la tragedia che Hannah Arendt ha chiamato «banalità del male», di cui le magistrature europee del Novecento hanno conosciuto esempi troppo concreti per essere dimenticati. Inversamente, la libertà interiore senza senso del dovere, si rovescia in arbitrio: il giudice che decida per simpatia o visione politica di parte, non è libero, è partigiano. Le due virtù si tengono a vicenda.

In Livatino l’equilibrio è visibile in modo quasi chimico. Secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, nel quinquennio 1984-1988 è il magistrato più produttivo della Procura di Agrigento. E il dovere non lo piegava al conformismo: era la libertà interiore a fargli firmare le misure di prevenzione scomode, a consegnare lui stesso un atto in carcere il giorno di ferragosto, a rinunciare alla scorta, a non cercare incarichi più sicuri pur potendoli avere. Quattro anni prima dell’agguato, in un’agenda del 1986, aveva annotato: «Ho 34 anni. Invoco la benevolenza divina su quelli che restano». Sapeva.

Il 21 settembre 1990. 

Tutto questo, in Livatino, non è rimasto sulla carta. È stato messo alla prova sulla statale 640, la mattina del 21 settembre 1990. Aveva trentasette anni, una vecchia Ford Fiesta amaranto, nessuna scorta, e un fascicolo da aprire in Tribunale sulle misure di prevenzione a carico dei boss di Palma di Montechiaro. I membri di un drappello militare mafioso lo speronarono, lo inseguirono nella scarpata, gli scaricarono addosso le ultime raffiche, mentre egli supplicava, quasi con le stesse parole profetiche di Michea di fronte al popolo che tradisce la Torah: «Picciotti, che vi ho fatto?».

L’odio degli Stiddari, non senza il consenso di Cosa nostra, era maturato esattamente dove la libertà interiore di Livatino si era fatta irriducibile, incorruttibile — sono parole verbatim degli atti, dette dai capimafia stessi: «inavvicinabile e incorruttibile, proprio a motivo della sua condotta cristiana». Lo chiamavano «scimunito, santocchio» — così Giuseppe Di Caro, capo della «famiglia» di Canicattì, che abitava nello stesso palazzo dei Livatino. Giovanni Paolo II — incontrandone i genitori il 9 maggio 1993, alla vigilia del grido nella Valle dei Templi — pronunciò di lui le parole «martire della giustizia e indirettamente della fede». Ventotto anni dopo, Papa Francesco, con il decreto del 21 dicembre 2020, ha riconosciuto il martirio in odium fidei. In Livatino le due qualifiche non si dividono: è martire della giustizia perché fu libero, ed è martire della fede perché la sua libertà aveva in Dio la propria sorgente.

Il Sub tutela Dei — vergato in testa alle sue agende — non è formula devozionale: è autoriconoscimento del non bastarsi da sé, consapevolezza che un giudice può sbagliare. Un magistrato non credente la stessa consapevolezza la nutre con altri mezzi — studio, contraddittorio, silenzio. Grammatica diversa, sostanza identica.

Una grammatica, non un santino.

Indicare Livatino come Patrono dei Magistrati italiani — me lo si conceda, da chi ne è stato postulatore — non significa offrire ai togati un santino da invocare, ma consegnare una grammatica della funzione: libertà interiore, credibilità, sobrietà, rifiuto della «magistratura difensiva», consapevolezza del proprio limite. Grammatica che un collegio giudicante intero — credenti, agnostici, atei, di ogni sensibilità civile — può assumere senza perdere nulla della propria laicità, e anzi riscoprendone il nucleo originario: la distanza dalla forza, la prossimità alla verità.

Quanto si dice del magistrato, vale, a rigore, per ogni essere umano, per ogni funzione pubblica che decida del bene altrui — politici, amministratori, educatori, anche noi vescovi. La libertà interiore, la sobrietà, il rifiuto delle cordate, la rinuncia a ciò che produce «il germe della contaminazione», non sono virtù confinate al palazzo di giustizia. Indicare Livatino ai magistrati, significa, per noi pastori, ricordare a noi stessi che la santità professionale non è un’esenzione dalla santità sacerdotale: ne è una forma, talvolta la più esigente. Il beato di Canicattì resta quello che fu in vita: un uomo schivo, esatto, feriale. ù

Non ci parla dalle vetrate dei santuari: ci parla dagli appunti a margine delle agende, dalle statistiche della Procura, dalla strada polverosa e dalla scarpata insanguinata del 21 settembre. Continua a porci tre domande: siete liberi? Siete fedeli al vostro dovere? Siete credibili?

La libertà interiore

Quando il Paese smarrisce la strada confondendo la libertà con il capriccio, il diritto con la pretesa, la giustizia con il calcolo — è proprio quella libertà interiore l’ultimo argine che resta. C’è sempre, allora, un giudice di provincia che, alle prime luci dell’alba, apre il fascicolo più scomodo della sua scrivania e lo firma con la stessa mano con cui, la domenica, ha ricevuto l’Eucaristia. È la mano di Rosario Angelo Livatino. La mano dei suoi colleghi, anche di chi ha altre fedi o nessuna. È la mano su cui si regge, in silenzio, la Repubblica.

Sub tutela Dei significa, alla fine, questo: sotto la protezione di Dio, cioè libero da qualunque protezione degli uomini. Una libertà che Livatino ha pagato sulla statale 640, e che oggi ci restituisce come eredità. Se la Chiesa italiana, attraverso l’Assemblea CEI di fine maggio e la successiva conferma del Dicastero vaticano per il Culto Divino, saprà consegnarla al Paese come patronato dei magistrati, non aggiungerà un santo ai santi: ci restituirà un volto di uomo libero da conoscere, da amare, da imitare, e da cui ripartire.

Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace
Postulatore della causa di beatificazione

del Beato Rosario Angelo Livatino

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