10 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Mag, 2026

Iran, Khamenei: ha «lesioni a gamba e schiena»

Washington aspetta ancora la rispetta di una Teheran che prende tempo, mentre l’Iran continua a bloccare la pace e lo Stretto di Hormuz


È una calma relativa, ingannevole e carica di tensione, quella che si percepisce intorno allo Stretto di Hormuz dopo giorni di scontri sporadici tra forze iraniane e navi da guerra americane. Gli Stati Uniti attendono ancora la risposta di Teheran all’ultima proposta per porre fine al conflitto latente e aprire un negoziato diplomatico. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, in tal senso, ha dichiarato in settimana che Washington si aspettava una risposta «entro poche ore». La risposta iraniana, però, continua a non arrivare e il piano diplomatico resta fermo.

Risposta che, però, non è ancora arrivata e non ci sono segnali di alcun tipo su quanto potrebbe effettivamente giungere qualche comunicazione da parte iraniana. Il piano che dovrebbe formalizzare la fine della guerra prima dell’avvio di colloqui sui nodi più delicati, a partire dal programma nucleare iraniano, resta dunque ancora bloccato. E questa è una pessima notizia per l’amministrazione a stelle e strisce. Il negoziato sul nucleare iraniano, almeno per ora, appare completamente paralizzato.

La pressione internazionale per arrivare ad una soluzione è aumentata in vista della visita del presidente Donald Trump in Cina, prevista per la prossima settimana. Un incontro importante al quale Trump vuole presentarsi con il “premio” di una pace in Medio Oriente. Un trofeo da sbandierare davanti ad un Xi sempre più attivo sullo scacchiere internazionale. La diplomazia americana punta dunque a ottenere rapidamente un risultato politico da esibire sul piano globale.

Hormuz resta il centro della tensione

Ma la pace, al momento, resta un miraggio. Teheran continua a limitare il traffico navale non iraniano nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui, prima della guerra, transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a fare lo stesso fuori dal Golfo Persico, mantenendo attivo il blocco navale imposto il mese scorso alle navi iraniane. Lo Stretto di Hormuz continua così a rappresentare uno dei punti più instabili del pianeta.

Blocco che secondo una recente valutazione della Cia non avrebbe chissà che impatto sull’economia iraniana, abituata a resistere in uno stato di perenne assedio, che sia esso di tipo navale o attuato tramite sanzioni. Dall’Iran, sul lato politico, sono giunte ieri le prime informazioni ufficiali riguardanti lo stato di salute della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che stando a quanto dichiarato avrebbe subito «lesioni alla rotula e alla schiena», pur godendo di buona salute. Con Khamenei saldo al potere, non sembrano profilarsi aperture immediate da parte del regime.

Di piani per la riapertura coordinata e condivisa dello Stretto, comunque, ancora non ce ne sono. Ieri il Regno Unito ha fatto sapere di voler rafforzare la propria presenza in Medio Oriente inviando il cacciatorpediniere HMS Dragon, una delle più avanzate unità della Royal Navy, specializzata nella difesa anti-aerea e anti-missile. Secondo il Ministero della Difesa britannico, la nave sarà «pre-posizionata» in Medio Oriente in vista di una possibile missione multinazionale «strettamente difensiva e indipendente».

Una missione soprattutto simbolica

Il premier britannico Keir Starmer, promotore dell’iniziativa insieme al presidente francese Emmanuel Macron, ha precisato che la missione partirà solo dopo la fine delle ostilità nella regione. Il che significa, in poche parole, che la missione della Dragon sarà soltanto una questione d’immagine e non servirà sostanzialmente a nulla sul piano operativo o logistico. La presenza europea nel Golfo, almeno per ora, non appare sufficiente a modificare gli equilibri sul campo.

Il vero problema, per Washington e per gli alleati europei, è comunque sempre lo stesso: nessuno sembra oggi in grado di costruire una reale architettura di sicurezza nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti possono contenere l’Iran, ma non costringerlo a cedere; Teheran può disturbare il traffico marittimo e mantenere alta la pressione, ma non può permettersi uno scontro aperto e prolungato con l’Occidente. Nel mezzo restano gli interessi energetici globali e il rischio di una nuova crisi internazionale.

Per questo la partita diplomatica resta decisiva. Ma più passano le ore senza una risposta iraniana alla proposta americana, più aumenta il rischio che incidenti “limitati” o scontri sporadici finiscano per sfuggire di mano. Ed è proprio questo il paradosso a cui stiamo assistendo ad Hormuz: tutti vogliono evitare una guerra aperta, ma ogni giorno che passa rende quella stessa guerra un po’ meno impossibile.

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