10 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Mag, 2026

Vittorio Manes: «Caso Garlasco, le prime vittime sono le regole del giusto processo»

L’intervista a Vittorio Manes, docente di Diritto penale all’Università di Bologna, sul caso Garlasco e il giusto processo tra giustizia istituzionale e mediatica



Il delitto di Garlasco, con al centro i misteri sulla morte di Chiara Poggi, è diventato l’emblema delle indagini e dei processi spettacolarizzati dai media. Uno «spettacolo disarmante» secondo Vittorio Manes, docente di Diritto penale all’Università di Bologna e direttore della rivista Diritto di Difesa dell’Unione delle camere penali. Autore dei saggi ‘Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo’ (Bologna, Il Mulino, 2022), e ‘L’imparzialità del giudice nel turbine della giustizia mediatica’ (Napoli, 2025)’, uscito da poco, Manes analizza il fenomeno precisando di non voler entrare nel merito del processo «non conoscendo le carte e nel massimo rispetto delle indagini».


Professor Manes, da attento osservatore sulle distorsioni del processo mediatico non si può negare che il caso Garlasco rappresenti la punta dell’iceberg di una ‘moda’ giudiziaria tutta italiana.

«Condivido, purtroppo. Al di là del merito, è una saga giudiziaria che colpisce sotto almeno due profili. Da un lato, segna con tratti grotteschi l’apogeo del processo celebrato sui media in vece che nelle aule di giustizia, e la sostituzione della ‘giustizia mediatica’ alla ‘giustizia istituzionale’. I protagonisti, presunti o reali, originari o postumi, oggetto di spettacolarizzazione e mostrificazione ‘sine iudicio’, che vedono bruscamente cambiare le proprie sorti a seconda dello share. Gli elementi indiziari trasformati in prove inconfutabili senza contraddittorio alcuno, le regole processuali soppiantate e calpestate nel circuito delle emozioni e del sensazionalismo.

La giustizia istituzionale ridotta a ‘servo muto’ della sua parodia mediatica. Uno spettacolo, francamente, disarmante, che però segna un declino ormai inarrestabile, che si registra sempre più frequentemente, dove le prime vittime – mi pare – sono le regole del giusto processo regolato dalla legge, e la fiducia nella giustizia istituzionale, un ingrediente fondamentale in uno Stato di diritto. Dall’altro, ed ancor più, in questa girandola di continui ‘colpi di scena’ investigativi – frutto di un’opera inquirente di certo meritoriamente volta a cercare la verità – emerge tutta la drammatica inaffidabilità di una pronuncia di condanna pronunciata dopo due assoluzioni nel merito. Un dato che dovrebbe far molto riflettere, tutti, perché il rispetto minimo della regola dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” non dovrebbe mai consentire un esito processuale così incerto».


Sorprende che le intercettazioni su Andrea Sempio siano uscite proprio nel giorno del suo interrogatorio?


«Francamente sì, ma anche a questo siamo ormai abituati, o forse tristemente assuefatti. Il segreto istruttorio, posto a salvaguardia delle indagini e della ‘verginità cognitiva’ del giudice, viene sistematicamente violato. Atti di indagini ed elementi puramente indiziari finiscono per essere disseminati nel circuito mediatico e vengono rappresentati ‘coram populo’ come elementi di prova, prima di essere oggetto di verifica nel contraddittorio tra accusa e difesa, in dibattimento. E tali elementi agli occhi della pubblica opinione assumono una valenza veritativa, pressoché inconfutabile, per forza di suggestione. La stessa suggestione ‘creata mediaticamente e cavalcata in 18 anni’ che ha accompagnato la vicenda processuale di Alberto Stasi e che ora è oggetto di censura».


Il caso Garlasco mostra in tutta la sua forza come l’identikit dell’autore del delitto, dato in pasto al popolo, sia una forma di giudizio anticipato? Che fine ha fatto la ricerca della prova che sembra aver ceduto il passo al romanzo criminale?


«Certo, il primo effetto del processo mediatico è quello di trasformare l’indagato da ‘presunto innocente’ in ‘presunto colpevole’, o in ‘colpevole in attesa di giudizio’, o ‘condannato sino a prova contraria’. La profilazione dell’autore secondo una caratterizzazione ‘degenere’ e quasi caricaturale è funzionale ad aprire la strada alla condanna anticipata e celebrata dai media, che coltivano gli elementi più eccentrici e inconferenti, o abitudini ed inclinazioni personali che nulla hanno a che fare con il fatto di reato, pur di ottenere l’effetto di ‘mostrificazione’ pubblica: dalle lampade abbronzanti, al modo di vestirsi, dal taglio dei capelli ai gusti sessuali. Un aberrante rivincita storica del diritto penale del ‘tipo d’autore’, di ascendenze nazionalsocialiste, sul diritto penale del fatto».


Nel suo libro ‘Giustizia mediatica’ parla dell’impatto sull’audience che ha sacrificato la corretta ricostruzione dei fatti. Quanto tutto questo può influenzare il giudice?


«È molto difficile reperire dati empirici che riscontrino quanto il ‘processo parallelo’ celebrato sui media sia in grado di influenzare il giudice che poi dovrà valutare e decidere. Ma i tribunali non operano nel vuoto, e i condizionamenti – anche quelli subliminali – mi sembrano davvero difficili da negare. Anche perché, nell’opinione pubblica si crea un orizzonte di attesa, di regola colpevolista, e a quel punto il giudice, nel decidere, deve dire da che parte sta: se dalla parte del pubblico o dalla parte della propria coscienza. E per assolvere, o anche solo per riconoscere una circostanza attenuante, ci vuole davvero una enorme professionalità e un grande coraggio.

Coraggio che talvolta non manca, per fortuna: l’unico dato di minimo conforto, a questo riguardo, è infatti che proprio i giudici si stanno rendendo conto di quanto fuorvianti e nocivi siano gli effetti del processo mediatico sul vertiginoso compito di giudicare secondo regole, come dimostrano le straordinarie pagine della sentenza della Corte di Assise di Appello di Milano, nel caso Pifferi, o la sentenza del Tribunale di Reggio Emilia sul caso ‘Bibbiano’. Del resto, chi sperimenta la forza pressoria e la ‘massa di assedio’ dei media sulla microfisica del processo si rende immediatamente conto di quanto destruente tutto ciò possa essere sugli equilibri costituzionali del ‘giusto processo’».

Garlasco, la giustizia che condanna il ragionevole dubbio VIDEO

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